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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO:
AREA: DIDATTICA
parole chiave: operazioni marittime
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Guardando la mappa dell’arsenale della Spezia si nota subito un grande bacino interno diviso in due parti, situato quasi al suo estremo sud e collegato al mare solo da uno stretto canale. Anche la sua posizione è piuttosto anomala perché lo specchio d’acqua si stende sostanzialmente nell’entroterra mentre tutte le altre strutture dell’arsenale, per la loro natura, si affacciano quanto più possibile in riva al mare. Si tratta delle cosiddette “Vasche di San Vito” che ebbero una funzione importantissima benché sia stata esercitata solo per pochi anni. Vennero progettate da Domenico Chiodo per l’immersione dei legnami, una delle operazioni più importanti e delicate a cui veniva sottoposto il materiale prima di venire impiegato nelle costruzioni navali (1).

Questi due grandi bacini, il cui impiego divenne quasi subito assolutamente irrilevante per la funzionalità dell’arsenale, furono però uno dei primi impianti ad essere costruiti, comportando un grosso lavoro di scavo e pesanti interventi nell’ambiente circostante.

Per la costruzione fu sfruttata un’area poco urbanizzata ma nonostante questo si dovette fagocitare, lato mare, quello che secondo la descrizione data dal generale Carlo Mezzacapo (2) nel suo “La Spezia – Studi marittimo-militari” del 1857 era “… un piccolo seno un tempo detto delle Fornaci ed ora di San Vito, dal vicino borghetto che ne dà il nome. Siede questo in riva al mare…” Anche la vicinissima Marola si trovò a dover fare i conti con un meno comodo accesso al litorale (3). La costruzione dei bacini, addentrandosi profondamente verso il monte, impose anche una lunga deviazione della strada napoleonica per Portovenere (ora SP 530) che dovette seguire un percorso del tutto nuovo anziché, come nel resto del golfo, venire limitata ad un semplice arretramento verso monte per posizionarsi all’esterno del muro di cinta dell’arsenale (noto come viale Niccolò Fieschi).
| Una curiosità: Nel 1862 durante lo scavo dei bacini di immersione per il legname destinato alle costruzioni navali furono ritrovati i ruderi di una importante costruzione romana con mosaici, tubature in piombo, lucerne, monete ed un sarcofago, oggi conservati in gran parte al Museo Civico di la Spezia. Lo scopritore, Falconi, ritenne potessero essere testimonianze del borgo scomparso di Tigulia, come già sospettato da Don Gaspare Massa nel 1667, in qualche modo legato al poeta latino Aulo Persio Flacco. Curiosamente, nel promontorio settentrionale della baia di Le Grazie di Portovenere, esiste una zona chiamata Percii dove si favoleggia fosse presente un’altra villa romana appartenente al poeta. |
La Commissione, che svolse l’inchiesta sullo stato del materiale della Regia Marina all’indomani della battaglia di Lissa, nel verbale relativo al sopraluogo del 5 ottobre 1866 rilevò che, al contrario del resto dell’arsenale, i due bacini erano già ultimati e mancavano solo piccole finiture. Questo fa ritenere che l’autorità militare avesse fatto pressioni per averli disponibili il prima possibile: infatti, fino a quel momento, la marina sarda e poi italiana non aveva altra possibilità che usare a questo fine la sola darsena di Genova, in promiscuità con le navi che vi venivano ricoverate e pesantemente inquinata da rifiuti e da scarichi fognari (4). Le vasche erano intercomunicanti ma potevano essere isolate l’una dall’altra; esse vennero presto circondate da tettoie e da vari edifici per il deposito, la prima lavorazione e il successivo essiccamento del legname.

L’area di San Vito, pur stendendosi senza soluzione di continuità con il resto dell’arsenale, forse per la sua posizione eccentrica, venne a lungo considerata come qualcosa a parte. Nel 1876 risultava composta dalle seguenti strutture:
– Fosse di immersione (mq 26.400) con 900 metri di banchine.
– Ponte scorrevole in ferro e legno lungo m 16 e largo m 1,50.
– Officina falegnami (mq. 1.152)
– Officina remieri (mq. 294)

sulla sinistra, prima della “Prima Darsena di Armamento”, si nota il piccolo canale di collegamento con le due grandi darsene di San Vito
Secondo i dati forniti dall’Annuario Italiano di Statistica del 1884 il comprensorio di San Vito, in cui si trovavano anche alcuni servizi di artiglieria, comprendeva:
– 5.495 metri quadrati di officine, fabbricati e tettoie
– 830 metri quadrati di magazzini
– 32.400 metri quadrati di vasche e serbatoi d’acqua
– 1.200 metri di linea ferroviaria
– 950 m di strade
Tuttavia il razionale progetto, l’ampia metratura e la sollecita realizzazione delle Vasche di San Vito si inserirono in un momento di transizione delle costruzioni navali caratterizzato dal passaggio degli scafi in legno a quelli in ferro e, in pratica, il legname che vi venne immesso non servì mai per nessuna nuova grande unità, ma solo per la costruzione di imbarcazioni d’uso locale e la manutenzione corrente, almeno finché restarono in servizio delle più vecchie fregate e delle corazzate della prima generazione che, sotto la corazzatura, avevano lo scafo in legno. Già nell’elenco dei fabbricati esistenti nel 1876 non viene citata la presenza di depositi di legname in corso di stagionatura. Quindi la storia delle Vasche, appena cominciata, finisce subito, anche se i due bacini hanno continuato a servire come una comoda darsena per il ricovero di unità minori tanto che oggi sono ingombre di piccole imbarcazioni di servizio radiate in attesa di vendita per demolizione, mentre gli edifici circostanti, più volte ampliati e rimodernati, mantengono la funzione originaria di magazzini anche se non più per il legname.
Guglielmo Evangelista
Note
1) L’immersione del legname era una pratica necessaria per eliminare da esso varie sostanze organiche e nidi di parassiti e preparare il prodotto per la stagionatura. Le modalità di esecuzione, i tempi e l’acqua da usarsi, dolce o salata, furono oggetto di aspre controversie fra i tecnici. Nel “Manuale del costruttore navale” (Hoepli, Milano 1915) si sosteneva che il miglior luogo italiano per effettuare l’immersione fosse il mare di Castellammare di Stabia grazie alle molte vene di acqua dolce minerale che vi sfociavano e si mescolavano all’acqua salata.

2) Carlo Mezzacapo fu un generale del Regio Esercito, nato a Capua nel 1817 e morto a Roma nel 1905. A lui è intitolata una caserma costruita a Taranto alla fine del XIX secolo, attuale sede del Comando Reclutamento e Forze di Completamento Regionale “Calabria”.
Mezzacapo, inizialmente un ufficiale di artiglieria nell’esercito delle Due Sicilie, che aveva frequentato il Real Collegio Militare della Nunziatella, nel 1848 fece parte del corpo di spedizione di 15.000 uomini che il governo costituzionale di Carlo Troya inviò in Lombardia, al comando di Guglielmo Pepe, in aiuto del Regno di Sardegna nella guerra contro l’Impero austriaco nel corso della Prima guerra di indipendenza italiana, Mezzacapo ebbe il non facile compito di coordinare le truppe napoletane con quelle sarde, una sfida linguistica non indifferente. Richiamato da Ferdinando II si rifiutò, con altri ufficiali tra cui il fratello Luigi, di rientrare a Napoli e combatté nel 1848 alla difesa di Venezia contro gli Austro-ungarici per poi rifugiarsi prima a Genova e poi a Torino dove diede vita alla Biblioteca militare per uso della gioventù italiana e fondò la “Rivista Militare”. Studioso di problemi topografici e di fortificazioni pubblicò con il fratello Luigi gli “Studi topografici e strategici sull’Italia” che include anche le fortificazioni di La Spezia. Durante la II guerra di Indipendenza fu Capo di Stato Maggiore della Divisione Mezzacapo in Toscana, nel 1859, e quindi partecipò con l’Esercito regolare piemontese alla campagna dell’Italia Meridionale del 1860. Fu eletto senatore nel 1876.
(3) Si rese necessaria anche la demolizione del cimitero e della chiesa medievale di San Vito, che dava il nome a tutta l’area; il vecchio edificio di culto fu modificato e destinato ad altri usi, la nuova chiesa fu ricostruita nel 1884 a Marola esternamente all’Arsenale.
4) A titolo comparativo si ricorda che la darsena di Genova, dopo che una parte fu sacrificata per la costruzione del bacino di carenaggio, occupava un’area di circa 25.000 metri quadrati, quindi di poco inferiore di quella di San Vito, ma era costantemente occupata dalle navi in disarmo e dalle imbarcazioni minori di servizio.
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foto in anteprima le vasche di San Vito – photo credit Luisa Fontona facebook
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