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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: La Spezia, Panigaglia (Portovenere)
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In Italia, specialmente sugli Appennini, ci sono molte piccole località virtualmente scomparse, ridotte a ruderi abbandonati i cui abitanti si sono trasferiti altrove. La scomparsa del paese di Panigaglia rappresenta però un caso a parte. In primo luogo non si trattava di poche abitazioni isolate fra i monti, ma di un centro marittimo, non fra i più piccoli e ben collegato, che però ha visto la sua importanza diminuire senza un preciso motivo, perdendo nel tempo prima la sede parrocchiale e poi il rango di comune. Il nome è ben noto a chiunque conosca il golfo della Spezia e a causa dei suoi impianti industriali è salito spesso alla ribalta della cronaca ma è inutile cercare le tracce di un qualsiasi centro abitato perché esso è completamente scomparso, raso al suolo non da un’antica incursione saracena, da un evento naturale o da un bombardamento, ma dall’opera dell’uomo. Fino agli inizi dell’800, durante la Repubblica Ligure, il comune contava 648 abitanti 1 ed era più popoloso di Corniglia, Manarola e Porto Venere, di cui nel 1805 diventò una frazione insieme a Le Grazie e Fezzano. La chiesa di Sant’Andrea Apostolo aveva perso il titolo parrocchiale fin dal 1798, trasferito al Santuario delle Grazie che unì al proprio il suo nome.


Commissione d’Arcolliéres, Piano livellato e a curve orizzontali della penisola della Castellana e di Porto Venere nel Golfo di La Spezia, . Fonte Progetto di massima per lo stabilimento di un arsenale marittimo nel Golfo della Spezia, 27 luglio 1849 – notare in basso a destra il seno di Panigaglia con le sue infrastrutture, da La Spezia di Paolo Cevini, pag. 84, pubblicato 1984, foto Attilio Maranzano, SAGEP Editrice
La scomparsa quasi completa di Panigaglia fu dovuta alla costruzione della polveriera a servizio della base navale della Spezia la cui presenza era incompatibile con l’abitato, non solo per motivi di sicurezza, ma soprattutto perché i grandi magazzini, opportunamente distanziati, e la zona di rispetto occupavano l’intero fondo della baia, dalla strada per Portovenere e dai primi rilievi fino al mare. La costruzione del complesso militare fu autorizzata con legge del 28 luglio 1861, e l’impresa Colombo e Descalzi completò il lavoro nel 1867.
La polveriera comprendeva in origine:
– due magazzini per polvere da sparo di cui uno a prova di bomba della capacità di 500 tonnellate.
– quattro magazzini per granate di cui uno a prova di bomba della capacità di 20000 pezzi.
– un laboratorio.
– un fabbricato per uffici, corpo di guardia e magazzino.
Nella valle dell’Acquasanta venne costruita una polveriera di riserva capace di 200 tonnellate di polvere. A Panigaglia, comunque, gli esplosivi si lavoravano poco poiché serviva soprattutto per custodire le munizioni delle navi che entravano in arsenale e che venivano reimbarcate quando partivano per attività operative. Ad ogni modo rimase qualche casa d’abitazione in posizione decentrata con un piccolo molo come si desume dalle mappe e come dimostra l’illustrazione relativo ad un salvataggio comparsa sul periodico “Il Carabiniere” del 1887.


Il personale che era destinato alla polveriera (nel 1886 contava 45 marinai) alloggiava normalmente su qualche nave messa a disposizione dal Comando del Dipartimento Marittimo scegliendola fra quelle non più utilizzabili o temporaneamente in disarmo che veniva ancorata di fronte allo stabilimento; più tardi furono anche predisposti alloggi a terra, fra cui uno per un ufficiale e uno per un sottufficiale. Altre unità svolgevano servizio di vigilanza incrociando nello specchio d’acqua antistante la polveriera: a volte erano navi di uso locale come la goletta Marettimo, a volte navi di ben altro calibro ma temporaneamente “sfaccendate” , come la corazzata Conte Verde.

A Panigaglia si trovava anche una sorgente eccezionalmente abbondante la cui acqua era raccolta in un serbatoio capace di 257 metri cubi che soddisfaceva totalmente ai bisogni della flotta. Dal 1859 le navi venivano regolarmente a rifornirsi e l’acqua era caricata a mezzo di tubi di tela su appositi cassoni posti sulle barche e poi portata a bordo; inoltre serviva anche all’approvvigionamento idrico degli stabilimenti militari del Varignano e della Palmaria. Peraltro questa sorgente non va confusa con la vicina e celebre polla sottomarina di Cadimare che si trovava più a nord in direzione di Spezia, scomparsa a causa degli interramenti dovuti alla creazione dei depositi di carbone dell’arsenale. La costruzione della polveriera modificò completamente l’aspetto della zona. Venne anche atterrata la chiesa di Sant’Andrea e con essa il cimitero dei marinai statunitensi poiché dal 1848 il seno di Panigaglia era regolarmente frequentato dalle navi americane che vi avevano costruito alcuni magazzini e sfruttavano la sorgente. La militarizzazione del golfo rese impossibile la permanenza della squadra americana che, ritornata dopo l’assenza dovuta alla guerra civile, “sloggiò” definitivamente nel 1868. Quando nel 1929 una missione statunitense si recò a Panigaglia non rintracciò quasi nulla: solo pochi frammenti di iscrizioni e una lapide integra murata sul muro di cinta della polveriera. Qualche resto delle inumazioni è tornato ancora alla luce durante alcuni lavori di scavo svoltisi negli anni ’70.

La storia registra una lunga serie di esplosioni di polveriere, quasi sempre con effetti disastrosi per le località abitate e per chi vi lavorava. Limitandoci alla Spezia ricordiamo quella di Falconara il 22 settembre 1922. Queste tragedie, che avvennero in tutta Italia e in tutti i tempi, causarono centinaia di morti e danni materiali enormi. Panigaglia in un certo senso fu un’eccezione perché i suoi decenni di vita non registrano eventi troppo gravi, ma in questi stabilimenti il pericolo è sempre in agguato e quindi anche qui non mancò qualche incidente. Nell’ottobre 1902 lo scoppio di una granata in corso di caricamento uccise sul colpo cinque operai e altri due, Francesco Bonati e Francesco Cavara morirono in ospedale per le ferite ricevute. Poiché la lavorazione dei proiettili avveniva in un casotto isolato sulla spiaggia lontano duecento metri dalle mura, non vi furono danni alle strutture. Il 3 agosto 1928 un incendio distrusse due capannoni, ma si riuscì ad evitare conseguenze peggiori e su coloro che erano intervenuti a portare soccorso cadde una pioggia di medaglie d’argento e di bronzo al valor militare. Vi fu sono solo un ferito grave e uno leggero. Un altro incendio si verificò nel 1930 in circostanze piuttosto singolari e non toccò la polveriera perché scoppiò fra la vegetazione circostante. Una sentinella, vedendo le fiamme, dette l’allarme facendo intervenire la squadra antincendio e la stessa sentinella bloccò con l’arma spianata un uomo che fuggiva. Bruciò solo un po’ di vegetazione e la causa sembra che si sia trattato solo di un fiammifero lasciato cadere dall’incauto fumatore che fu arrestato.

Dopo il secondo conflitto mondiale la polveriera, ormai smantellata, subì un lento degrado e la vasta area dei suoi ruderi divenne il luogo ideale per l’addestramento degli incursori di COM.SUB.IN. finché, con la legge del 6 ottobre 1967, l’intera area fu venduta all’ENI per 630 milioni di lire. Se qualcosa della vecchia Panigaglia era stato risparmiato dalla Regia Marina in occasione della costruzione della polveriera, tutto scomparve con i non meno radicali lavori per i nuovi impianti progressivamente ampliati fino alla realizzazione dell’attuale rigassificatore.
Guglielmo Evangelista
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in anteprima la flotta statunitense a Panigaglia da Navi di linea e corsari barbareschi di Emiliano Beri, Università di Genova.
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Nota della redazione
1. Un antico proverbio spezzino ricorda il paese di Panigaglia in cui probabilmente c’era abbondanza di uomini ma mancanza di donne: “E done de Montemarssei i han la gagia e i gh’ amanca i osei, i omi de Panigagia i han i osei e la gh’ amanca a gagia”
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