Spie sull’Himalaya: una spy story raccontata nelle memorie di Mohan Singh Kohli, ufficiale della marina indiana e scalatore delle maggiori vette del tetto del mondo

Andrea Mucedola

30 Gennaio 2026
tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA CONTEMPORANEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: INDIA
parole chiave: Himalaia, CIA, India, Cina
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Durante la guerra fredda un generatore al plutonio scomparve su una delle montagne più alte del mondo nell’ambito di una missione segreta della CIA denominata Operation HAT (High Altitude Test) con lo scopo di monitorare le attività missilistiche cinesi. Questa è la sua storia.

Prima esplosione della bomba atomica cinese,16 ottobre 1964 – Fonte: *People’s Pictorial*, numero 1, 1965 – Autore: *People’s Pictorial* 1965-01 1964年 首次原子弹爆炸3 – Project 596 – Wikipedia

Gli Stati Uniti e l’India avevano un rapporto complicato ma erano entrambi preoccupati per le crescenti capacità nucleari della Cina. Grazie alla telemetria era possibile raccogliere dati sensibili sulle attività missilistiche di Pechino ma era necessario installare sulle alte montagne dell’Himalaya un intercettatore dotato di un generatore di lunga durata. Prima che la tecnologia solare prendesse piede, la NASA aveva preso in considerazione generatori adatti a far funzionare per lungo tempo e nelle condizioni più estreme per alimentare i loro strumenti destinati alle missioni spaziali. Questi sistemi convertivano il calore generato da materiali radioattivi in elettricità ed avevano dato ottimi risultati negli anni ’50 per alimentare la prima generazione di satelliti; di fatto, a metà degli anni ’60, si ipotizzò di impiegarli anche in un nuovo ambito: lo spionaggio.

Nell’ottobre del 1964, la Cina aveva fatto esplodere nella regione dello Xinjiang la sua prima bomba atomica, con un’esplosione di un ordigno da 22 chilotoni (più potente della bomba di Nagasaki). Il presidente statunitense Lyndon B. Johnson, ossessionato dall’idea che la Cina diventasse una potenza nucleare, decise di monitorare l’evoluzione nucleare della Cina ma sia gli Stati Uniti ché l’India non disponevano di intelligence umana all’interno del paese. Il generale USAF Curtis Le May, uno degli artefici della strategia nucleare americana, era anche membro del consiglio di amministrazione della National Geographic Society e, ad una festa della Associazione, incontrò Barry Bishop, fotografo e acclamato alpinista che aveva di recente raggiunto la vetta dell’Everest. Bishop orgogliosamente raccontò che da quelle cime era possibile vedere per centinaia di chilometri oltre il Tibet fino alla Cina. Dovette essere molto convincente per cui, la CIA lo convocò ed elaborò una missione impossibile: un gruppo di alpinisti americani si sarebbe recato in segreto sull’Himalaya per installare sulla cima di una montagna un sensore per intercettare i segnali radio dei test missilistici cinesi.

La montagna identificata fu il Nanda Devi (vedi foto in alto – da Nanda devi.jpg – Wikimedia Commons) da dove le informazioni raccolte sarebbero state poi ritrasmesse ad una base segreta a 80 chilometri di distanza, da lì a Nuova Delhi e infine al quartier generale della CIA per la decodificazione e la valutazione dei dati raccolti. Bishop era considerato una scelta ottima per la CIA: veterano militare, scientific adviser nello staff del Rear Admiral Richard Byrd, alpinista esperto in possesso di un’eccellente copertura mediatica, nonchè fotografo del National Geographic. Va premesso che all’inizio degli anni ’60, gli scienziati statunitensi avevano scoperto un modo per intercettare i segnali radio dei missili balistici sovietici. Costruendo una stazione di ascolto remota sulla cima dell’Himalaya, la CIA sperava di intercettare i segnali radio dei missili lanciati dal poligono di prova cinese di Lop Nur, a quasi mille miglia di distanza nella regione dello Xinjiang. Considerando la quota della stazione spia, il problema tecnico maggiore era la sua alimentazione; l’impiego di un generatore alimentato con plutonio, un materiale già sperimento sui satelliti spaziali, fu ritenuto idoneo per operare per lunghi periodi senza bisogno di continua assistenza.


Si trattava però di effettuare questa pericolosa missione in un Paese terzo, l’India, che era non da meno preoccupato della corsa all’armamento nucleare cinese. L’Intelligence Bureau indiano incaricò il Capitano Mohn Singh Kohli, un ufficiale della marina indiana ma anche alpinista provetto (sarebbe diventato in seguito il presidente del Indian Mountaineering Foundation) che aveva da poco guidato una spedizione sull’Everest. Inizialmente Kohli rimase perplesso dell’offerta ma Bishop si inventò una missione scientifica per studiare la fisica atmosferica e i cambiamenti fisiologici ad alta quota. Fu identificato il Nanda Devi, una vetta circondata da alte montagne e nota per essere una delle montagne più difficili da scalare al mondo; con i suoi 7.817 metri di altezza offriva una posizione strategica essendo all’interno dell’India ma svettante oltre il confine cinese. La preparazione subì un’accelerazione dopo lo scoppio della seconda bomba atomica cinese ma, nonostante le persistenti riserve del Capitano Kohli, l’8 giugno 1965 Bishop diede il via alla missione.
La squadra volò sul Monte McKinley, in Alaska, per una rapida esercitazione con gli alpinisti indiani partecipanti alla missione. I membri della squadra americana furono condotti in una struttura governativa segreta nella Carolina del Nord per familiarizzare con gli esplosivi, nel caso in cui avessero dovuto praticare dei fori nelle rocce del Nanda Devi per mettere in sicurezza la stazione di telemetria, ed un addestramento presso il quartier generale della Martin Marietta, che aveva costruito il dispositivo nucleare portatile. Il generatore, noto con la sigla SNAP-19C (SNAP sta per Sistemi per l’Energia Nucleare Ausiliaria) era un generatore terrestre a differenza di quelli progettati per il programma spaziale americano.

Nel generatore SNAP il combustibile, una lega di plutonio e stronzio (Pu-238, Pu-239 e Sr-90), era suddiviso in sette capsule. Ogni capsula aveva un rivestimento interno in tantalio (spessore 0,5 mm) con spazio vuoto sufficiente per l’accumulo di elio gassoso, il gas emesso dal decadimento radioattivo. Il rivestimento esterno a pareti spesse della capsula era in una lega di 2,5 mm di spessore, Haynes-25, composta da cobalto, nichel, cromo e tungsteno, che possiede proprietà di resistenza alle alte temperature e alla corrosione, oltre a un’elevata resistenza strutturale. Le capsule di combustibile erano installate in un blocco esagonale di grafite insieme ad altri accessori come termocoppie, materiale isolante termico, ecc. – Fonte https://defence.pk/threads/operation-hat-us-intel-ops-using-indian-soil-on-china-1964-1967.368833/

Gli americani ed i migliori alpinisti indiani, tra cui il capitano Kohli, furono trasportati in elicottero ai piedi del Nanda Devi, al campo base a circa 4.500 metri sul livello del mare. Non avendo avuto il tempo di acclimatarsi, gli alpinisti soffrirono immediatamente di mal di montagna ma tutto si risolse in un lasso di tempo molto breve; di fatto la fine di settembre si avvicinava ed iniziava un periodo rischioso per l’avvicinarsi dell’inverno. Gli scalatori e una squadra di sherpa affrontarono una salita di oltre 3.000 metri di dislivello, effettuando una serie di campi lungo la cresta. Il 16 ottobre, mentre cercavano di raggiungere la vetta, si abbatté una terribile bufera di neve. Solo gli alpinisti indiani erano autorizzati a parlare per radio perché si temeva che i Cinesi avrebbero potuto intercettare le comunicazioni. Il Capitano Kohli ordinò agli uomini di abbandonare l’attrezzatura al Campo Quattro e di tornare al campo base. Gli alpinisti indiani nascosero l’attrezzatura in una piccola grotta di ghiaccio nei pressi del Campo Quattro e si precipitarono indietro verso il campo base. Pochi giorni dopo, la stagione alpinistica si concluse impedendo alla missione di recupero di procedere fino alla primavera seguente. Di fatto, il Capitano Kohli ed un’altra squadra della CIA attesero fino al maggio 1966, ma i tentativi di recuperare l’attrezzatura non ebbero successo senza successo perché l’intera sporgenza di ghiaccio e roccia, dove era stato fissato l’equipaggiamento, non c’era più, spazzata via da una valanga invernale.

Kohli organizzò una nuova missione di ricerca sia nel 1967 che nel 1968, dotandosi di contatori alfa per misurare le radiazioni, telescopi per scansionare la neve, sensori a infrarossi per rilevare eventuali fonti di calore e metal detector … ma ancora una volta non trovarono nulla. L’esigenza non era però mutata e la CIA continuava ad insistere per installare una stazione di sorveglianza in cima alla montagna himalaiana; secondo Kohli, sebbene una squadra di alpinisti riuscì nell’intento nella primavera del 1967, posizionando un’apparecchiatura spia su una piattaforma di ghiaccio nei pressi del Nanda Devi, ancora una volta le nevi dell’Himalaya la avevano seppellita, impedendo di captare i segnali cinesi. La stazione di telemetria fu quindi definitivamente chiusa nel 1968, e l’attrezzatura fu recuperata e rispedita negli Stati Uniti.

Secondo Kohli, nel suo libro, “Spie nell’Himalaya“, nel 1973 la CIA installò un nuovo dispositivo spia che funzionò bene, captando i segnali di un missile cinese. Ma era troppo tardi in quanto, a metà degli anni ’70, gli Stati Uniti avevano incominciato a schierare una costellazione di satelliti spia che rendeva quella piccola antenna sulla cima di una montagna ormai del tutto inutile. L’intera missione rimase segreta per oltre un decennio, e sarebbe potuta rimanere tale se non fosse stato per un giovane giornalista, Howard Kohn, che iniziò a indagare sulla storia il 12 aprile 1978 per la rivista Outside Magazine, rendendo pubblica la storia del generatore scomparso, cosa che causò non poco imbarazzo. Lo stesso giorno, due deputati democratici, John D. Dingell e Richard L. Ottinger, scrissero al Presidente Carter per risolvere questa grave e imbarazzante situazione. In una successiva conferenza stampa, i deputati sollevarono un altro punto: la Marina degli Stati Uniti aveva cercato una coppia di generatori SNAP-19B2, scomparsi al largo della costa californiana nel 1968, a seguito della caduta di un satellite meteorologico, e la USN aveva inviato un gruppo navale per scandagliare l’oceano. Un operazione durata quasi cinque mesi, che ebbe alla fine successo. Perchè non era stato fatto lo stesso in India?

L’articolo di Howard Kohn fu la prima divulgazione pubblica di quella missione segreta imbarazzando anche il Governo indiano per averla autorizzata sul proprio territorio con lo scopo di spiare la Cina. Ma, al di là degli aspetti politici, la preoccupazione maggiore per l’opinione pubblica  riguardava i ghiacciai del Nanda Devi che alimentano gli affluenti del fiume Gange; acque che scorrendo per oltre 2.400 chilometri, nutrono un vasto e fertile ecosistema dove vivono centinaia di milioni di persone e avrebbero potuto subire un inquinamento radioattivo gravissimo. Un pasticciaccio politico che fu poi abilmente insabbiato.



Il Presidente Carter nel maggio 1978 espresse il suo apprezzamento per il modo in cui l’India aveva gestito il problema del dispositivo himalayano, descrivendolo come una “questione spiacevole” e di “essere contento che nessuno dei due fosse stato coinvolto” in quell’imbarazzante evento, ancora oggi catalogato come “l’incidente dell’Himalaya” o “l’affare di Nanda Devi” … Questo politicamente ma gli abitanti dei villaggi himalaiani ancora oggi temono che, con lo scioglimento dei ghiacci, il dispositivo radioattivo possa tornare alla luce e seminare i suoi veleni.

 

 

Di fatto, gli abitanti dei villaggi remoti sulle alture dell’Himalaya, gli ambientalisti ed i politici temono che l’ordigno nucleare possa scivolare in un fiume creato dallo scioglimento dei ghiacci e riversare il materiale radioattivo nelle sorgenti del Gange, fonte di sostentamento per centinaia di milioni di persone. Come è noto il plutonio è altamente tossico, in grado di causare cancro al fegato, ai polmoni e alle ossa e, a causa dello scioglimento dei ghiacciai. La domanda, che ricorre  periodica sulla stampa locale, è perché gli americani avevano alla fine deciso di rinunciare alle ricerche del generatore, lasciandolo tra i ghiacciai dell’Himalaya? Non lo sapremo mai.
Andrea Mucedola
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Riferimenti
M. S. Kohli and Kenneth Conboy, Spies in the Himalayas: Secret Missions and Perilous Climbs, The Easton Press, 2004
https://en.wikipedia.org/wiki/Nanda_Devi_Plutonium_Mission
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp81m00980r001200070033-6
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp89g01321r000700050003-8
https://www.cia.gov/readingroom/document/cia-rdp81m00980r001200070031-8
https://thebetterindia.com/253759/nanda-devi-nuclear-device-expedition-captain-manmohan-singh-kohli-central-intelligence-agency-america-intelligence-bureau-india-secret-government-mission-raini-uttarakhand-glacier-burst-history-myster/
https://eparlib.sansad.in/bitstream/123456789/808943/1/pms_md_06_04_17-04-1978.pdf
https://www.livemint.com/Leisure/3QfYqLadggrbnrn41H0mAJ/The-Nanda-Devi-mystery.html
https://economictimes.indiatimes.com/news/defence/cia-nuclear-device-lost-in-nanda-devi-to-spy-on-china-a-cold-war-secret-buried-in-indias-himalayas-is-still-a-grave-danger-to-humanity/articleshow/125957852.cms
https://www.business-standard.com/external-affairs-defence-security/news/how-the-cia-left-a-nuclear-device-buried-in-himalayas-for-decades-125121400076_1.html
https://www.eurasiantimes.com/cia-ibs-joint-mission-to-snoop-at-chines/

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