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La colpa non è della plastica, è nostra di Marco Ferrazzoli

tempo di lettura: 3 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: EMERGENZE AMBIENTALI
PERIODO: ODIERNO
AREA: OVUNQUE
parole chiave: plastica in mare

 

Di recente si è parlato molto di plastica, e molto male. Un materiale da decenni nell’occhio del ciclone per l’uso indiscriminato che se ne fa, destinato per la gran parte a finire in rifiuto e, fino a qualche tempo fa, poco o per nulla riciclato, è adesso oggetto di una presa di coscienza collettiva.

Nelle settimane e nei mesi scorsi, si sono tenute diverse giornate dedicate, iniziative di informazione e riflessione come ‘Fatti di plastica’, svoltasi a Roma su iniziativa del dipartimento Terra e ambiente del Cnr, campagne mediatiche quali quelle di Sky e Repubblica. La presa di coscienza ha soprattutto animato importanti provvedimenti normativi, che tra l’altro hanno stabilito la messa al bando in molti paesi di shopper e cotton fioc, materiali non riciclabili. Stiamo facendo i conti, salatissimi, con alcune contraddizioni del nostro sistema consumistico. In primis, aver adottato uno dei materiali più durevoli, con tempi di biodegradazione fino a mille anni, come materia prima degli oggetti usa-e-getta. Questo non deve farci dimenticare che la plastica è un elemento ineliminabile della vita contemporanea, il ruolo che essa ha rivestito nello sviluppo delle società moderne, fino a divenire un’icona dello sviluppo e del progresso materiale. I meno giovani ricorderanno le pubblicità del Moplen con Gino Bramieri ma forse persino alcuni di loro ignorano che ai polimeri è dovuto uno dei pochissimi Nobel scientifici italiani, quello di Giulio Natta, che tra gli altri rivestì anche incarichi presso il Consiglio nazionale delle ricerche.

L’errore che commettiamo è quello di scaricare su un materiale o sugli oggetti che se ne ricavano, come fossero un capro espiatorio, colpe e responsabilità che sono soltanto nostre. Un minimo di coscienza civica, di sensibilità per l’ambiente e di logica bastano per capire quali comportamenti evitare e quali adottare. Questi ultimi si riassumono nelle cosiddette “3 R”: riduco, riuso, riciclo. Un impegno che deve coinvolgere tutti gli stakeholder, dai cittadini alle istituzioni, dai media alle associazioni ambientaliste, dalla ricerca scientifica alla scuola, e tutta la filiera che parte con la produzione industriale e, purtroppo, termina con la dispersione indiscriminata dei rifiuti.

Durante ‘Fatti di plastica‘ sono state diffuse immagini e cifre impressionanti: oltre 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica generati ogni anno in Europa, meno del 30% delle quali viene recuperato; un milione al secondo solo le bottiglie acquistate ogni minuto (in luogo delle vecchie bottiglie di vetro ‘vuoto a rendere’), 500 miliardi i sacchetti utilizzati ogni anno (le borse telate riutilizzabili sono però sempre più diffuse). Un ovvio, enorme danno all’ecosistema, soprattutto marino, all’ambiente, alla catena trofica e all’uomo stesso, sul piano economico e su quello della salute.

Un paio di ricordi personali, per quanto privi di valore scientifico, possono aiutare a rendere l’idea della globalità di questo problema. In Senegal, paese dove si percorrono chilometri e chilometri senza incontrare traccia umana e di fermarsi in villaggi con poche persone, si viaggia quasi sempre lungo strade affiancate da un continuo svolazzare di sacchetti, soprattutto residui di sacchi neri nei quali viene trasportata qualunque merce e poi abbandonati in cumuli che il vento non fatica a disperdere. A Ny Alesund nelle Isole Svalbard, nel Circolo Polare Artico, una località abitata da poche decine di ricercatori e soggetta a una ferrea disciplina per quanto riguarda il trattamento dei rifiuti, basta una passeggiata di pochi metri sul fiordo per imbattersi nei resti di plastica più vari.

È il segno di quanto ricerche e cronache attestano senza ombra di dubbio: non c’è lembo del Pianeta, ma soprattutto delle sue acque, immune da quest’epidemia di inciviltà, che non ha confini, non conosce zone franche, colpisce persino le aree protette e più estreme. Lo vediamo con i nostri occhi con le cosiddette isole di plastica o gli animali soffocati, che hanno il paradossale vantaggio di essere appunto visibili e costringerci a fare i conti con la situazione. Ancora più insidioso è l’inquinamento invisibile che avviene alla dimensione micro e nano: chi di noi riflette, per esempio, sul battistrada dei pneumatici, consumato sull’asfalto e poi disperso dagli agenti atmosferici?

La conoscenza è la base ineludibile della consapevolezza. Se vogliamo comprendere appieno l’inquinamento da plastica e la marine litter e trovare soluzioni idonee dobbiamo puntare sulla ricerca, altrimenti rischiamo di scandalizzarci e solidarizzare empaticamente. Questo non è il problema di un giorno, è un problema di sempre.

Marco Ferrazzoli

articolo originale pubblicato da Almanacco della Scienza

 

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