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I Pirati di Portovenere

tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XV-XVI SECOLO
AREA: MAR LIGURE
parole chiave: pirateria
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Togliete la giustizia, e cosa sono i regni se non grandi brigantaggi? Perché, anche le bande dei briganti cosa sono, se non piccoli regni? Sono manipoli di uomini armati da un capo, legati da un patto sociale, con la ripartizione del bottino secondo la legge accettata da tutti. Basta che questa calamità si espanda con l’affluenza di numerosi malfattori, al punto di occupare un territorio e stabilire una base, occupare città e sottomettere popoli, perché assuma più chiaramente il titolo di regno che le viene apertamente sconosciuto non per l’abolizione della razzia ma per il conseguimento dell’impunità. Fu davvero una risposta brillante e veritiera quella data da un pirata fatto prigioniero dal famoso Alessandro Magno. Il re gli chiese quale era il suo pensiero, per cui infestava i mari; e l’altro con franca impertinenza rispose: “Lo stesso per cui tu infesti il mondo. Solo che io, con la mia misera nave vengo chiamato ladro, mentre tu, con la tua grande flotta, Imperatore”. De Civita Dei IV,4P 98/100 Sant’Agostino.

Per la maggior parte della storia dell’Uomo il Mar Mediterraneo è stato il fulcro dello sviluppo delle civiltà; pressoché da sempre fu il centro di attività marinare contrastate, sin dall’inizio, da un intenso traffico piratesco, spesso legato al commercio degli schiavi. La caratteristica geografica di questo mare, ricco di insenature, porti naturali, isole e arcipelaghi sparsi ovunque facilitava la navigazione da diporto ma, nello stesso tempo, forniva altrettanti nascondigli e comode basi di partenza per questi criminali del mare.

Genesi della pirateria
La pirateria è una professione antica quanto la vela, la cui vicenda nasce con ogni probabilità, nel momento in cui l’Uomo incominciò a navigare, o comunque nel momento in cui l’uomo fu in grado di compiere viaggi di una certa lunghezza. Per millenni il fenomeno della pirateria si è intrecciato con gli eventi politici, economici e sociali delle principali potenze marittime, di cui esiste un’abbondante produzione storiografica volta a testimoniare dagli albori ai giorni nostri l’alternanza dei periodi, ora di sviluppo, ora di declino, fino alla sua più moderna e recente rinascita.

In alcune epoche storiche la pirateria assunse l’aspetto della guerra di Corsa. Praticamente, gli Stati, quando avevano carenza di navi e uomini a disposizione, autorizzavano i pirati, con una lettera di Corsa, a operare al loro comando. Così nacque il nome “Corsari”, un’attività di pirateria legale ovvero “autorizzata” dallo Stato.

Questo fenomeno si manifestò nel corso dei secoli in tutti i paesi Europei, in cui lo sviluppo dei traffici commerciali aveva dato origine a una classe di armatori, commercianti e marinai, pronti a sfruttare in quel momento tutte le variabili fonti di arricchimento. Stati e regnanti ne fecero uso senza pudore, in cui il confine tra legale ed illegale era sottile. Per questo motivo la pirateria marittima si presenta come un fenomeno multiforme, all’interno del quale possono individuarsi diverse specie criminose assimilabili sotto l’aspetto sostanziale, ma distinte sotto quello giuridico. Fu anche un fenomeno pittoresco e romantico, grottesco e cruento. Mi riferisco ai rapimenti e ai riscatti agli innamoramenti ed ai tranelli con finali duellate alla cappa e spada.

Ci furono casi in cui i rapiti e le rapite ebbero dei trattamenti privilegiati. Alcuni bambini furono allevati e diventarono addirittura notabili del luogo, e molte donne diventarono favorite di qualche Harem famoso. È nota la storia di una signora di Milano: Antonella Frapolli Suini che ispirò l’Opera Lirica di Giacomo Rossini “L’italiana in Algeri”. Nel 1805, questa meravigliosa donna fu protagonista di un’avventura tragico romantica. Essa fu rapita da pirati algerini nel mar Tirreno nei pressi dell’isola di Capraia su una nave per diporto. Vennero arrembati da due sciabecchi algerini, e la donna con altri prigionieri fu portata a Algeri nell’harem del Bey. Fu trattata come una regina e anni dopo ritornò libera con un bel gruzzolo. Sembrerebbe che, passeggiando per le strade di Milano, a chiunque gli chiedesse notizie sulla sua avventura, sorrideva e dai suoi occhi s’intravvedeva felicità per quei ricordi.

Un altro rapimento che ci riguarda da vicino fu quello di un giovane di Levanto, Benedetto D’Arrì, figlio del marmoraro Francesco, originario di Rio di Sesta Godano, dove era nato il 19 marzo 1574. Fu rapito dai pirati di Tunisi che attaccarono la nave in cui era imbarcato. Pagò per la sua libertà con duro lavoro, si convertì all’Islam prendendo il nome di Usthad Murad, storpiato Osta Morat, che divenne ammiraglio ed in seguito fu nominato Dey di Tunisi.

Tra i tanti luoghi in cui fiorì la pirateria ci fu anche il golfo di La Spezia, allora chiamato Golfo di Venere. Un rifugio ideale per dedicarsi a questo commercio. La domanda sempre più crescente di naviglio e di equipaggi diede origine a una fiorente cantieristica e a una forte domanda di equipaggi esperti e coraggiosi da imbarcare in questa marineria commerciale e piratesca.

il mercante pratese Francesco Datini dipinto da Filippo Lippi – da La nascita dell’assegno (historiemedievali.blogspot.com)

La presenza a Porto Venere del famoso mercante pratese Francesco Datini completò la quadratura del cerchio. Tutta la merce era piazzata altrove con buon guadagno per i pirati e corsari. E non poteva mancare un pirata vero perché il quadro fosse completato. Un pirata professionista con pedigree di nobiltà: si chiamava Giuliano Gattilusio, nato a Mitilene in Grecia, da una nobile famiglia genovese, che compare la prima volta in una documentazione il 2 settembre del 1450. Fu un pirata corsaro che mise a dura prova anche Genova, provocando anche un incidente diplomatico con il regno della Gran Bretagna. La cosa fu presa in mano dal Papa Pio II Piccolomini che con infinite peripezie riuscì a ricucire i vecchi buoni rapporti. In una lettera del 4 dicembre 1461 il doge Ludovico Campofregoso vieta ai Rettori delle comunità della Spezia, Porto Venere e Lerici di fornire qualsiasi aiuto alle navi di Giuliano Gattilusio, reo di aver assalito navi fiorentine. in quel frangente alleate di Genova.

Il Gattilusio si diede un gran daffare fino a quando scomparve nel 1466. Non esistono documenti dopo tale data. Dalle documentazioni fu il più forte e temuto pirata e corsaro che infestò il nostro mare. E fu un buon insegnante per marinai del golfo, arruolati nelle sue galee. In una lettera che il governo di Genova spedì ai rettori delle comunità di La Spezia, Porto Venere e Lerici nel 1488, incarica il suo luogotenente di far comparire davanti a se, entro otto giorni, per mettere termine o moderare l’attività di Corsa o Piratesca, i seguenti corsari:

Iacopo Bardella, Luca Seigalensa, Domenico Botarino, Pandolfo Amoroto, Acelino De Blaxia, Gatino Gato, Maione De Adano, Pellegrino De Costantino, Domenico De Tasarotis, Tommaso De Croxello, Iacopo Vinte detto Fraudalia, Roderico De Pisano.

Il Bardella Iacopo o Giacomo ebbe una lunga vita professionale. Fatta la gavetta sulle navi del Gattilusio e arricchitosi a sufficienza si mise poi in proprio. Si fece costruire una nave e nel 1488 si hanno le prime notizie sulle documentazioni. Il governo di Genova, con lettera di Corsa lo autorizzò a operare contro Firenze nelle acque di Pisa. Con la sua azione di embargo costringe la città alla fame. Nel 1489 agisce sempre contro Firenze. A marzo il governo di Genova gli intima di restituire un carico di ferro da lui depredato su una nave nel canale di Piombino. Il minerale apparteneva al Duca di Urbino. Il giugno del 1492 le autorità genovesi ordinano a quelle di Portovenere di impedirgli di armare una Fusta e un Galeone, perché nel frattempo il governo aveva stipulato una tregua con i Fiorentini.

Nel 1501, pagato dai Genovesi e Lucchesi per favorire i Pisani, si porta alla foce dell’Arno con una Fusta e un Galeone per scortare le imbarcazioni che vettovagliano Pisa via fiume. I Fiorentini assoldano a loro volta Bernardo del Ciriagia, fiorentino, con un galeone, una fusta e un brigantino. Il Ciriagia cerca vanamente di contrastare per due mesi il Bardella. Nel luglio del 1501 Firenze ingaggia il catalano Galceran de Requenses con tre galee provenzali ma, nonostante che per Bardella sia più difficoltoso operare con questa fortissima presenza catalana, riesce a respingere tutti gli attacchi e cacciarlo dentro il porto di Livorno. Ad agosto dello stesso anno scorta tre navi e due galeoni carichi di frumento. Galceran con la coda tra le gambe lascia Livorno. A settembre trasporta soldati a Pisa. Nel 1502 è ancora a Pisa. A giugno del 1504 si impadronisce a spese di due mercanti lucchesi di una nave carica di frumento acquistato in Sicilia e la introduce in Pisa.

rappresentazione della città di Livorno e del suo porto nel Gran Ducato https://www.fondazionetrossiuberti.org/corsi/livorno-racconto-della-citta/

Nello stesso anno uscì da Pisa per andare incontro a una nave che doveva scortare in porto, ma alla Meloria vengono sorpresi da una burrasca da libeccio, e la nave mercantile affonda con la morte di tutto l’equipaggio. Bardella riesce però a raggiungere Portovenere dove disarma il suo galeone. Nel 1508 passa al servizio dei Fiorentini contro i Pisani per cui riceve 600 fiorini al mese per impedire l’approvvigionamento dal mare a Pisa. In novembre intercetta nel canale di Piombino tre brigantini carichi di granaglie destinate al capoluogo ma gli avversari hanno la meglio e viene catturato il figlio Baldassare. A febbraio affronta la flotta pisana carica di vettovaglie e la ferma. Lo stesso anno il re di Francia gli ordina di abbandonare il soldo dei fiorentini.

Jacopo o Giacomo Bardella, e le gloriose donne di Porto Venere, prima che gli Aragonesi attaccassero Porto Venere, pennellarono di sego gli scogli, così quando i soldati aragonesi saltarono dalla passerella della nave verso la riva, scivolarono e finirono in mare affogando, tirati al fondo dalle pesanti armature. Nel 1510, dopo tante battaglie, privazioni e fatiche, Bardella muore nella sua Portovenere.

antica mappa 1804 dell’idrografo francese Joseph Roux del Golfo di La Spezia, in basso Porto Venere

In ogni Paese si commemorano eroi, generali, invasori, sterminatori, vigliacchi di ogni grado e risma per il solo fatto che sono usciti “vincitori” da una guerra che non è MAI giusta … e al povero pirata che ha combattuto la miseria nessuno mai metterà due sassi uno sopra l’altro per ricordarlo, ignari che forse è già in Paradiso perdonato dal nostro Signore Gesù. “Se l’unico legno che hai frequentato non è altro che una scrivania. Se l’unico orizzonte è quello che hai scrutato, restandotene seduto in una comoda poltrona… ricordati, che c’è gente che su ben altro legno ha cavalcato tutti i mari rischiando la vita per te. Ricordati, quando guarderai l’orizzonte, che quella sottile frontiera non è riuscita a fermare quei valorosi che con il loro immane sacrificio ti hanno permesso di vivere una vita agiata”. 

Manlio Lavagnini

 

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