La politica navale del Dragone e la sua influenza sul commercio marittimo a livello globale

Gian Carlo Poddighe

1 Agosto 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello medio
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA DEI MARI
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: politica navale cinese .

Abbiamo parlato spesso dell’ascesa del Dragone sui mari in supporto alla sua politica economica. Anche se storicamente non si differenza molto da quella degli ultimi duemila anni in cui gli imperi cinesi dominarono i mari orientali, la novità è che le aspirazioni nel terzo millennio vanno ben oltre le aspettative del tempo e di fatto la Cina sta continuando a consolidare con lo sviluppo delle sue capacità navali e marittime una strategia globale sempre più aggressiva al fini di ottenere il potere marittimo nei mari orientali.

Riflettendo su rischi e vulnerabilità, nel 2004 il presidente Hu Jintao affidò al PLA, e conseguentemente alla PLAN, la Marina Cinese, la responsabilità di adempiere alla “nuova missione storica” di proteggere gli interessi della Cina, ormai ben lontani dalle coste nazionali. In particolare, Hu espresse la sua preoccupazione per il cosiddetto Dilemma di Malacca, importante choke point attraverso il quale transitano i beni strategici necessari per la sopravvivenza di gran parte della nazione, un collo di bottiglia suscettibile di interdizione da parte delle Marine degli Stati Uniti e dei loro alleati. Iniziò così un piano di sviluppo su vari livelli, finemente interconnessi fra loro, che comprendeva sia infrastrutture terrestri, come oleodotti, strade e importanti ferrovie trans-eurasiatiche e trans-africane, lungo la via della seta sia il potenziamento della marina mercantile lungo l’asse marittimo della Belt and Road Initiative di Xi Jinping, supportata da infrastrutture chiave ed una moderna marina militare capace, in caso di crisi, di garantire il flusso delle merci dirette in Cina ma anche di interporsi per costringere il traffico occidentale a seguire rotte più lunghe e costose.

Non a caso, alcune delle strutture in corso di sviluppo all’estero, in particolare sulle rotte dell’Oceano Indiano, potrebbero trasformarsi rapidamente in basi avanzate, e già sono oggetto di frequenti visite di navi e aerei militari cinesi. Significativamente Pechino ha continuato a investire in navi, aerei, impianti ed attrezzature portuali ed energetiche, sistemi logistici, mezzi di trasporto stradali e su rotaia, nonché sistemi di comunicazione necessari per proiettare il suo potere marittimo a migliaia di chilometri distanza.

Con un crescente incremento numerico della PLAN (la componente militare della Marina Cinese), dalle portaerei (vedi immagine) ai sottomarini strategici a propulsione nucleare, ai nuovi battelli convenzionali a propulsione AIP costruiti inn collaborazione con l’alleato russo, e più recentemente con la costruzione di unità da rifornimento in mare (fondamentali per supportare operazioni di alto mare prolungate), si sta perseguendo l’evoluzione di una marina un tempo relativamente costiera verso uno uno strumento aeronavale oceanico impiegabile nel Pacifico ma anche nell’Indiano in una possibile contrapposizione con l’India.

Il Dragone ha imparato a nuotare ma deve affrontare il dilemma dello stare in mare
Mentre le sue capacità nel Pacifico sono già abbastanza mature nell’Oceano Indiano la situazione è più complessa. Sebbene la PLAN abbia acquisito nelle operazioni di sicurezza marittima (antipirateria) al largo del Corno d’Africa una certa capacità di presenza ed intervento non è ancora pronta a contrapporsi a Forze navali concorrenti di un certo livello come quelle dell’India o degli Stati Uniti. Un deficit operativo che potrebbe impedirgli di proteggere, in caso di scontro, le proprie linee di comunicazione marittime con l’Asia meridionale, il Medio Oriente e l’Africa.

Allo stato attuale i suoi obiettivi sono puramente difensivi ma esiste ancora il problema annoso di Taiwan, al momento oggetto di schermaglie intimidatorie effettuate con imponenti gruppi aeronavali che sembrano però avere uno scopo più propagandistico che strategico. Di fatto ci troviamo di fronte ad un classico dilemma di sicurezza, in cui gli sforzi di ciascuna parte per migliorare la propria intensificano la percezione di insicurezza dell’altra. Naturalmente è negli occhi di chi guarda ciò che distingue una postura difensiva da una offensiva.

Essere o non essere
L’Occidente, i partner regionali e gli stessi Stati Uniti, nonostante le continue diatribe interne, ritengono che preservare lo status quo nell’area pacifica sia ancora essenziale per la sicurezza globale; i leader cinesi – che al contrario delle controparti godono di una straordinaria continuità, non essendo soggetti a verifiche ed accettazione popolare – sono convinti che la sopravvivenza del loro partito e della loro nazione dipenda dalla profonda revisione dell’ordine mondiale (e da qui la scelta di alleanze ed il concetto dell’ ”onda del futuro” che si riprende a continuazione). Primo obiettivo è ovviamente la “ribelle” isola di Taiwan che il regime del Partito Comunista Cinese ha promesso da lunga data di “riunificare” con la terraferma. Qualora, in barba al diritto di autodeterminazione dei popoli, ci riuscisse avrebbe raggiunto simultaneamente molteplici obiettivi:
 spegnerebbe una democrazia asiatica per la seconda volta (dopo Hong Kong);
 eliminerebbe la confutazione latente che l’autogoverno non è adatto al popolo cinese;
 dimostrerebbe la propria ferrea determinazione e il proprio irresistibile potere ad acquire i propri obiettivi;
 metterebbe in discussione il valore degli impegni di sicurezza degli Stati Uniti per la protezione dell’isola;
 si impadronirebbe di beni industriali e tecnologici che altrimenti contribuirebbero alla forza dei suoi rivali.

Prendere il controllo di Taiwan aiuterebbe inoltre anche a spianare la strada attraverso il pieno possesso della nine dash line, rendendo più facile per la PLAN spingersi nel Pacifico occidentale per impegnare le flotte dei suoi nemici e minacciare le linee di comunicazione marittime che corrono a nord verso la Corea del Sud, il Giappone e da lì all’Australia.


Se riuscisse a far valere le proprie rivendicazioni marittime contro quelle dei suoi vicini, Pechino sarebbe quindi in grado di controllare l’uso delle risorse naturali del Mar Cinese Orientale e Meridionale e, forse, di imporre condizioni economiche ai suoi vicini dell’Asia nordorientale. Non ultimo, contro il diritto internazionale di libertà dei mari, costringerebbe il traffico mercantile di altri Paesi a seguire rotte più lunghe e costose per raggiungere le loro destinazioni (con conseguenti danni economici per l’Occidente), dominando i punti di strozzatura negli accessi ed alle estremità dell’Oceano Indiano. Stiamo naturalmente ipotizzando una situazione estrema che metterebbe in gioco gli interessi di tutti, in primis quelli Indiani che probabilmente non sarebbero così favorevoli a concedere questa libertà di azione al Dragone. Sebbene possa sembrare fantapolitica, voglio ricordare che qualcosa di simile avvenne nel secolo scorso, tra Giappone e Stati Uniti.

Nella lotta per le risorse del 3 millennio, al momento, le politiche cinesi possono essere contrastate solo dagli Stati Uniti; il Giappone sta recuperando, costruendo una forza aeronavale importante seguito a ruota dalla Corea del Sud, e l’Australia, sebbene importante partner per la sicurezza regionale nel Pacifico, arranca tra mille problematiche e programmi che non appaiono conseguibili a breve termine. Per il controllo degli accessi dall’Oceano Indiano, le marine europee potrebbero contribuire al contenimento insieme all’India (QUAD: Quadrilateral Security Dialogue , tra Australia, Giappone, India e USA) dell’allargamento cinese, operando in quel Mediterraneo allargato sempre più orientale se non globale che vedrebbe la creazione di alleanze da ristabilire in tutto l’Oriente fino alle coste pacifiche dell’America Latina (anche in considerazione del controllo del Canale di Panama). In estrema sintesi, alla strategia cinese per il consolidamento di un sistema sino-centrico composto da vicini economicamente dipendenti dalla Cina e politicamente subordinati ad essa, dovrebbe contrapporsi una volontà comune occidentale di deterrenza affinchè il principio dela libertà di navigazione possa essere preservato.

Lo strano rapporto con l’India, amico e nemico in un gioco pericoloso
Un osservatorio privilegiato per comprendere l’evoluzione della situazione sono i rapporti all’interno dei Paesi BRICS che comprendono anche l’ancora indipendente India. Nel loro interno, a fronte della spinta russa alla creazione di un’alleanza anti occidentale intesa ad indebolire e, possibilmente, a sciogliere alleanze di lunga data, esistono ancora troppe differenze, in particolare economiche che sembrano proteggere lo sviluppo di questi comportamenti non virtuosi che potrebbero sfociare in contrapposizioni non solo economiche ma anche politiche. Per quanto sopra è fondamentale che l’Occidente mantenga saldi i suoi valori e gli obiettivi che hanno caratterizzato l’ultimo secolo e suscitato speranze per il nuovo, contrastando la politica autoritaria cinese di poter rappresentare “l’onda del futuro” per proiettare il proprio potere in altre parti del mondo, certamente anche nell’area mediterranea, come “ventre molle” dell’emisfero occidentale. In questo momento sicuramente critico, ma anche mediaticamente molto manipolato, delle relazioni occidentali e transatlantiche, sarebbe importante ricordare che gli Stati Uniti hanno combattuto due guerre mondiali e condotto una guerra fredda durata quasi mezzo secolo anni per garantire che nessuna potenza eurasiatica potesse intaccare la nostra, sicuramente non perfetta, democrazia che ci consente però ancora oggi di poter esprimere liberamente la nostra opinione.

Gian Carlo Poddighe

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