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Il tesoro del San José di Giorgio Caramanna

Reading Time: 5 minuteslivello elementare

 

ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICA
parole chiave: San José, galeone, Marina Spagnola

 

resti del relitto del San José, sono visibili i cannoni sparsi sul fondo

Come nel più classico dei film d’avventura questa storia iniziò con una battaglia navale tra Spagnoli e Britannici avvenuta nelle acque al largo della Colombia nel giugno del 1708 durante gli anni centrali della guerra per la successione al Trono di Spagna.

Il San José era un galeone della Marina Spagnola a tre alberi armato con 64 cannoni usato come nave ammiraglia di una flottiglia composta da altre tre navi militari e 14 navi mercantili in rotta da Portobello (Panama) a Cartagena (Colombia) per poi raggiunge Cuba e, finalmente, attraversare l’Oceano Atlantico diretto in Europa. Il carico includeva ingenti quantitativi di oro, argento e pietre preziose raccolti durante gli ultimi sei anni nelle colonie spagnole del Sud America e destinati a finanziare le spese di guerra.

Commodoro Charles Wager

Il convoglio venne intercettato da uno squadrone britannico al comando del Commodoro Charles Wager al largo di Barù, a poche decine di miglia da Cartagena. Il San José, colpito nel deposito delle munizioni, esplose affondando rapidamente e trascinando negli abissi il suo equipaggio e le sue ricchezze; sopravviveranno solo undici degli oltre seicento che erano a bordo. Si stima che tra i tesori trasportati vi fossero quasi undici milioni di monete d’oro oltre ad argento e smeraldi per un incredibile totale di duecento tonnellate di preziosi con un valore odierno prossimo ai venti miliardi di dollari. Se recuperato sarebbe il più grande tesoro di tutti i tempi. Per secoli il relitto è rimasto sul fondo ad oltre seicento metri di profondità, virtualmente irraggiungibile.

Alla ricerca del galeone
Negli anni ’80, il progredire delle tecnologie di esplorazione subacquea ha reso possibile la localizzazione di relitti sommersi anche a grandi profondità. Attratti dai potenziali guadagni un gruppo di investitori ed esperti di recuperi sottomarini nel 1980 fondò la “Gloca Morra” e la “Sea Search Armada (SSA)”, ottenendo dal governo Colombiano un’iniziale autorizzazione a procedere; dopo quasi due anni di ricerche ed oltre 11 milioni di dollari di spese il consorzio dichiarò di avere localizzato un relitto che avrebbe potuto essere il San José.  A questo punto, come spesso accade quando grandi interessi sono coinvolti, le relazioni tra SSA ed il governo si deteriorarono e, dopo numerose battaglie legali, tutte le operazioni vennero sospese. Per questo motivo il San José giace ancora sul fondo del mare avvolto dal mistero con il suo tesoro.

Alla fine del 2015 il Presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, annunciò che il San José era stato localizzato da un team di ricercatori internazionali in collaborazione con il Ministero della Cultura Colombiano. Nulla di più trapelò perché, per proteggere il relitto da eventuali azioni di recupero illegali, le parti coinvolte erano tenute a mantenere il più assoluto riserbo. Finalmente nel 2018 i dettagli della scoperta vennero divulgati, rendendo il pubblico partecipe di una delle maggiori scoperte dell’archeologia marittima.

Il relitto fu localizzato grazie alla collaborazione del Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI) che mise a disposizione la sua esperienza nella ricerca sottomarina ed i suoi strumenti tecnologici. In particolare il team utilizzò un veicolo autonomo subacqueo chiamato REMUS 6000.

REMUS
Il veicolo è costituito da un “siluro” di circa quattro metri di lunghezza dal peso di quasi una tonnellata ed in grado di navigare in modo autonomo fino alla profondità di 6000 metri. Le batterie al litio inserite nel suo scafo di titanio consentono una navigazione alla velocità massima di 4 nodi per 22 ore. Per assicurare un corretto posizionamento, una serie di transponder acustici sono stati ancorati attorno al perimetro dell’area di ricerca. In questo modo il sistema di navigazione del REMUS poteva “interrogare” i transponder per determinare la propria posizione sott’acqua con un errore di circa un metro per ogni chilometro di spostamento. In operazioni di ricerca delicate come quella del San José tale livello di precisione era fondamentale, assicurando che nessuna zona del fondale rimanesse inesplorata. Il REMUS utilizza un sofisticato sonar a scansione laterale per mappare le strutture presenti sul fondale marino. Il drone subacqueo è anche dotato di macchine fotografiche digitali ad alta risoluzione con le quali è possibile fotografare i dettagli delle strutture identificate.

REMUS ha pazientemente esplorato un’area di 80 miglia nautiche, navigando alla velocità di 3 nodi a circa 70 metri dal fondale marino e creando uno straordinario mosaico di immagini sia acustiche che ottiche. La durata di ogni immersione è stata dalle  18 alle 22 ore prima di riemergere per consentire ai tecnici di scaricare le migliaia di immagini e dati registrati negli hard disks e ricaricare le batterie.

REMUS ha pazientemente esplorato un’area di 80 miglia nautiche, rimanendo immerso da 18 a 22 ore ogni missione prima di riemergere per consentire ai tecnici di scaricare le migliaia di immagini e dati registrati negli hard disks e ricaricare le batterie. Per ottenere delle immagini nitide REMUS è stato fatto navigare a soli dieci metri al di sopra del relitto dimostrando ancora una volta le sue estremamente accurate capacità di posizionamento. Il particolare chiave per l’identificazione del San José è stata la presenza di uno specifico decoro sui cannoni rappresentato da due delfini reso visibile dalla grande nitidezza delle immagini.

Il futuro del San José è ancora incerto e sussistono una serie di implicazioni legali in merito al legittimo possesso del suo tesoro. Altro aspetto in discussione è su quali azioni devono essere intraprese per preservare l’importanza storica del relitto. Il governo colombiano starebbe progettando la realizzazione di un museo dedicato alla nave ed alla sua storia ma il pericolo che il relitto possa essere depredato esiste. I mezzi subacquei commerciali sono ormai in grado di operare autonomamente a grandi profondità e i tesori trasportati dal galeone potrebbero suscitare l’interesse di molti predatori degli abissi.
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Giorgio Caramanna
geologo marino e ricercatore scientifico subacqueo
Director Geo Aqua Consulting
Barnstable/Yarmouth, Massachusetts Area
www.geoaquaconsulting.com

 

 

 

 

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