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Russia vs Ucraina: il fallimento di anni di diplomazia e scenari post guerra

Reading Time: 16 minutes

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livello medio

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: UCRAINA
parole chiave: conflitto Russia – Ucraina

 

Tutti avremo sentito almeno una volta il detto “corsi e ricorsi storici” del filosofo napoletano Giambattista Vico che, nel XVIII secolo., elaborò una teoria sulla storia umana basata sulla ricorrenza di cicli ben distinti, partendo da un’età primitiva seguita da quella eroica e poi da quella civile. Nella prima le società sono dominate dai sensi e dall’immaginazione, che viene sostituita nel ciclo seguente dal dominio dei più forti che a sua volta si risolve nell’era civile dalla ragione con conseguente uguaglianza tra gli uomini, periodo in cui si sarebbero potuti trovare però due tipi di governo, la monarchia assoluta o la democrazia. Questa ciclicità ci porta a delle considerazioni estremamente attuali. Nonostante i disastri del secolo scorso sembra che stiamo facendo fatica ad uscire dall’era della lotta fra i più forti, non avendo ancora maturato una coscienza del bene comune. La situazione di questi ultimi giorni è assolutamente calzante. La rete è invasa di disinformazione, tra coloro che difendono l’azione di Putin, considerandola una manovra di salvaguardia e consolidamento della difesa della Russia da possibili minacce occidentali, in particolare degli Stati Uniti e della NATO, e altri che ritengono che tale azione, oltre che essere anacronistica, sia un passo indietro dell’Umanità.

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Il rischio è che, con la messa in allerta del sistema nucleare russo ordinata da Putin, si spera a livello precauzionale, siamo arrivati ad un punto rischioso per l’Umanità, camminando sul filo di un rasoio che vede da un lato e dall’altro baratri senza fondo che ci farebbero tornare indietro, di fatto saltando l’era della ragione di Vico, e facendoci ripiombare nell’anarchia di un mondo senza più regole. Dopo l’orrore del 11 settembre, stiamo ora vivendo un nuovo capitolo della storia che mette in discussione anni di faticose azioni diplomatiche per un futuro migliore dell’Umanità.

Le ragioni secondo Putin
Nella mia breve analisi partirò dalle motivazioni sollevate dal presidente Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina ovvero:
– l’aumento della pressione della NATO ai confini russi
– storicamente l’Ucraina è una appendice russa;
– l’attuale governo ucraino, per le sue scelte anti-occidentali, cacciò l’ex presidente Yanukovych, filorusso, togliendo alle minoranze russofone del Donbass gli stessi diritti delle altre.

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NATO – RUSSIA un rapporto difficile
Per valutare la cosiddetta “pressione” della NATO lungo i confini con la Russia vanno conosciuti i seguenti aspetti:

Il cammino delle relazioni atlantiche
La NATO, nel suo lungo cammino dalla sua costituzione, avvenuta il 4 aprile del 1949 a Washington, con lo scopo di difendere la sicurezza e la libertà dei Paesi firmatari (10 paesi europei, Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda e Portogallo e due oltre oceano, Canada e Stati Uniti), ha subito continue modifiche nella sua politica internazionale. Nei primi anni l’influenza delle potenze occidentali vincitrici della guerra fu predominante e gli Stati Uniti ebbero un certo peso, accettato dagli altri Paesi anche come riconoscimento degli aiuti ricevuti grazie al Piano Marshall. Il divario fra l’Ovest e l’Est diventò sempre più tangibile e reso particolarmente delicato dalla corsa agli armamenti delle due superpotenze.

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i Paesi membri della NATO, tra parentesi l’anno di ingresso

Anche l’Unione sovietica creò in Polonia, il 14 maggio 1955, un’alleanza politico-militare tra gli Stati socialisti del blocco orientale, nata come reazione al riarmo e all’entrata nella NATO della Repubblica Federale Tedesca nel maggio dello stesso anno. Sebbene gli sforzi reciproci furono mirati al contenimento dell’avversario sul territorio europeo, i due blocchi combatterono per l’influenza sul piano internazionale, partecipando a conflitti come la Corea, il Vietnam, ed altri conflitti minori ma non meno dolorosi in tutti i continenti. Valvole di sfogo, se non fosse stato per il grande numero di vittime militari e civili, per evitare una terza guerra mondiale. Col senno del poi, dopo la fine della guerra fredda molti meccanismi vennero svelati, in particolare quelli legati ai rapporti dei membri all’interno delle Alleanze.

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Quello che emerse fu che mentre la NATO raggiunse un reale rapporto paritario nel suo interno, dove ogni membro aveva gli stessi diritti degli altri, questo non avvenne mai nel Patto di Varsavia che, utilizzando abilmente la disinformazia, accusò sempre l’Occidente di essere al servizio degli Stati Uniti. Questo concetto di sudditanza dei membri verso gli Stati Uniti, per mia esperienza diretta, andrebbe ridimensionato. Il dialogo fra le nazioni fu sempre corretto e, se vogliamo, fu indirizzato dalla qualità degli staff nazionali partecipanti. Gli Stati Uniti, oltre al loro ruolo di guida nella pianificazione della difesa nucleare, si assunsero ruoli ed impegni che avrebbero dovuto essere a carico degli Europei. Un fattore che alla fine del secolo scorso fu sottolineato dagli Stati Uniti che incominciarono il loro disimpegno dal continente europeo per dedicarsi ad altri teatri operativi.  In altre parole, fu chiesto ai paesi membri di contribuire maggiormente alla difesa NATO, cosa che avrebbe comportato ovviamente investimenti importanti. 

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Il cardine dell’Alleanza: la difesa collettiva
Tra gli articoli più noti del Trattato atlantico è spesso menzionato l’articolo 5 che afferma che, in caso di attacco ad uno o più paesi dell’Alleanza Atlantica, tutti i Paesi membri si impegnano, anche con le armi, a difendere gli aggrediti a salvaguardia della sicurezza dell’Alleanza stessa. In realtà va compreso che, sebbene questo sia un obbligo previsto dal Trattato atlantico, l’effettivo uso delle forze deve sempre essere approvato dai rispettivi Governi. Questo significa che non tutte le forze nazionali sono immediatamente disponibili alla NATO ma solo quelle assegnate temporaneamente per coprire l’organizzazione di impiego.

La NATO, oltre all’intensa attività politica interna, gestita dalle rappresentanze accreditate, organizza periodicamente i Summit, incontri ad alto livello dove vengono discusse le situazioni internazionali e decise le eventuali azioni necessarie per garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri attraverso i suoi mezzi politici e militari. Per chi non conosce i meccanismi di lavoro, le decisioni sono sempre prese all’unanimità e  qualsiasi Paese firmatario può esprimere il suo veto e bloccare eventuali azioni. Negli ultimi anni, nella visione del comprehensive approach, la NATO ha allargato i suoi interlocutori sia  con la controparte europea che con le organizzazioni internazionali.  Questo se da un lato ha diminuito la sua velocità decisionale dall’altro ha garantito una maggiore partecipazione.

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La fine della guerra fredda e la speranza per il III millennio
A seguito del crollo dell’Unione Sovietica, il bipolarismo che aveva caratterizzato la metà del secolo scorso, si dissolse e la NATO si pose il problema della necessità di mantenere tale organizzazione. Furono avviati studi per identificare le sfide future e, nel 1994, nacquero iniziative atte a incentivare un Partenariato per la pace (Partnership for Peace – PfP), accordi di collaborazione basati su relazioni individuali e bilaterali tra la NATO e paesi partner non appartenenti all’Alleanza al fine di garantire i principali diritti internazionali ed il sostentamento umanitario, tutelando i diritti umani nel mondo e promuovendo una cultura di pace fra i popoli.

Parallelamente, il 28 maggio 2002, venne avviata una collaborazione simile con la nuova Russia, intesa a favorire la fiducia comune al fine di ottenere una pace duratura e un disarmo bilaterale. In quegli anni una nuova sfida si era affacciata nei teatri del mondo, legata alla lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. A fronte del riconoscimento non scritto che molti di questi fenomeni fossero frutti aberranti di errori del passato la NATO, non senza distingui, si adoperò per valutare le nuove politiche. Un forte contributo fu dato dai nuovi partner che, seguendo un iter lungo e non semplice, a seguito della loro richiesta di entrare nella NATO, furono esaminati attentamente per verificarne l’affidabilità democratica. Quello che emerse furono realtà fino ad allora citate nei giornali ma ora confermate da contatti quotidiani nei corridoi di Bruxelles. I Paesi ex sovietici raccontarono il periodo del Patto di Varsavia, la mancanza di libertà decisionale, in particolare restarono meravigliati quando furono chiamati a votare alle decisioni comuni (cosa impensabile oltre cortina). Furono anni importanti in cui l’Alleanza fu impegnata in operazioni sotto egida ONU. Nel marzo del 2009 la Francia annunciò, dopo 43 anni, di voler rientrare nel Comando Militare Integrato dell’Alleanza da cui era uscita a causa delle rivalità gaulliste con gli americani nel periodo della Guerra Fredda.

In estrema sintesi, per quanto sopra, la NATO continua a confrontarsi democraticamente con i Paesi membri e tutti coloro desiderosi di affrontare insieme le sfide alla sicurezza comune e garantire un progresso democratico. La favola che sia un’espressione della politica americana è una delle tante fake news, spesso con matrici antimilitariste, che si ritrovano sui media.

Le nuove sfide
Dopo l’11 settembre 2011, la NATO si domandò se la sua struttura militare, già in corso di ristrutturazione, fosse effettivamente adeguata a rispondere alle nuove sfide alla sicurezza collettiva. Terrorismo, conflitti etnici e religiosi, traffico di droga, instabilità e degrado ambientale furono identificate come le nuove sfide alla sicurezza collettiva.

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Va sottolineato che all’epoca non furono identificati attori ben definiti con i quali confrontarsi ma una galassia di entità, solo apparentemente legate da fattori religiosi, in cui gli interessi finanziari in gioco erano spesso maggiori dei redditi lordi delle nazioni in gioco. In un mondo sempre più competitivo, si identificò un profondo divario tra gli Stati tradizionalmente legati a processi più lenti, basati su mature e continue rivalutazioni delle esigenze dei propri tessuti sociali, ed altri proiettati verso uno sviluppo tecnologico a spirale legato al concetto del “Quick Wins” americano. Ciò nonostante le discussioni portarono ad importanti valutazioni con la definizione delle sfide del III millennio (Multiple Future paper) a cui l’Alleanza avrebbe dovuto confrontarsi.

Ancora una volta nessun Paese fu inserito specificatamente nella valutazione del rischio e si ricercò una comunione di intenti. Ci furono talvolta contrapposizioni tra le due sponde dell’Atlantico che non influirono però sulle decisioni dell’Alleanza che restò indipendente e ferma nel suo principio di democrazia, sottolineando la necessità di una strategia globale mirata ad armonizzare i processi evolutivi mondiali e nello stesso tempo a creare strutture idonee a consentire il mantenimento di un livello di sicurezza adeguato.

Il primo passo fu certamente la cooperazione ed il dialogo internazionale fra tutte le organizzazioni coinvolte, comprese quelle di sicurezza, e quindi l’esecuzione di un approccio coordinato top-down al fine di creare la cornice di sicurezza desiderata coinvolgendo nel processo decisionale anche ii paesi al di fuori dell’Alleanza. Le basi di questo approccio di questo tipo furono poste al termine del Summit di Praga del 2002 in cui furono approvati gli impegni sulle capacità future della NATO (Prague Capabilities Commitmens) per ottenere una Alleanza più forte, preparata e capace per assicurare la sicurezza comune. In questo cammino la NATO ricercò nuovi partner fra cui l’Europa Unita, con la quale già dal Summit di Washington aveva stabilito importanti relazioni (Berlin Plus) al fine di armonizzare le diverse strutture civili e militari rendendole più compatibili, e la Russia, identificata come un comune partner per la lotta globale al terrorismo, la gestione delle crisi ed il controllo della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Questa comunione di intenti, un tempo considerata improbabile, era cominciata a diventare una realtà quando le forze NATO e russe avevano operato congiuntamente in Kossovo (operazione KFOR) nel 1999, per fermare la cosiddetta “pulizia etnica” da parte della popolazione serba nei confronti della minoranza albanese. In quella circostanza la Russia giocò un ruolo diplomatico vitale per ultimare il conflitto ed aprì nuove aree di comune interesse come la cooperazione per la riforma della Difesa, un programma di ricerca e soccorso per sommergibili sinistrati (ricordo il drammatico incidente del Kursk il 12 agosto del 2002) e la cooperazione scientifica per la ricerca nella protezione ambientale.

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Con lo schieramento congiunto di truppe NATO e russe non solo la guerra fredda poteva considerarsi definitivamente finita ma anche la sua era: un nuovo spiraglio di cooperazione si apriva. Dopo l’11 settembre 2001 la NATO e la Russia incominciarono a riunirsi periodicamente realizzando numerose conferenze per armonizzare le policy comuni ed identificare un cammino comune. Basti nominare la dichiarazione dopo l’incontro di Roma (Rome Declaration), in cui fu deciso di intensificare la cooperazione nell’area specifica includendo lo sviluppo di uno studio congiunto per determinare la minaccia terroristica nella regione euro-atlantica. La creazione del NATO–Russia Council fu un chiaro esempio, sviluppando aree di cooperazione congiunte in campi, fino ad oggi mai immaginati o sperati, di comune interesse.

Improvvisamente il vaso di cristallo si incrinò
Tutto sembrò scorrere nel giusto modo, nonostante alcuni eventi discutibili culminati nell’intervento russo in Georgia del 2008. Le motivazioni russe, inclusi i metodi repressivi impiegati, raffreddarono i rapporti con l’Alleanza che decise di sospendere ogni cooperazione pratica nel 2014, dopo l’annessione della Crimea. Tuttavia, l’Alleanza convenne di mantenere aperti i canali di comunicazione nel Consiglio di partenariato euro-atlantico per consentire lo scambio di opinioni, in primo luogo proprio sulla crisi in Ucraina. Per quanto se ne dica, avvennero diverse riunioni del Consiglio NATO-Russia (come concordato al Summit di Varsavia nel luglio 2016, tre nel 2017, due nel 2018 e due nel 2019). L’ultima riunione si svolse il 12 gennaio 2022.

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Veniamo ora all’aspetto militare
Va compreso che nei secoli il concetto di sicurezza garantito da “stati cuscinetto” è cambiato a causa sia della capacità di dislocamento rapido delle forze militari sia della portata delle loro armi. Parlare di riduzione della sicurezza russa, in caso di entrata dell’Ucraina in Europa o nella NATO, non ha molto senso se non rivista in un’ottica anacronistica post sovietica, che richiama ancora i concetti ottocenteschi zaristi. I Russi sanno bene che le armi oggigiorno disponibili possono permettere un attacco a distanza da oltre 2500 chilometri di distanza ovvero, nel caso attuale, dalle acque internazionali del Mar Nero … e sanno anche molto bene che il concetto di invasione della Russia da parte della NATO non avrebbe alcun senso ma sarebbe foriero solo di immense perdite reciproche.

Per quanto sopra non esiste nessuna pressione della NATO verso i confini con la Russia ma solo un rinforzo della sicurezza collettiva occidentale, particolarmente sentito da quei Paesi, ex appartenenti al Patto di Varsavia, che hanno trovato nella NATO una sicurezza che prima non avevano mai avuto. D’altronde la storia parla da sola: dall’Ungheria alla Cecoslovacchia fino all’Ucraina.

L’Ucraina è un’appendice russa?
Questa motivazione sollevata da Putin richiama alla memoria la famosa e controversa frase «L’Italia è un’espressione geografica» scritta il 2 agosto 1847 dello statista austriaco Klemens Von Metternich. Per chi ha avuto la pazienza di leggere un mio precedente articolo, le ragioni storiche sono ben diverse e oggettivamente il popolo ucraino ha tutto il diritto di sentirsi indipendente.

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Sebbene esistano delle zone russofone, create ad hoc in epoca sovietica, buona parte del territorio è essenzialmente ucraino. All’affermazione di Putin che la moderna Ucraina sia interamente e completamente un frutto dell’era sovietica, a spese della Russia storica, bisognerebbe ribadire che i Russi di Mosca utilizzarono quella terra di confine sempre a loro piacimento. Dopo la rivoluzione russa, nel 1922, l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Gli anni seguenti la collettivizzazione forzata della terra, imposta dal regime comunista fra il 1929 ed il 1933, provocò una terribile carestia (holodomor) che nel 2003 fu definito dall’ONU un genocidio risultato da politiche e azioni “crudeli” dell’Unione Sovietica, che provocò la morte di milioni di ucraini morti di stenti. Non ultimo in epoca sovietica fu distrutta l’economia locale, a favore dei popoli russofoni a Est del Don (non a caso fu sviluppato il bacino carbonifero nel Donbass). In quelle regioni, ora riconosciute unilateralmente come Repubbliche indipendenti, il potere è gestito da poteri forti, oligarchi russi e ucraini che commerciano direttamente con Mosca che rivende i prodotti in Ucraina per la loro esportazione. Non si tratta solo di oligarchi locali ma di interessi che vanno oltre i confini di quel martoriato Paese.

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holomodor, un genocidio perpetrato dall’Unione sovietica in Ucraina

Il problema delle minoranze
Andiamo ora sull’ultimo punto. Sul fatto che le minoranze russofone del Donbass non godano degli stessi diritti degli Ucraini è un problema complesso e poco chiaro … che potrebbe comunque essere risolto politicamente con un dialogo franco fra le parti. Le accuse reciproche di non voler trovare una soluzione sarebbero da verificare. Di fatto le minoranze russofone vivono in zone industriali più agiate della media del Paese, favorite nel periodo della presidenza russofila di Yanukovych dalla corruzione degli oligarchi russi e ucraini che assunse nel tempo livelli inaccettabili. Quando il presidente ucraino Viktor Yanukovich annunciò di non voler più stringere accordi commerciali con l’Unione Europea, rafforzando invece i legami con la Russia di Vladimir Putin, si arrivò alle proteste di Maidan Nezalezhnosti, la piazza Indipendenza di Kiev, che divenne il simbolo della rivolta antigovernativa. La situazione si complicò con la annessione della Crimea alla Russia quando la Russia inviò proprie truppe, senza insegne, a prendere il controllo del governo locale. Il nuovo governo filorusso dichiarò quindi la propria indipendenza dall’Ucraina. Fu quindi tenuto un referendum sull’autodeterminazione della penisola, il 16 marzo, che segnalò la vittoria del “Sì” con il 95,32% dei voti (non riconosciuto da gran parte della comunità internazionale). Le autorità della Crimea firmarono il 18 marzo l’adesione formale alla Russia. Gli scontri furono sanguinosi e rimasero feriti molti manifestanti filo-ucraini e alcuni manifestanti filo-russi. Di fatto, a livello internazionale questa annessione non è ancora stata riconosciuta.

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L’instabilità nel Donbass ha invece radici più profonde, dove la popolazione russofona e filo russa, armata e finanziata da Mosca, prese il controllo di una parte del territorio, dichiarandone l’indipendenza e chiedendone la secessione dall’Ucraina attraverso un referendum che però non raggiunse il consenso ottenuto in Crimea, con forti sospetti di brogli elettorali. Una guerra sporca, con 13mila morti e migliaia di civili in fuga. Alla fine si giunse, grazie all’intervento degli oligarchi, preoccupati dalle perdite sui commerci del carbone, agli accordi di Minsk, siglati nel 2015 dalla Russia e dall’Ucraina. Gli accordi prevedevano il ritorno delle regioni ribelli all’Ucraina, in cambio di una maggiore autonomia. Di fatto non furono mai rispettati.

E siamo arrivati all’invasione da parte delle truppe russe, con le motivazioni che abbiamo discusso. Il fatto stesso che Mosca tuoni anche sul semplice uso della parola invasione fa comprendere la logica per cui il diritto internazionale, secondo coloro che tuonano contro l’imperialismo occidentale, sia interpretabile secondo le situazioni. Forse in altri tempi poteva essere una consuetudine invadere con i carri armati altri Paesi per preservare l’ordine costituito ma il mondo, se Dio vuole, è cambiato. Non è certo perfetto ed ha il suo lato oscuro che Putin ha spesso evidenziato, sottolineando come il capitalismo occidentale abbia portato ad una perdita dei riferimenti etici e morali, ma da lì decidere di contrastarlo con le armi è una follia.

Voglio ancora una volta ricordare le parole di Putin alla Nazione del 12 dicembre 2013: «Siamo sempre stati orgogliosi del nostro Paese. Ma non abbiamo aspirazioni da superpotenza, non vogliamo né dominare il mondo, né la nostra regione, non vogliamo interferire con gli interessi di nessuno, non cerchiamo di proteggere né di dare lezioni a nessuno” … nello stesso tempo aggiungeva la volontà che la Russia diventasse “… un paese guida, di difendere il diritto internazionale e di garantire il rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’identità nazionale… un approccio legato alla grande storia della Russia, alla sua cultura ed esperienza nel gestire tante diverse etnie che vivono in armonia, fianco a fianco, nello stesso stato … ” belle parole che però ha contraddetto in questi ultimi giorni.

Concludendo
Putin è un abile politico che, come in una partita a scacchi, ha valutato tutti i suoi passi in questi ultimi anni, approfittando di un Occidente sempre più debole. Dall’appoggio al presidente siriano Bashar al-Assad, che gli ha permesso di riottenere una delle due storiche basi navali russe nel mediterraneo, agli interventi nei Paesi limitrofi come Georgia e Kazakhistan e più o meno ufficialmente in Libia, spesso approfittando della frammentazione occidentale.

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Sebbene la strategia militare russa non sia cambiata notevolmente rispetto all’epoca sovietica, con l’approvvigionamento di sempre più letali armamenti, nonostante la perdita del consenso interno del 4% (che potrebbe essere maggiore per presunti imbrogli elettorali), nonostante tutto, imperturbabile, Putin mostra al mondo una Russia forte e coesa che ricorda tristemente i tempi della guerra fredda.

Forse l’Occidente ha fatto degli errori, per non aver capito la mentalità russa, per averli “umiliati” offrendo un modello di successo alla tristezza dell’epoca sovietica, ma questa è la realtà. Con tutti i suoi difetti ed il suo decadentismo l’Occidente è cresciuto dando una libertà che in Russia hanno potuto solo assaporare. Se ne accorgono i giovani russi, le nuove generazioni che non credono più alla minaccia da Ovest per distruggere la madre patria russa. Chiunque abbia avuto modo di studiare all’estero e di conoscere altre realtà, non necessariamente sempre migliori, ha assaporato la possibilità di chiedersi il perché delle cose … e questo è un pericolo per chi vuole mantenere lo status quo. Ed ecco una spiegazione delle dichiarazioni impastate di retorica e di disinformazione di questo periodo, un’arte che Putin conosce molto bene.

Contro ogni aspettativa ha scatenato le sue divisioni in una morsa a tenaglia, confidando in una rapida vittoria, senza tener conto che il popolo ucraino, gli abitanti di quell’espressione geografica ai confini dell’impero russo, non cederanno facilmente … I soldati incominciano a tornare a casa nelle loro bare e l’opinione pubblica russa comincia a domandarsi se era veramente necessario arrivare a tanto. Se lo domandano gli intellettuali, i generali (molti nemmeno informati di quello che stava succedendo) e i fedelissimi, almeno fino a ieri, oligarchi le cui attività economiche verranno danneggiate dalle sanzioni. Putin sta giocando le sue ultime carte … potrebbe forse prendere le grandi città ucraine, creare un governo fantoccio, ma non avrà mai il controllo totale del Paese. Per assurdo, potrebbe far avvicinare le truppe della NATO ai confini della Russia, ormai intrappolata in un pantano di sua creazione.

Il rischio di una Ucraina conquistata con la forza dai Russi
Sotto un certo aspetto, questo ritorno alla guerra fredda, ricorda agli Europei gli avvertimenti dell’amministrazione americana che, dall’inizio del III millennio, stanno spingendo affinché la Difesa europea venga condotta dagli stessi Paesi europei. Ci sono rapporti dei summit che parlano chiaro e smentiscono coloro che credono che la NATO sia solo un braccio armato agli ordini degli Stati Uniti. Di fatto la NATO, l’unica in Europa ad avere una concreta forza militare di sicurezza, ha in pectore una sua consistenza di cui gli Stati Uniti sono solo una parte dell’insieme. 

Il rischio potrebbe essere che la Russia raggiunga con l’uso estremo della forza i suoi folli obiettivi politici in Ucraina. In quel caso tutti i Paesi europei, appartenenti alla NATO o neutrali, ne uscirebbero sconfitti e vivrebbero sempre nell’incertezza del futuro, in una guerra fredda economica permanente con la Russia, in un millennio in cui il bipolarismo sarà sostituito sempre di più dal multipolarismo. Questo non conviene all’Europa e ancora di più alla Russia. La guerra economica sarà contornata da eventi collaterali di diversa entità con limitazioni del flusso dei beni necessari: dal gas ai metalli, che colpirà soprattutto coloro che non sapranno guardare oltre l’orizzonte. Molto di questo sta purtroppo già accadendo nel mondo occidentale, mascherato da radicalismi ideologici nel campo dell’energia.

Per assurdo una vittoria russa riporterebbe l’interesse statunitense verso l’Europa orientale, se non altro per motivi economici.  Basti pensare che l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno un rapporto di scambio di beni e servizi per un totale di 1,1 trilioni di dollari (dato 2019). Riuscire a mantenere la pace in Europa faciliterebbe le politiche sociali interne ed esterne, la lotta contro le emergenze globali e il consolidamento di una posizione comune per arginare le sfide future. Un’Europa forte e coesa, non disposta a restare in silenzio di fronte a violazioni del diritto internazionale, potrebbe lanciare un messaggio identitario al mondo, mettendo un freno anche alla nuova silk road cinese intesa, dopo la cinesizzazione dell’Africa, a diventare il nodo centrale dell’economia euro-asiatica.

In sintesi, lo scenario ucraino post guerra, in un’ipotetica vittoria russa, non si presenterebbe tra i più rosei. Si sgretolerebbe la fiducia che lentamente si stava creando tra l’Europa e la Russia, con gravi danni economici reciproci. Un vulnus che farebbe fatica a guarire in una situazione di guerra asimmetrica senza fine, una nuova fra le tante che hanno insanguinato il pianeta in questi ultimi anni. Come unico vincitore, il popolo ucraino che sta dimostrando agli occhi del mondo una grande dignità a difesa delle sue radici, ma soprattutto sta indirettamente creando i presupposti per un cambio politico in Russia … non saranno mesi facili, forse ci vorranno anni per recuperare, ma saranno decisivi per il futuro della vecchia Europa. 

Andrea Mucedola

 

 

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