Sardegna, le navicelle bronzee nuragiche – Parte II : lo stato delle ricerche di Pierluigi Montalbano

Redazione OCEAN4FUTURE

22 Febbraio 2026
tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA
PERIODO: II MILLENNIO a.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Sardegna

Mentre l’Italia continentale protostorica ha già da qualche tempo acquisito un inquadramento cronologico alquanto definito, lo stesso non può ancora dirsi per la Sardegna. Ciò deriva da alcune peculiarità della cultura nuragica caratterizzata, come rilevato da vari autori, da un forte senso di continuità.1 Inoltre, le specificità tipologiche dei reperti ceramici e metallici sardi spesso non consentono immediati agganci con altre facies culturali meglio conosciute. Un contributo importante è stato dato dal recente lavoro di archeologi che hanno pubblicato classificazioni aggiornate.
La problematicità nella periodizzazione è non di meno connessa con le vicende legate alla storia degli studi. Nonostante sia stato condotto un numero relativamente elevato d’indagini archeologiche nell’isola, in villaggi, santuari e nuraghi, poco di tali ricerche è stato pubblicato in maniera estensiva ed esaustiva. Sebbene negli ultimi anni sembra potersi osservare una inversione di tendenza, tali carenze limitano l’accesso, da parte della comunità scientifica, a dati indispensabili alla comprensione della cultura nuragica. Tuttavia negli ultimi quindici anni gli studiosi sono riusciti a colmare la lacunosità nell’edizione dei materiali e hanno elaborato una sequenza cronologica complessiva delle varie classi di materiali.2

Un buon esempio è costituito dai ripostigli, rinvenuti in notevole numero nell’isola. I ripostigli, per la loro stessa natura, possono essere formati da manufatti di diversi periodi ed è sempre difficile la classificazione. Di essi ancora oggi la grande maggioranza resta inedita o pubblicata in maniera approssimativa; spesso si dispone unicamente di vecchie e imprecise illustrazioni, talora risalenti alla metà dell’Ottocento, come per taluni studi dello Spano. E’ stato in tal modo assai difficile condurre uno studio moderno e puntuale sui materiali archeologici.

La carenza risulta tanto più grave considerando l’enorme importanza rivestita dal metallo e dalla metallurgia nello sviluppo di tutta la preistoria della Sardegna. L’isola è, infatti, ricca di giacimenti metalliferi, che sono stati oggetto di intenso sfruttamento dalla preistoria sino a pochi anni fa. Vi si trova il rame, il ferro, il piombo, l’argento e persino, pur se in ridotte quantità, lo stagno, tutte materie prime attivamente ricercate in antico ed intorno alle quali ruotavano cospicui interessi economici e commerciali.
I giacimenti metalliferi sono diffusi in gran parte del territorio; il mineralogista Billows 3 giunse a enumerarne oltre quattrocento. Vi sono tuttavia delle aree dove le mineralizzazioni sono più diffuse ed abbondanti e dove si è quindi maggiormente concentrata nei secoli l’attività mineraria, come il Gerrei, l’Iglesiente, l’Arburese, il Sarrabus, il Sarcidano e la Nurra.

Com’è noto la necessità di approvvigionarsi di tali ricchezze fu la principale molla che spinse i naviganti egei a stabilire contatti continuativi con le comunità indigene della penisola e d’altre regioni occidentali italiane sin dagli inizi della media Età del Bronzo, nella prima metà del II millennio a.C. Già in quel periodo la Sardegna vantava una lunga tradizione metallurgica: le sue prime attestazioni di lavorazione dei metalli risalgono infatti alla fine del Neolitico, facendo anzi supporre che l’isola sia pervenuta in modo autonomo alla scoperta delle tecniche di estrazione dei metalli.
Non va dimenticato che per il mondo antico, e non solo per esso, i metalli avevano una valenza strategica, paragonabile per molti versi a quella che ora riveste il petrolio nell’economia moderna. I popoli che possedevano tali ricchezze, ed erano capaci di sfruttarle, potevano giocare un ruolo privilegiato nel contesto geopolitico dell’epoca. I tesori del sottosuolo stimolavano inevitabilmente appetiti e cupidigie, con i conseguenti tentativi di appropriarsene non sempre pacificamente. I numerosi nuraghi eretti a tutela del territorio dimostrano ancora oggi come gli antichi Sardi fossero consci della necessità di difendersi da tali pericoli.

Il Mediterraneo dell’età del Bronzo era un mondo in cui gli scambi fra culture diverse, anche geograficamente distanti, non si limitavano a quelli unicamente commerciali, ma investivano anche la sfera sociale e culturale. Le scoperte archeologiche ci mostrano un reticolo di contatti multidirezionali, provenienti dai quattro punti cardinali, e dimostrano come il Mediterraneo fosse una vera autostrada in cui viaggiavano uomini, merci e idee.
Anatolia, Egitto, Vicino Oriente, Grecia, Italia, Europa centrale e occidentale entrarono da protagoniste in questo gioco dinamico.

Le grandi isole, Cipro, Creta, Sicilia e Sardegna vi svolsero un ruolo chiave, e istruttivo in questo senso è il relitto risalente all’età del Bronzo rinvenuto anni fa lungo la costa turca presso Ulu Burun. In esso si rinvennero, a costituire il carico della nave, gioielli e scarabei egiziani, avori siriani, anfore cananee, sigilli mesopotamici, ceramiche micenee, armi provenienti dall’area italiana e lingotti di rame ciprioti dalla caratteristica foggia “a pelle di bue”. Come vedremo più avanti, lingotti del tutto simili sono stati scoperti in gran numero, sia interi sia frammentati, in vari siti della Sardegna.
Fine II parte – continua
Pierluigi Montalbano

estratto dal saggio Sardegna: Le navicelle bronzee nuragiche
Capitolo I  Caratteristiche culturali e la metallurgia pre-protostorica in Sardegna
non tutte le immagini sono tratte dal saggio – in anteprima

Note
1 Lilliu 1982, p. 11; Lilliu 1988, pp. 417-418
2 Ugas 2006
3 Billows 1935, pp. 2429.
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