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livello elementare.
ARGOMENTO: AMBIENTE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Plastiche in mare, ambiente marino
Con questa foto, Ryan Stalker, vincitore del concorso fotografo inglese naturalista dell’anno 2024, ha immortalato uno strano connubio: un pallone che galleggia al largo delle coste del Dorset, Regno Unito al di sotto del quale si è insediata una colonia di peduncolata, dei crostacei invasivi originari dei tropici. La palla sicuramente aveva certamente trascorso molto tempo, forse anni, in mare aperto, prima di arrivare in prossimità del Regno Unito.

photo credit @ Ryan Stalker, vincitore del concorso fotografo inglese naturalista dell’anno 2024
Un esempio della invasività delle plastiche nei nostri mari che possono portare a conseguenze molto gravi in molti organismi. Chi lo avrebbe mai detto che in acque lontane come quelle artiche, anche il krill ne sarebbe stato colpito. Come ricorderete, il krill antartico si nutre di fitoplancton, organismi oceanici che assorbono naturalmente la CO2. Tramite i loro escrementi, che si sedimentano sul fondo dell’oceano, il krill contribuisce a rimuovere e stoccare l’anidride carbonica. Recentemente è stato scoperto che le nano plastiche influenzano la riproduzione di questo importantissimo nutrimento.
Facciamo un passo indietro: la scoperta della Great Pacific Garbage Patch, formatasi a causa della North Pacific Subtropical Gyre, un sistema circolare di correnti oceaniche e di venti che si estende dalla California al Giappone, fu casuale. Alcuni ricercatori californiani scoprirono questo ammasso di plastiche raccolte da questo gigantesco vortice marino, noto sin dall’antichità. La maggior parte dei detriti risultò costituita da plastica, che a causa dell’attrito tra i diversi componenti si scomponeva in pezzi sempre più piccoli, un accumulo di miliardi di detriti e rifiuti proveniente dai litorali e dalle navi di tutto mondo. Quello che gli scopritori non realizzarono è che parti di questi detriti erano destinati ad entrare nella catena alimentare degli organismi marini … e quindi anche nella nostra.

La North Pacific Subtropical Gyre ha un movimento a spirale in senso orario: il centro di tale vortice è una regione dell’Oceano Pacifico, detta latitudine dei cavalli perché, al tempo della navigazione a vela, quando i velieri giungevano nella fascia compresa tra i 3 e gli 11 gradi di latitudine nord, in una fascia dell’equatore compresa tra il tropico e l’Equatore, entravano in una zona di assenza di vento ovvero di calma equatoriale. I marinai spesso venivano obbligati dal mare calmo e dal poco vento a sostare per diversi giorni, a volte per settimane, per cui dovendo razionare le loro provviste di acqua, le prime vittime erano proprio i cavalli che, avendo bisogno di bere molto, dovevano essere sacrificati e gettati in mare.

I marinai per capire se fosse in arrivo un refolo di vento gettavano in mare delle piume di gallina sperando di vederle muoversi in superficie, ma spesso restavano nello stesso punto anche per tre giorni. A volte mettevano a mare le lance per rimorchiare a remi il veliero fuori dalla calma piatta. Con le scorte in esaurimento, gli equipaggi e gli animali disidratati, la scelta era quindi obbligata, ed i cavalli, nonostante costituissero preziosa merce di scambio, morivano e venivano gettati in mare. Dopo la sua occasionale scoperta, i ricercatori incominciarono a studiare questa area ciclonica che raccoglie i rifiuti galleggianti facendoli aggregare fra di loro, dando origine ad una enorme piattaforma di spazzatura che si sviluppa dalla superficie verso il basso come un grande iceberg.

Un ammasso enorme di plastiche
E’ stato valutato che la Great Pacific Garbage Patch sia composta da oltre 1.800 miliardi di frammenti, con un peso complessivo di circa 80 milioni di chilogrammi. Per dare un’idea, una superficie grande tre volte la Francia. Ma la grande isola di plastica del Pacifico è soltanto uno degli ammassi plastici presenti nei mari di tutto il mondo. In particolare, le microplastiche, ovvero quelle particelle plastiche di dimensioni minori di 5 millimetri, costituiscono il 94% dei rifiuti di questa enorme distesa. Insieme a loro parti di dimensioni ancora minori, come le nano plastiche, e maggiori (macro plastiche) che talvolta si intrecciano fra loro creando degli ecosistemi ibridi. Essi sono formati da reti alla deriva, rottami di barche e di container e materiali sfusi, fra di loro collegati da strutture organiche ch eli stanno colonizzando.
Ogni anno 11 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, e solo l’1% di questa si accumula in queste regioni di materiali plastici galleggianti favorite dalle correnti, non esiste infatti una sola isola di plastica oceanica. Si pensa che gran parte dei rifiuti rimanga entro i 160 km dalla costa, sospinta dai continui movimenti delle correnti finché non si disintegra in pezzi più piccoli che sono stati rintracciati anche nei ghiacci artici. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento da PCB (policlorobifenili), considerati inquinanti persistenti dalla tossicità in alcuni casi simile a quella della diossina. Inoltre le plastiche, a causa della loro struttura microporosa, possono essere anche dei portatori di inquinanti biologici come virus e batteri.

Questi ammassi, che si ritrovano anche nel Mediterraneo, costituiscono un nuovo tipo di ecosistema dove la plastica funge da supporto a colonizzazioni di diversi tipi di organismi eterotrofi (organismi che si nutrono prelevando sostanze organiche da altri), autotrofi (organismi capaci di fabbricarsi da soli il proprio nutrimento), predatori e simbionti, tra cui diatomee e batteri, alcuni dei quali potrebbero essere in grado di degradare la materia plastica e gli idrocarburi. La plastica, a causa della sua superficie idrofobica, presenta una maggior resistenza alla degradazione e si presta quindi ad essere ricoperta da strati di colonie animali e microbiche.

La vita marina si è adattata a questa enorme distesa di plastica. Si è scoperto che su di essa si è formato un nuovo ecosistema, costituito soprattutto da neuston, organismi che vivono appena sopra o sotto la superficie dell’acqua, come insetti marini, invertebrati, crostacei, molluschi, meduse. Questo particolare habitat offre loro vantaggi specifici, come la protezione dai predatori e l’accesso a correnti che possono trasportare nutrimenti. Il 90% dei reperti di plastica dell’isola del Pacifico analizzati ospitano piante marine ed animali, di cui tre quarti di provenienza costiera, che si sono adattati a vivere in mare aperto. Quindi la Great Pacific Garbage Patch non è solo un accumulo di immondizia, ma è diventato un ecosistema vivente cosa ci invita a riflettere sul nostro impatto ambientale. La lenta biodegradazione dovuta anche all’azione della luce solare crea sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Va compreso quindi che questi residui entrano inevitabilmente nella catena alimentare e non sono metabolizzabili dagli organismi .
Quali sono le conseguenze di questo disastro ambientale sulla vita in mare?
Le più evidenti sono i danni diretti, per ingestione, per soffocamento o per altre curiose interazioni con delfini, tartarughe e altri grandi animali che vengono a contatto con le parti meno appariscenti ma potenzialmente letali di imballaggi ed altro. Purtroppo non esistono metodi efficienti per ripulire gli oceani dalla plastica; ogni iniziativa, anche quella più lodevole, da risultati trascurabili. Il modo migliore per ridurre la Great Pacific Garbage Patch, e gli altri ammassi intorno al mondo, è evitare che la plastica entri in mare. Ciò significa ridurre il consumo di plastica monouso, come cannucce, bicchieri e sacchetti e riutilizzare o riciclare gli oggetti di plastica. Sono già disponibili in commercio materiali simil plastica compostabili che possono aiutare a ridurre questo pernicioso impatto. Per quanto concerne quella già nell’ambiente si decomporrà in migliaia di anni ma non senza conseguenze. Dobbiamo continuare a sensibilizzare ed educare le persone sull’impatto dell’inquinamento da plastica sull’ambiente marino informandole sulle ancora imprevedibili e inevitabili ripercussioni sulla salute umana.
Vincenzo Popio
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in anteprima, a seguito delle ultime ricerche sull’impatto delle plastiche nei nostri tessuti, sono state riscontrate nano plastiche provenienti dai cibi di cui ci nutriamo e nell’acqua che beviamo … la plastica è ormai nella nostra dieta – @ photo credit andrea mucedola
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