Russia vs Ucraina: l’aspetto militare ed il problema delle minoranze – parte 2

Andrea Mucedola

29 Marzo 2022
tempo di lettura: 8 minuti

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livello medio

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: UCRAINA
parole chiave: conflitto Russia – Ucraina
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Va compreso che nei secoli il concetto di sicurezza garantito da “stati cuscinetto” è cambiato a causa sia della capacità di dislocamento rapido delle forze militari sia della portata delle loro armi. Parlare di riduzione della sicurezza russa, in caso di entrata dell’Ucraina in Europa o nella NATO, non ha molto senso se non rivista in un’ottica anacronistica sovietica, che richiama ancora i concetti ottocenteschi zaristi. I Russi sanno bene che le armi oggigiorno disponibili possono permettere un attacco a distanza da oltre 2500 chilometri di distanza ovvero, nel caso attuale, dalle acque internazionali del Mar Nero … e sanno anche molto bene che il concetto di invasione della Russia da parte della NATO non avrebbe alcun senso ma sarebbe foriero solo di immense perdite reciproche. Per quanto sopra non esiste nessuna pressione della NATO verso i confini con la Russia ma solo un rinforzo della sicurezza collettiva occidentale, particolarmente sentito da quei Paesi, ex appartenenti al Patto di Varsavia, che hanno trovato nella NATO una sicurezza che prima non avevano mai avuto. D’altronde la storia parla da sola: dall’Ungheria alla Cecoslovacchia fino all’Ucraina.

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L’Ucraina è un’appendice russa?
Questa motivazione sollevata da Putin richiama alla memoria la famosa e controversa frase «L’Italia è un’espressione geografica» scritta il 2 agosto 1847 dello statista austriaco Klemens Von Metternich. Per chi ha avuto la pazienza di leggere un mio precedente articolo, le ragioni storiche sono ben diverse e oggettivamente il popolo ucraino ha tutto il diritto di sentirsi indipendente. Sebbene esistano delle zone russofone, create ad hoc in epoca sovietica, buona parte del territorio è essenzialmente ucraino. All’affermazione di Putin che la moderna Ucraina sia interamente e completamente un frutto dell’era sovietica, a spese della Russia storica, bisognerebbe ribadire che i Russi di Mosca utilizzarono quella terra di confine sempre a loro piacimento. Dopo la rivoluzione russa, nel 1922, l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Gli anni seguenti la collettivizzazione forzata della terra, imposta dal regime comunista fra il 1929 ed il 1933, provocò una terribile carestia (holodomor) che nel 2003 fu definito dall’ONU un genocidio risultato da politiche e azioni “crudeli” dell’Unione Sovietica, che provocò la morte di milioni di ucraini morti di stenti. Non ultimo in epoca sovietica fu distrutta l’economia locale, a favore dei popoli russofoni a Est del Don (non a caso fu sviluppato il bacino carbonifero nel Donbass). In quelle regioni, ora riconosciute unilateralmente come Repubbliche indipendenti, il potere è gestito da poteri forti, oligarchi russi e ucraini che commerciano direttamente con Mosca che rivende i prodotti in Ucraina per la loro esportazione. Non si tratta solo di oligarchi locali ma di interessi che vanno oltre i confini di quel martoriato Paese.

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holomodor, un genocidio perpetrato dall’Unione sovietica in Ucraina

Il problema delle minoranze
Andiamo ora sull’ultimo punto. Sul fatto che le minoranze russofone del Donbass non godano degli stessi diritti degli Ucraini è un problema complesso e poco chiaro … che potrebbe comunque essere risolto politicamente con un dialogo franco fra le parti. Le accuse reciproche di non voler trovare una soluzione sarebbero da verificare. Di fatto le minoranze russofone vivono in zone industriali più agiate della media del Paese, favorite nel periodo della presidenza russofila di Yanukovych dalla corruzione degli oligarchi russi e ucraini che assunse nel tempo livelli inaccettabili. Quando il presidente ucraino Viktor Yanukovych annunciò di non voler più stringere accordi commerciali con l’Unione Europea, rafforzando invece i legami con la Russia di Vladimir Putin, si arrivò alle proteste di Maidan Nezalezhnosti, la piazza Indipendenza di Kiev, che divenne il simbolo della rivolta antigovernativa. La situazione si complicò con la annessione della Crimea alla Russia quando la Russia inviò proprie truppe, senza insegne, a prendere il controllo del governo locale. Il nuovo governo filorusso dichiarò quindi la propria indipendenza dall’Ucraina. Fu quindi tenuto un referendum sull’autodeterminazione della penisola, il 16 marzo, che segnalò la vittoria del “Sì” con il 95,32% dei voti (non riconosciuto da gran parte della comunità internazionale). Le autorità della Crimea firmarono il 18 marzo l’adesione formale alla Russia. Gli scontri furono sanguinosi e rimasero feriti molti manifestanti filo-ucraini e alcuni manifestanti filo-russi. Di fatto, a livello internazionale questa annessione non è ancora stata riconosciuta.

L’instabilità nel Donbass ha invece radici più profonde, dove la popolazione russofona e filo russa, armata e finanziata da Mosca, prese il controllo di una parte del territorio, dichiarandone l’indipendenza e chiedendone la secessione dall’Ucraina attraverso un referendum che però non raggiunse il consenso ottenuto in Crimea, con forti sospetti di brogli elettorali. Una guerra sporca, con 13mila morti e migliaia di civili in fuga. Alla fine si giunse, grazie all’intervento degli oligarchi, preoccupati dalle perdite sui commerci del carbone, agli accordi di Minsk, siglati nel 2015 dalla Russia e dall’Ucraina. Gli accordi prevedevano il ritorno delle regioni ribelli all’Ucraina, in cambio di una maggiore autonomia. Di fatto non furono mai rispettati.

E siamo arrivati all’invasione da parte delle truppe russe, con le motivazioni che abbiamo discusso. Il fatto stesso che Mosca si irriti anche sul semplice uso della parola invasione fa comprendere la logica per cui il diritto internazionale, secondo coloro che tuonano contro l’imperialismo occidentale, sia interpretabile secondo le situazioni. Forse in altri tempi poteva essere una consuetudine invadere con i carri armati altri Paesi per preservare l’ordine costituito ma il mondo, se Dio vuole, è cambiato. Non è certo perfetto ed ha il suo lato oscuro che Putin ha spesso evidenziato, sottolineando come il capitalismo occidentale abbia portato ad una perdita dei riferimenti etici e morali, ma da lì decidere di contrastarlo con le armi è una follia.

Voglio ancora una volta ricordare le parole di Putin alla Nazione del 12 dicembre 2013: «Siamo sempre stati orgogliosi del nostro Paese. Ma non abbiamo aspirazioni da superpotenza, non vogliamo né dominare il mondo, né la nostra regione, non vogliamo interferire con gli interessi di nessuno, non cerchiamo di proteggere né di dare lezioni a nessuno” … nello stesso tempo aggiungeva la volontà che la Russia diventasse “… un paese guida, di difendere il diritto internazionale e di garantire il rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’identità nazionale… un approccio legato alla grande storia della Russia, alla sua cultura ed esperienza nel gestire tante diverse etnie che vivono in armonia, fianco a fianco, nello stesso stato … ” belle parole che però ha contraddetto in questi ultimi giorni.

Concludendo
Putin è un abile politico che, come in una partita a scacchi, ha valutato tutti i suoi passi in questi ultimi anni, approfittando di un Occidente sempre più debole. Dall’appoggio al presidente siriano Bashar al-Assad, che gli ha permesso di riottenere una delle due storiche basi navali russe nel mediterraneo, agli interventi nei Paesi limitrofi come Georgia e Kazakhistan e più o meno ufficialmente in Libia, spesso approfittando della frammentazione occidentale.

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Sebbene la strategia militare russa non sia cambiata notevolmente rispetto all’epoca sovietica, con l’approvvigionamento di sempre più letali armamenti, nonostante la perdita del consenso interno del 4% (che potrebbe essere maggiore per presunti imbrogli elettorali), nonostante tutto, imperturbabile, Putin mostra al mondo una Russia forte e coesa che ricorda tristemente i tempi della guerra fredda.

Forse l’Occidente ha fatto degli errori, per non aver capito la mentalità russa, per averli “umiliati” offrendo un modello di successo alla tristezza dell’epoca sovietica, ma questa è la realtà. Con tutti i suoi difetti ed il suo decadentismo l’Occidente è cresciuto dando una libertà che in Russia hanno potuto solo assaporare brevemente prima del ritorno ai metodi del vecchio regime. Se ne accorgono i giovani russi, le nuove generazioni che non credono più alla minaccia da Ovest per distruggere la madre patria russa. Chiunque abbia avuto modo di studiare all’estero e di conoscere altre realtà, non necessariamente sempre migliori, ha assaporato la possibilità di chiedersi il perché delle cose … e questo è un pericolo per chi vuole mantenere lo status quo. Ed ecco una spiegazione delle dichiarazioni impastate di retorica e di disinformazione di questo periodo, un’arte che Putin conosce molto bene.

Contro ogni aspettativa ha scatenato le sue divisioni in una morsa a tenaglia, confidando in una rapida vittoria, senza tener conto che il popolo ucraino, gli abitanti di quell’espressione geografica ai confini dell’impero russo, non cederanno facilmente … I soldati incominciano a tornare a casa nelle loro bare e l’opinione pubblica russa comincia a domandarsi se era veramente necessario arrivare a tanto. Se lo domandano gli intellettuali, i generali (molti nemmeno informati di quello che stava succedendo) e i fedelissimi, almeno fino a ieri, oligarchi le cui attività economiche verranno danneggiate dalle sanzioni. Putin sta giocando le sue ultime carte … potrebbe forse prendere le grandi città ucraine, creare un governo fantoccio, ma non avrà mai il controllo totale del Paese. Per assurdo, potrebbe far avvicinare le truppe della NATO ai confini della Russia, ormai intrappolata in un pantano di sua creazione.

Il rischio di una Ucraina conquistata con la forza dai Russi
Sotto un certo aspetto, questo ritorno alla guerra fredda, ricorda agli Europei gli avvertimenti dell’amministrazione americana che, dall’inizio del III millennio, stanno spingendo affinché la Difesa europea venga condotta dagli stessi Paesi europei. Ci sono rapporti dei summit che parlano chiaro e smentiscono coloro che credono che la NATO sia solo un braccio armato agli ordini degli Stati Uniti. Di fatto la NATO, l’unica in Europa ad avere una concreta forza militare di sicurezza, ha in pectore una sua consistenza di cui gli Stati Uniti sono solo una parte dell’insieme.

Il rischio potrebbe essere che la Russia raggiunga con l’uso estremo della forza i suoi folli obiettivi politici in Ucraina. In quel caso tutti i Paesi europei, appartenenti alla NATO o neutrali, ne uscirebbero sconfitti e vivrebbero sempre nell’incertezza del futuro, in una guerra fredda economica permanente con la Russia, in un millennio in cui il bipolarismo sarà sostituito sempre di più dal multipolarismo. Questo non conviene all’Europa e ancora di più alla Russia. La guerra economica sarà contornata da eventi collaterali di diversa entità con limitazioni del flusso dei beni necessari: dal gas ai metalli, che colpirà soprattutto coloro che non sapranno guardare oltre l’orizzonte. Molto di questo sta purtroppo già accadendo nel mondo occidentale, mascherato da radicalismi ideologici nel campo dell’energia.

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Per assurdo una vittoria russa riporterebbe l’interesse statunitense verso l’Europa orientale, se non altro per motivi economici.  Basti pensare che l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno un rapporto di scambio di beni e servizi per un totale di 1,1 trilioni di dollari (dato 2019). Riuscire a mantenere la pace in Europa faciliterebbe le politiche sociali interne ed esterne, la lotta contro le emergenze globali e il consolidamento di una posizione comune per arginare le sfide future. Un’Europa forte e coesa, non disposta a restare in silenzio di fronte a violazioni del diritto internazionale, potrebbe lanciare un messaggio identitario al mondo, mettendo un freno anche alla nuova silk road cinese intesa, dopo la cinesizzazione dell’Africa, a diventare il nodo centrale dell’economia euro-asiatica.

In sintesi, lo scenario ucraino post guerra, in un’ipotetica vittoria russa, non si presenterà tra i più rosei. Si sgretolerà la fiducia che lentamente si stava creando tra l’Europa e la Russia, con gravi danni economici reciproci. Un vulnus che farà fatica a guarire in una situazione di guerra senza fine, una nuova fra le tante che hanno insanguinato il pianeta in questi ultimi anni. Anche se costretto alla resa, il popolo ucraino sarà ricordato per la sua grande dignità a difesa delle sue radici e della sua patria. Nulla sarà come prima con un Occidente che non potrà dimenticare. Forse ci vorranno anni per recuperare, ma saranno decisivi per il futuro di una vecchia Europa ancora in cerca di una sua identità dopo anni di attesa ai bordi di un deserto dei Tartari.

Andrea Mucedola
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