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livello elementare.
ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA
PERIODO: II MILLENNIO a.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Sardegna
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Iniziano oggi la pubblicazione di un interessante saggio del prof. Pierluigi Montalbano dell’Università di Cagliari, sulle navicelle nuragiche, pubblicato su Academia.edu Sardegna: Le navicelle bronzee nuragiche, che descrive le caratteristiche culturali e la metallurgia pre-protostorica della grande civiltà nuragica, descrivendo le caratteristiche delle imbarcazioni tra il II ed il I millennio a.C. Buona lettura
Sardegna: le navicelle bronzee nuragiche di Pierluigi Montalbano
Premessa
Ho pensato di realizzare questo lavoro partendo dagli aspetti materiali delle culture che si sono succedute durante le età del Bronzo. Finalizzata all’indagine degli aspetti legati alla produzione delle navicelle bronzee, la ricerca è partita dal periodo precedente, il Neolitico, utilizzando un linguaggio semplice, fruibile anche da chi volesse avvicinarsi alla lettura non avendo conoscenze archeologiche poiché sono convinto che la divulgazione sia uno dei pilastri che compongono le fondamenta delle discipline storiche e archeologiche. Questo lavoro è dedicato anche a quelle figure che lavoreranno a contatto con i turisti, spesso stranieri e che devono, pertanto, impadronirsi di un vocabolario di termini semplici e di facile comprensione. Ritenendo opportuno “calarmi nei panni del visitatore di siti” ho preferito dare un senso logico e storico alla trattazione, evitando di dettagliare con termini inusuali ogni argomento. Sono convinto che ciò che caratterizza il “modo di vivere” di una popolazione sia strettamente legato all’ambiente che lo circonda.
La mia proposta ha tre obiettivi:
1) mostrare la qualità delle scoperte e delle invenzioni antiche, molte delle quali si sono mantenute attuali almeno fino alla rivoluzione industriale;
2) indagare sui motivi che hanno spinto le popolazioni protosarde a fare della produzione e del commercio dei prodotti metallurgici una attività primaria;
3) partecipare all’acquisizione della consapevolezza che in Sardegna esiste la possibilità di incrementare il turismo valorizzando le risorse architettoniche e materiali dei nostri antenati.
L’indagine ha affrontato diversi aspetti che legano la metallurgia alle abitudini di vita delle popolazioni: sfruttamento del sottosuolo, produzione, circolazione e varietà dei manufatti. I prodotti erano richiesti per soddisfare diversi bisogni: attrezzature da lavoro e da guerra, ornamenti e doni votivi. Si svilupparono reti di scambi commerciali per l’approvvigionamento di materie prime non disponibili.
Prima di addentrarci nella descrizione occorre fare una considerazione: ogni studioso di archeologia sa bene che prima di affermare la validità di una datazione occorre valutare la congruità tra i campioni esaminati e il contesto che si vuole trattare, manufatti mobili o immobili che siano, e ciò indipendentemente dal metodo di datazione che si voglia privilegiare. A mio parere questa responsabilità è competenza della fisica e di altre scienze, che devono collaborare in stretto accordo con l’archeologia. Le date riportate in questo lavoro, di conseguenza, non sono frutto di analisi personali ma derivano esclusivamente dalla lettura dei testi riportati nella bibliografia. Il nocciolo di questo lavoro include i rapporti di scambio che si sono creati tra i protosardi e le altre popolazioni mediterranee che, venendo a contatto con la Sardegna e con le sue risorse metallifere, ne hanno influenzato, nel bene e nel male, le abitudini di vita.
La strozzatura fra Lilibeo e Capo Bon, che per Frau rappresentano le Colonne d’Ercole, ha diviso il bacino del Mediterraneo in due parti per lungo tempo, occidentale e orientale. Quando l’area italiana entrò pienamente nell’età storica, intorno alla metà dell’VIII a.C., proprio il Canale di Sicilia costituì lo spartiacque fra due aree separate e distinte: il mondo della colonizzazione greca da un lato e quello della colonizzazione commerciale fenicia, e poi cartaginese, dall’altro. Sporadicamente ci furono scontri, non unicamente commerciali, per il controllo della Sicilia, chiave strategica di controllo dello stretto e dei traffici di materie prime che vi transitavano.

Carta della densità per Km2 dei nuraghi in Sardegna, 2013 – Fonte elaborazione su disegno di T. Kriek pubblicata su Giovanni Lilliu: La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei Nuraghi, 2003 – Autore Fulvio314
Secondo Aristotele, il mare oltre le Colonne sarebbe poco profondo e non ventoso, per Dicearco, citato da Polibio, le Colonne sarebbero state, rispetto al Peloponneso, più vicine che non la fine dell’Adriatico; Erodoto, a proposito delle fonti di approvvigionamento dello stagno, afferma esplicitamente di non sapere dove finisca l’Europa a Occidente: “… queste che ho nominato sono le regioni estreme in Asia e in Libia; per quelle d’Europa, a Occidente, non posso dire nulla con sicurezza… come non so che vi siano delle Isole Cassiteridi, dalle quali ci verrebbe lo stagno” (Storie, III, 115).
Solo a seguito dello stimolo fornito dalle conquiste di Alessandro Magno a Oriente, che avevano ampliato considerevolmente il mondo conosciuto, Eratostene nella metà del III a.C. spostò verso ovest la posizione delle Colonne, modificando in tal modo le concezioni geografiche precedenti. La Sardegna, che gli antichi percepivano come un’isola assai più grande di come sia realmente a causa delle sue coste frastagliate, finisce così per trovarsi “al di là delle Colonne d’Ercole“, fornendo una imprevista chiave di lettura al vecchio mito dell’Isola di Atlante inventato da Platone, sulla cui ipotetica identità storica sono stati versati fiumi di inchiostro.
Il paesaggio dell’isola è ancora oggi dominato dalle maestose e inquietanti strutture dei nuraghi, che non trovano precisi paralleli in altre parti dell’occidente mediterraneo. La loro disposizione strategica, a controllo di coste, vie di penetrazione e aree minerarie doveva rendere l’antica isola un territorio presidiato palmo a palmo. La civiltà che li ha prodotti, quella nuragica, presenta ancora oggi lati poco noti; solo negli ultimi decenni la ricerca archeologica ha condotto indagini sistematiche e metodologicamente moderne per giungere a una migliore e più approfondita comprensione delle sue dinamiche storiche e culturali.
Il mare è il vero protagonista dei commerci dell’antichità e i Nuragici erano probabilmente abili naviganti, come ci testimoniano le loro navicelle bronzee, rinvenute sia sull’isola che nell’Italia continentale, che riproducono con sorprendente capacità tecnica le imbarcazioni di questo popolo. Il Mediterraneo è da sempre un mare che, più che separare, unisce genti e culture, anche quando sono, almeno ufficialmente, diverse e ostili, come ben dimostra il caso di Eracle/Melkart, che aiutava e proteggeva con eguale sacra benevolenza i marinai greci, i levantini e gli altri partecipanti a quella koinè commerciale. Il dovere primario di ciascun ricercatore è il dubbio: induce a escogitare nuove ipotesi, per poi vagliarle e magari rielaborarle ancora, ma che spinge sempre a cercare più in là, a superare quelle “invalicabili” Colonne d’Ercole che sono ovunque, perché in noi stessi. Istoria, nell’antica lingua greca, vuole dire inizialmente proprio investigazione, indagine. Persino solo su un dubbio. Bisogna essere disposti poi a ragionarci, a discuterne e a cercare conferme o smentite, magari impastate insieme.
Introduzione
Nel II Millennio a.C. la metallurgia fu la scoperta tecnologica caratterizzante, tanto da dare il nome a diverse fasi culturali della preistoria e della protostoria: Età del Rame o Calcolitico, Età del Bronzo e del Ferro.
Della metallurgia interessano diversi aspetti: la ricerca dei minerali, i processi di fusione, il commercio delle materie prime e dei manufatti. A seguito della scoperta dei metalli nacquero nuove professioni come quella del fabbro itinerante.
La civiltà nuragica si sviluppò tra l’Età del Bronzo e gli inizi del I Ferro e ancora oggi ci sorprendiamo nell’ammirare tanto i resti delle più elaborate architetture dell’epoca, i nuraghi, quanto i manufatti che gli artigiani, in particolare i fonditori, seppero creare, a cominciare dalle armi e dalle sculture. La Sardegna fu tra le protagoniste nei tempi della prima metallurgia, grazie soprattutto alle miniere di rame e argento. Questi metalli, dopo l’ossidiana, hanno interessato i commerci in tutto il Mediterraneo.
Un’altra isola diede impulso ai commerci dell’epoca: Cipro, la terra del rame. Insieme a Creta e alla Sardegna, costituivano l’asse portante dei commerci navali nel Mediterraneo.
Tutti i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo cercavano di scambiare i propri prodotti con le materie prime ricavate dalle miniere, poiché i minerali erano di difficile reperibilità, ad esempio lo stagno. Per ottenere un bronzo di qualità si aggiungeva al rame una percentuale di stagno del 10% circa. Giacimenti quantitativamente interessanti si trovavano in Cornovaglia, Bretagna e Spagna, lontani dalle miniere di rame. Una delle vie commerciali di tale minerale, la cosiddetta “via dello stagno”, transitava attraverso lo stretto di Gibilterra. Una valida alternativa era offerta via terra partendo dalla Liguria, attraverso i territori di Francia e Spagna. Lungo queste vie sorsero approdi e centri di scambio che incrementarono la ricchezza delle popolazioni produttrici di tali risorse.

Il mare era sostanzialmente un’autostrada commerciale e la Sardegna non poteva essere estranea nel II Millennio a.C. quando ospitò circa 8.000 nuraghi distribuiti a controllo di ogni palmo del territorio. I nuraghi complessi, i grandi castelli dell’isola, necessariamente sono in rapporto con la disponibilità di notevoli risorse economiche e la circolazione di considerevoli quantità di metallo, come peraltro confermano i frequenti ritrovamenti di lingotti in rame. Ma finché furono costruiti i nuraghi tra il XVI e il X secolo a.C, le rappresentazioni della divinità in epifania antropomorfa o zoomorfa sono essenzialmente aniconiche (betili, disegni schematici della testa taurina).
Intorno al X secolo a.C. dopo 600 anni si assiste a un epocale cambio strutturale nella società protosarda. Il crollo dei nuraghi, dovuto probabilmente alla scarsa manutenzione causata dal costo notevole e al venir meno della sua simbologia legata alla maestosità, provoca un effetto collaterale: la cacciata dei capi della obsoleta società, precedentemente divisa in clan contrapposti, lascia il posto a governi presieduti da assemblee di anziani, verosimilmente rappresentanti di famiglie aristocratiche. I nuraghi non sono più costruiti e quelli in buono stato, o di proprietà di famiglie con notevoli risorse economiche, sono trasformati in luoghi di culto, come attestano gli scavi archeologici condotti al loro interno che hanno portato alla luce altari, vasche e materiali legati alla religiosità.
Nel Primo Ferro le espressioni figurative cambiano profondamente e appaiono le rappresentazioni a tutto tondo antropomorfe e zoomorfe, soprattutto in bronzo, ma anche in pietra e terracotta. La nuova classe dirigente consacra lo status di leaders della comunità attraverso piccole sculture bronzee che rappresentavano dei ed eroi da cui essi discendevano. Erano realizzate con il metodo della fusione a cera persa, a dimostrazione che i nuragici padroneggiavano la metallurgia già da molto tempo. Queste opere d’arte mostrano guerrieri, sacerdoti, oggetti d’uso comune, offerte, e immagini d’animali a tutto tondo.
In questo lavoro l’attenzione è però rivolta ad altre sculture di pregio in bronzo: le incantevoli navicelle. Sul significato di questi manufatti ancora oggi non c’è un’interpretazione univoca da parte degli archeologi. Si è pensato alla funzione votiva, a quella pratica di lucerna e di prezioso oggetto di scambio fra i capi delle società aristocratiche, anche al di fuori dell’isola. Va detto che una funzione non esclude le altre, ma certo il fatto che tali navicelle fossero di bronzo e non in semplice terracotta dimostra la loro pertinenza a famiglie o a gruppi che volevano ostentare il proprio status e la non comune disponibilità economica. Attraverso questi preziosi bronzi, emerge la conoscenza del mare e delle tecniche di navigazione, e soprattutto la tessitura di rapporti con altre regioni (Etruria, Magna Grecia) e popoli (Etruschi e Greci) che si affacciavano nel Mediterraneo.
Negli scafi sono raffigurati numerosi animali e altri simboli che marcano il dominio sui prodotti della terra oltre che il legame con le antiche forze della natura che essi rappresentano. Le navicelle sono certamente riproduzioni di barche dell’epoca e possono essere classificate in base alla forma dello scafo; questo può essere cuoriforme, ellittico come le capienti navi da trasporto o a sezione trapezoidale come le veloci navi da guerra dell’epoca.
Tutte le riproduzioni di bronzo, come le navi nella realtà, mostrano una protome prodiera di un animale che simboleggia l’epifania della divinità che protegge la barca e l’equipaggio. A differenza delle navi fenicie che propongono la testa equina, in Sardegna primeggia la testa del bue che, sul piano simbolico, rappresenta l’animale più importante fin dal Neolitico finale, quando fu raffigurato nelle domus de janas. Oltre la metà delle barchette è, infatti, caratterizzata dalla protome bovina. Gli altri animali più frequentemente rappresentati sono il cervo, il muflone, l’ariete, il caprone. Nella corrispondente produzione in terracotta, scoperta nel tempio/nuraghe di Su Mulinu a Villanovafranca da Ugas, compaiono anche esemplari di navicelle con protome ornitomorfa.
I singoli elementi costruttivi fanno emergere la dimestichezza dei sardi nuragici con il mare: alberi, modanature laterali, coffe di avvistamento, battagliole, barre di rinforzo e scalmi. La presenza di anelli per la sospensione e peducci alla base per poggiare gli oggetti su un piano, suggeriscono l’utilizzo di alcune navicelle anche come lucerne, forse in occasione di riti liturgici importanti. Più incerta è l’interpretazione delle colombelle che si possono ammirare sopra gli alberi. Per alcuni studiosi si tratterebbe della rappresentazione di veri animali che erano imbarcati per individuare la rotta da seguire, vista la loro capacità di dirigersi verso terra se sono liberati. Altri archeologi ipotizzano la funzione simbolica: quella della Dea femminile della fertilità, protettrice della navigazione. La mia idea è legata, invece, alla volontà dei committenti di rappresentare il cielo attraverso i due astri più importanti: il sole e la luna.
Le navi dell’epoca possono classificarsi da guerra o da carico: La forma stretta e lunga delle prime serve a ospitare tanti rematori per raggiungere una grande velocità; la sagoma larga e corta delle imbarcazioni da carico è idonea, invece, per aumentare la capienza. Non è un caso se l’albero per le vele sia una prerogativa esclusiva di queste navicelle panciute.
Queste sculture bronzee sono diffuse in tutto il territorio dell’isola. Oggi se ne contano oltre 150 e una dozzina sono state rinvenute anche nella penisola, prevalentemente in Toscana e nel Lazio. La cronologia è ancora al vaglio degli studiosi; secondo alcuni (Lo Schiavo) le prime barchette sarde risalirebbero al secolo XI a.C. Altri (Lilliu, Ugas) invece ritengono, sulla base delle stratigrafie e dei contesti che non siano anteriori al IX a.C. La mia opinione è che i dettagli che mostrano sono frutto di un lungo apprendistato da parte degli artigiani, e che ragionevolmente si può proporre un secolo di perfezionamento stilistico, così da portare la cronologia delle prime ad attestarsi intorno al 1.000 a.C.
La produzione durò almeno fino al VI a.C. e ancora oggi questi preziosi oggetti sono copiati per la loro originalità e bellezza. Diversi esemplari fanno parte di collezioni svizzere, tedesche e statunitensi e ciò dimostra indirettamente la straordinaria rilevanza anche estetica di queste opere, che talora appaiono come veri e propri capolavori.
Fine I parte – continua
Pierluigi Montalbano
estratto dal saggio Sardegna: Le navicelle bronzee nuragiche
Capitolo I Caratteristiche culturali e la metallurgia pre-protostorica in Sardegna
non tutte le immagini sono tratte dal saggio
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