Oltre il Mediterraneo allargato, guardando l’Indo Pacifico

Gian Carlo Poddighe

3 Settembre 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO INDO-PACIFICO
parole chiave: Indopacifico, risorse strategiche, libertà dei mari
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Gli Europei, dopo la pesante esperienza del Mar Rosso, non hanno ancora affrontato a fondo il tema in termini di risposta unitaria del blocco occidentale ad un interferenza terroristica sulla libertà dei mari; curiosamente non sembra che la questione sia della massima priorità politica e gli effetti vengono “nascosti” dietro il consequence management di situazioni di crisi in atto. Di fatto queste crisi locali possono provocare danni economici enormi per le nostre economie, causando carenze di materiali strategici, aumenti dei costi dei noleggi delle compagnie armatoriali e delle assicurazioni.

Nonostante la mancanza di un dibattito consapevole, al fine di definire un indirizzo comune da parte occidentale, il problema del blocco temporale dei choke point è posposto rimandandone la soluzione con azioni contingenti che non sempre sembrano voler essere intese a trovare soluzioni definitive. Sebbene ciò sia oggetto di dialogo, tra le nazioni occidentali sembrano non esistere punti di accordo politici comuni, incertezze di base che si trasformano in azioni contingenti certamente non risolutive.

Questa visione ravvicinata è ancora più delicata nell’Indo-Pacifico dove entrano in gioco due choke point strategici principali, Hormuz e Malacca, ed altri secondari nel mare della Sonda. L’avversario geopolitico più probabile è la Cina che sta investendo nello sviluppo di rotte di trasporto alternative all servizio della sua flotta mercantile ed in strutture portuali all’estero tutte supportate da una Marina oceanica di tutto rispetto.

Lo scopo del Dragone è la salvaguardia delle “sue” rotte commerciali, assumendo il dominio marittimo dell’area. L’attenzione verso Taiwan, primo scoglio per una sua estensione operativa nel mar Cinese Meridionale, e verso i gruppi di isole in quell’area unilateralmente definita di proprietà esclusiva, mostra che i pianificatori cinesi stiano prendendo molto sul serio la possibilità di creare un sua vasta area economica esclusiva che escluda o contingenti il traffico occidentale in contrapposizione al libero commercio marittimo.

Il cacciatorpediniere lanciamissili USS Carney (DDG 64), classe Arleigh Burke, intercetta un attacco combinato di missili Houthi e droni nel Mar Rosso, il 19 ottobre. Il Carney è schierato nell’area operativa della Quinta Flotta statunitense per contribuire a garantire la sicurezza e la stabilità marittima nella regione del Medio Oriente. (Foto della Marina statunitense scattata dallo specialista in comunicazioni di massa di 2a classe Aaron Lau)

Gli Stati Uniti, dopo un lungo periodo di stasi (culminato con l’amministrazione Obama),  stanno riscoprendo l’importanza della marittimità; dopo decenni di politiche al ribasso, la marina statunitense ha compreso la necessità di riorganizzarsi per ricreare uno strumento significativo per il suo ruolo di deterrenza globale sul mare. Da tempo gli strateghi navali statunitensi riflettono sul modo migliore per dissuadere e, se necessario, combattere e vincere una futura guerra nell’Indo-Pacifico contro la minaccia cinese. Una minaccia, sottolineo, che non può essere vista come lontana ma riguarda tutto l’Occidente che è chiamato a fare delle scelte ben precise per difendere i propri diritti sanciti dal diritto internazionale. La recente crisi nel Mar Rosso (tra l’altro tutt’altro che conclusa) è stato un campo di prova che ha dimostrato come milizie non regolari possano essere in grado di dirottare il traffico mercantile in maniera selettiva, causando ingenti danni alle economie occidentali. Va compreso che parlare di “Mar Rosso”, di quello stretto e lungo mare di separazione tra due continenti tormentati, vuol dire affacciarsi ben oltre il Mar Mediterraneo allargato, quell’estensione del Mare Nostrum che ha caratterizzato le politiche marittime del secolo scorso. Oltre Aden troviamo geograficamente l’Oceano Indiano dove, sotto le ceneri, sta covando una competizione occulta tra Cina e India, due superpotenze appartenenti ai BRICS e quindi non allineate con il blocco occidentale. L’Occidente è presente con gruppi navali europei e statunitensi, non sempre operanti in sinergia e con la stessa missione (per lo più nel campo della sicurezza marittima in ruolo di antipirateria). Non si tratta di un problema di natura operativa, perché i gruppi navali occidentali,  i.e. task force, sono certamente in grado di operare sinergicamente con un alto livello di integrazione. Il problema è politico, legato alle sfumature di impiego delle forze militari, che fanno comprendere una certa divergenza di vedute per un loro impiego continuativo lungo le rotte dell’Oceano Indiano, determinante per una efficace deterrenza nell’area. Se da un lato Cinesi ed Indiani potrebbero presto confrontarsi per gli interessi reciproci su quel grande Oceano, le vie della seta marittime sono già una realtà con tanto di basi logistiche ed operative dall’Africa Orientale fino al Mar Cinese Occidentale. In particolare, come noto, la Cina ha creato hub economici-militari già operativi, di fatto tessendo una rete sempre più stretta di controllo marittimo. Non ultime le sue dichiarazioni unilaterali di esclusività sull’impiego di tratti di mare internazionali (non riconosciute dai Tribunali internazionali), accompagnate da una presenza militare sempre più aggressiva nel sud-est asiatico.

la marina militare italiana ha da anni intrapreso operazioni e campagne addestrative nell’Indo Pacifico, partecipando e comandato gruppi navali multinazionali per la sicurezza dele rotte marittime internazionali – Foto UPICOM

Il ruolo di gendarme del mondo, almeno per gli interessi occidentali, resta negli Stati Uniti che però non sono in grado di controllare tutto l’Indo-Pacifico contro una possibile minaccia caratterizzata dalla Cina e dalla Corea del Nord. Da qui la necessità di una maggiore solidarietà occidentale senza la quale, l'”armarsi” o “riarmarsi”, come si suole scrivere oggi, non serve molto. E’ necessaria una reale condivisione con gli Stati Uniti dello sforzo di controllo marittimo al fine di poter vantare una credibilità marittima di deterrenza nei confronti dell’espansionismo cinese. Nel Pacifico servono sicuramente alleanze e solidarietà ed un’impalcatura come quella della NATO che potrebbe essere essenziale per rispondere anche alle più minime minacce. Consideriamo che, in caso di crisi,  la deterrenza finale potrebbe essere garantita solo degli Stati Uniti d’America, unica potenza nucleare in grado di reggere il confronto con la Cina (e se necessario anche con la Russia ed altri alleati).

Il motivo di questo articolo vuole essere anche una risposta a coloro che, dimentichi che gli equilibri si ottengono dalle parità di forze applicate, auspicano una separazione politica dagli Stati Uniti colpevoli, secondo le loro visioni, di aver soffocato gli alleati, prediligendo i loro interessi. Ammesso e non concesso quanto sopra, la domanda che ci dovremmo porre è la seguente: se non avessimo accettato di unirci al blocco occidentale che fine avrebbe fatto il nostro Paese? Ci saremmo trovati schiacciati da un Unione sovietica illiberale che certo non avrebbe favorito la libertà di cui oggi possiamo godere nel nostro Paese. Esiste una terza strada? L’Europa Unita ha dimostrato la sua immaturità per una politica comune europea che spesso ha danneggiato gli interessi nazionali, a volte favorita da una certa ignavia dei nostri politici del secolo scorso. La scelta occidentale si è quindi dimostrata il “male” minore e l’alleanza occidentale, la NATO, nonostante la complessità del suo allargamento a molti Paesi ex sovietici, si sta dimostrando viva e vegeta, mostrando una certa coerenza e indipendenza anche dal maggior azionista.

nave Cavour in porto a Yokosuka in Giappone, 2025 – Foto UPICOM

Cosa ci aspetta il futuro è ancora da scoprire e, per quanto si possa provare a prevederlo, sicuramente sarà influenzato dalla politica protezionistica Trumpiana, che al momento ha un effetto disruptive sulle Alleanze. Purtroppo il futuro sarà caratterizzato da forti competizioni per assicurarsi le materie prime fondamentali e nessuno farà sconti a nessuno per cui sta a noi saperci far valere con scelte decise ma ponderate ed equilibrate, mantenendo il timone al centro.

Gian Carlo Poddighe

Foto UPICOM

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