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Le navi dei veleni

Reading Time: 4 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: EMERGENZE AMBIENTALI
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANI
parole chiave: inquinamento marino, scorie

 

L’espressione «nave dei veleni» è usata per indicare qualsiasi tipo di imbarcazione che trasporti merce particolarmente pericolosa e nociva, che viene deliberatamente affondata. Sono navi cariche di rifiuti tossici altamente pericolosi affondate nel Mar Mediterraneo dalla ‘ndrangheta con la complicità di imprenditori e con la copertura di elementi deviati dei servizi segreti.

Il primo ad indagare sul fenomeno fu il capitano di fregata Natale De Grazia della Marina Militare, morto in circostanze misteriose nel 1995 mentre si recava a La Spezia per  indagini in merito ad una di  queste navi, la Latvia, una bagnarola usata dai servizi segreti russi, e poi venduta ad un prezzo superiore di quello del valore reale. Poteva essere stata utilizzata come “bagnarola” per traffici illegali di varia natura?  Forse rifiuti nucleari o tossico-nocivi da affondare lungo il tragitto?  Dalla fine degli anni ’70 sarebbero almeno trenta le navi affondate nel Mediterraneo in circostanze ambigue. Gli inquirenti da tempo sospettano un nutrito traffico di rifiuti pericolosi dal Nord Europa verso la costa del basso Tirreno e dai Paesi dell’Africa verso le coste italiane. Sin dagli anni Settanta, complice la carenza legislativa nazionale ed internazionale, il nostro Paese fa ricorso al dumping ambientale per liberarsi dei propri rifiuti industriali. Il Sud del mondo è il principale destinatario delle sostanze più velenose e più costose da smaltire: Somalia, Guinea, Mozambico, Libano etc.

Negli anni Ottanta le proteste ambientaliste e dei Paesi vittime dei traffici spingono le Nazioni Unite e i Paesi esportatori a riprendersi i rifiuti: partono dall’Italia diverse navi con il compito di rimediare al grave imbarazzo internazionale. Tra queste la Jolly Rosso, la Zanoobia, la Keren B vengono ingaggiate dal governo italiano per rimpatriare le sostanze tossiche esportate: verranno ricordate nella stampa come le navi dei veleni. Scrive il quotidiano Calabria Ora che secondo l’ammiraglio Bruno Branciforte, allora capo dei Servizi segreti italiani, sarebbero 55 le navi affondate per occultare rifiuti tossici. Secondo la Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIII legislatura sarebbero invece 39 gli affondamenti che non convincono, avvenuti tra il 1979 e il 1995. Di una di queste, la Rigel, inabissata il 21 settembre del 1987, la magistratura ha accertato in tre gradi di giudizio l’affondamento fraudolento e la corruzione dei doganieri; come molte altre navi affondate trasportavano blocchi di cemento e granulato di marmo, sostanza capace di schermare le radiazioni. La Rigel è affondata al largo di Capo Spartivento, provincia di Reggio Calabria, in un punto ben preciso: nessuno fino ad oggi ha provato a recuperare il relitto.

La nave Jolly Rosso arenata sulla spiaggia di Amantea in provincia di Cosenza nel 1994 . ANSA/ Francesco Arena

Tali navi vengono affondate volutamente insieme al loro carico di morte: un salto di qualità nella strategia criminale, perché si truffa l’assicurazione e si fa piazza pulita in un colpo solo di scorie tossiche e radioattive. Dagli anni Ottanta, come spiegano i tanti magistrati impegnati nel difficile lavoro di indagine, si muove su uno scenario internazionale una vera e propria holding con forti agganci economici ed istituzionali nei diversi Paesi. Grazie al coinvolgimento di loschi individui, imprenditori, faccendieri con coperture politiche e statali deviate in combutta con la criminalità organizzata prende piede quello che vengono definite  un “intrigo radioattivo”. I documenti forniti dal Sismi (servizio informazioni e sicurezza militare) portarono alla luce una storia di traffici illegali che dagli anni ’70 ed arriva fino alla metà degli anni 2000 furono condotti nei mari. Sta di fatto che sono tante le navi che affondano in maniera sospetta, senza lanciare il may day, con carichi e destinazioni sospette.

La nave Zanoobia partì l’11 febbraio 1987, con 10.500 barili di rifiuti industriali tossici, che viaggiarono da Gibuti, al Venezuela, dalla Siria, alla Grecia, nella ricerca di un Paese disponibili ad accettare il suo carico scomodo.  Dopo un anno e mezzo di peregrinaggio tra Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, essi tornarono al suo punto di partenza, l’Italia e vennero sbarcati a Genova, quando lo Stato italiano si fece carico di smaltirli.

Navi che scompaiono dai radar, insieme ai loro equipaggi, senza motivo e, stranamente, proprio nei punti più profondi dello Jonio o del Tirreno. Navi che secondo testimonianze e documenti investigativi risultano essere state caricate di rifiuti tossici e/o radioattivi. Fino ad oggi, a causa delle notevoli profondità, non si è mai recuperato alcuno dei relitti sospetti e nessuno sa quali misteri essi nascondano. 

Come è emerso in diverse inchieste, spesso ai traffici di rifiuti si sono intrecciati quelli delle armi; con ogni probabilità, proprio indagando su una di queste piste, in Somalia nel 1994 furono uccisi a poca distanza dall’ambasciata italiana di Mogadiscio la giornalista Ilaria Alpi, inviata del Tg3 in Somalia, insieme all’operatore Miran Hrovatin. Nessuna certezza è arrivata da processi e commissioni parlamentari su chi avesse ordinato l’omicidio, ma anche su chi fossero i sette uomini del commando che sparò sull’auto dei giornalisti. Ed il caso ha rischiato di essere chiuso.

In conclusione, come confermato dai rapporti degli investigatori, il Mar Mediterraneo sembra sia stato in passato la tomba di navi caricate di veleni, un’attività congiunta tra organizzazioni criminali mafiose, imprenditori senza scrupoli ed istituzioni deviate. C’è bisogno di chiarezza.

Nicola Di Battista
Pagina Facebook: care the oceans organizzazione di volontariato
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