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Dalla regola delle tre miglia alle Convenzioni ONU sulle leggi del mare

tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX – XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: diritto internazionale marittimo,  regola tre miglia, acque territoriali, Montego bay, UNCLOS
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Dalla regola delle tre miglia alle Convenzioni delle Nazioni Unite sulle leggi del mare
Nel XX secolo alcuni Stati, per poter estendere lo sfruttamento esclusivo delle risorse marine oltre i limiti delle tre miglia, espressero internazionalmente il desiderio di portare i limiti delle acque territoriali dalle storiche tre miglia a dodici. La necessità di ottenere un accordo internazionale portò alla convocazione delle UNCLOS, UN Convention of Law Of Sea. Tutto cominciò quando, nel 1945, il presidente statunitense Truman, utilizzando il principio consuetudinario del diritto di ogni nazione di proteggere le proprie risorse naturali, sottolineò il diritto assoluto degli Stati Uniti a sfruttare le risorse naturali contenute nella propria piattaforma continentale.

Tra il 1946 e il 1950, anche il Cile, il Perù, e l’Ecuador proclamarono questo diritto portando la distanza di  riferimento a 200 miglia nautiche e motivando l’estensione territoriale con la necessità di proteggere le risorse ittiche di quelle zone di che godono degli effetti benefici della corrente di Humboldt.  Di concerto, molte nazioni estesero le loro acque territoriali alla distanza di 12 miglia tanto che, nel 1967, solo venticinque Stati avevano mantenuto il vecchio limite delle 3 miglia. Nacque quindi la necessità di affrontare internazionalmente il problema e, nel 1956, le Nazioni Unite tennero la prima conferenza sul diritto del mare (UN Convention of Law Of Sea I) a Ginevra, Svizzera. La conferenza portò a quattro importanti trattati, che vennero concordati nel 1958 e la cui entrata in vigore, per completezza, è posta tra parentesi:

– Convenzione sull’alto mare (30 settembre 1962);

– Convenzione sulla piattaforma continentale (10 giugno 1964);

– Convenzione sulla voce territoriale Mare e zona contigua (10 settembre 1964);

– Convenzione sulla pesca e sulla conservazione delle risorse biologiche dell’alto mare (20 marzo 1966).

Sebbene l’UNCLOS I fu considerato un importante passo avanti nella gestione delle aree marittime, restò però ancora aperta la questione spinosa dei limiti geografici delle acque territoriali. Nel 1960, le Nazioni Unite convocarono una seconda conferenza sul diritto del mare (UNCLOS II) ma di fatto non si ottennero risultati pratici a causa della grande incertezza mondiale dovuta alla guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e dello schieramento delle nazioni tra i due blocchi. Si dovette quindi arrivare alla UN Convention of Law Of Sea (III) (10 dicembre 1982) tenutasi a Montego Bay, in Giamaica per poter definire con maggiore accuratezza i limiti del mare territoriale e della zona contigua ed attività, come la pesca e le attività commerciali, svolte nell’alto mare e sulla piattaforma continentale.

In estrema sintesi, gli spazi marini descritti dalla convenzione compresero:

  • le acque interne, dove di fatto vigono le leggi dello Stato costiero regolandone l’uso delle risorse e il passaggio delle navi;
  • le acque territoriali in cui, pur vigendo le leggi dello Stato costiero, viene consentito il diritto di transito a tutti (passaggio inoffensivo) in modo continuo e veloce per  «non pregiudicare la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero». Questo fattore influenza in particolar modo il passaggio delle navi e dei sommergibili/sottomarini militari che, sebbene autorizzati, hanno limitazioni nel genere di attività che possono condurre;
  • la Zona contigua (non oltre le 24 miglia nautiche dal mare territoriale) ove lo Stato mantiene il diritto di punire le violazioni commesse all’interno del proprio territorio per prevenire violazioni alle proprie leggi o regolamenti in materia doganale, fiscale, sanitario e di immigrazione;
  • la Zona economica esclusiva (ZEE), che si estende fino a 200 miglia nautiche dalla linea di base; questa area ha un’importanza economica sensibile in cui lo Stato può esercitare il diritto esclusivo di sfruttamento delle risorse naturali locali;
  • la Piattaforma continentale (CS), un naturale prolungamento dello  Stato che può sfruttarne senza vincoli  risorse minerarie o comunque non-viventi in maniera esclusiva. Inutile dire che sia la ZEE  che la CS sono aree di contenzioso politico ed economico, foriere di crisi internazionali;
  • infine, lo spazio marino che si estende oltre definito come “alto mare”  o delle acque internazionali. In questa zona marina trova ancora applicazione il principio della libertà dei mari che comporta il riconoscimento a ciascuno Stato di un uguale diritto di compiere attività di navigazione, sorvolo, posa di cavi, costruzione di isole e installazioni artificiali, pesca, ricerca scientifica, a condizione che siano rispettati gli interessi degli altri Stati.

Maritime-Zones

Per quanto concerne gli sfruttamenti delle risorse marine, farò un breve accenno a quello minerario inerente per lo più i fondali ricchi di noduli di manganese e di cobalto. Mi riferisco in particolare alla ricerca ed estrazione futura di minerali dai fondi marini per i quali la Convenzione regola alcune modalità esecutive.

Sfruttamento minerario
La UN Convention of Law Of Sea (III) stabilisce che, qualora tali risorse si trovino all’interno della zona economica esclusiva (ZEE) di un Paese, esso ha il diritto esclusivo di estrarle o di dare licenze minerarie a compagnie straniere nella propria zona. fe-mn-nodules

 

Ad esempio, il caso del bacino Penrhyn situato in prossimità delle isole Cook che ricade proprio nella loro ZEE. Qualora invece le risorse si trovino oltre la Zona economica esclusiva, come nella Clarion-Clipperton Zone nel Pacifico (CCZ), nel bacino del Perù, ed in altre aree dell’Oceano Indiano, l’estrazione deve essere regolata da un’agenzia delle Nazioni Unite, ovvero dalla Autorità internazionale dei fondi marini (ISA), che ha sede a Kingston in Giamaica.

In particolare, l’ISA deve assicurare che i benefici derivanti da future attività di prospezione mineraria marine siano condivisi equamente. La sua autorità si basa su vari articoli della UN Convention of Law Of Sea (III) che definiscono l’alto mare come patrimonio comune dell’umanità. Per le zone contenenti i noduli di manganese i contraenti devono pagare una tassa di licenza per le zone assegnate e possono utilizzare solo la metà della loro zona di concessione fino ad un massimo di 75.000 chilometri quadrati mentre l’altra metà è riservata per lo sviluppo. Questa ripartizione deve essere equa e svolta “tenendo particolarmente conto degli interessi e delle necessità degli Stati in via di sviluppo“.

miniere-sottomarine-2

Fino ad ora, le licenze concesse dalla ISA sono solo a carattere di esplorazione e permettono agli Stati di effettuare la ricerca su potenziali future aree minerarie al fine di determinare quelle con più alta densità di noduli. Le licenze sono concesse per un periodo di 15 anni e possono essere estese una sola volta per altri 5 anni. Dopo di che l’estrazione deve iniziare o l’assegnatario perderà i diritti minerari. Tuttavia, l’ISA non ha ancora completamente definito il quadro normativo giuridico ne ha stabilito le tecniche da impiegarsi per lo sfruttamento minerario.  Altro aspetto particolarmente sensibile è l’assenza di un piano per la protezione efficace dell’ambiente marino a seguito di queste attività minerarie. In sintesi, la ricerca e lo sfruttamento minerario delle risorse marine sono solo all’inizio, le aree interessate sono contese da molti Stati e con l’aumento della richiesta industriale internazionale si configurano futuri contenziosi che potrebbero essere forieri di situazioni di crisi internazionali.

Sinistri marittimi
Un altro importante aspetto contenuto nel testo della convenzione UN Convention of Law Of Sea (III), in breve UNCLOS, è quello riguardante i sinistri marittimi in alto mare. UNCLOS afferma che, in caso di affondamenti, collisioni ed inquinamenti, lo Stato che è direttamente minacciato da versamenti di materiali inquinanti assume il diritto di adottare le misure necessarie a fronteggiare l’evento con l’obbligo di tutelare e preservare l’ambiente marino.

marea-nera

Non sempre queste azioni sono di facile effettuazione. Purtroppo la difficoltà tecnica ed economica di monitorare in maniera continuativa questi spazi immensi di fatto rende impossibile il pieno rispetto delle regole. Compiti di polizia di altura per la lotta contro attività illecite, come versamenti intenzionali di idrocarburi o di materiali tossici in mare, sono limitati da una difficoltà oggettiva di un intervento tempestivo da parte degli Stati. I principali fattori da imputare sono: una limitata disponibilità di mezzi aeronavali a fronte della vastità del mare per il controllo, intervento e repressione dei crimini, e la complessità giuridica che talvolta non consente interventi rapidi sulla scena d’azione, permettendo ai rei di potersi dileguare in acque territoriali di altro Stato.  In altre parole per poter agire in maniera concreta c’è necessità di  un numero maggiore di uomini e mezzi e di strumenti giuridici adeguati alle circostanze.

Maritime Security: protezione delle rotte
Va comunque detto che il recente impiego di network di coordinamento marittimo a livello internazionale ha consentito un miglioramento sensibile della gestione globale del traffico, garantendo un maggior scambio di dati sul traffico mercantile, in particolare tra le strutture organizzative nazionali (Maritime Center) che possono così operare in maniera sempre più sinergica. Inoltre stanno apparendo unità polivalenti con spiccate caratteristiche adatte per il pattugliamento ed intervento rapido in zone di crisi.

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azione di abbordaggio di un mercantile riprodotta sulla copertina del libro “All’arrembaggio” di Massimo Annati – edizioni Mursia

Un ultimo punto dell’UN Convention of Law Of Sea (III), certamente meritevole di essere evidenziato, fu l’accordo raggiunto fra gli Stati ad abbordare ed eventualmente anche catturare navi battenti altra bandiera, esercitando così la propria giurisdizione su mercantili stranieri sospetti di gravi crimini quando in navigazione nelle acque internazionali.

Esistono alcuni casi che negli ultimi anni sono stati applicati, anche se non senza difficoltà oggettive, come il fermo e l’abbordaggio di navi battenti bandiera non nazionale  al fine di accertarne la nazionalità, o per verificare atti di pirateria, di commercio di schiavi o di altre attività illecite stabilite dall’articolo 110 della Convenzione di Montego Bay.

La Convenzione sottolinea che se il sospetto sull’attività illegale si riveli in un secondo tempo infondato, lo Stato che ha proceduto all’abbordaggio deve risarcire i danni e le perdite provocate.

Un altro punto interessante è il diritto ad inseguire e catturare navi straniere sospettate di aver violato le leggi nazionali nelle acque interne, nel mare territoriale o nella zona contigua di uno Stato. Ciò può avvenire solamente nei limiti e modi stabiliti dall’articolo 111 della Convenzione di Montego Bay.

Tutto risolto? Non proprio
La UN Convention of Law Of Sea (III), pur essendo entrata in vigore nel 1994 ed essendo stata firmata da 167 Stati, non è ancora stata ratificata da tutti i firmatari per motivi protezionistici dei propri interessi nazionali. Uno dei casi più significativi è quello degli Stati Uniti che erano stati tra i più assidui per cercare una soluzione a tale problema che hanno recentemente rigettato al Senato statunitense la firma della ratifica, giustificandola lesiva degli interessi nazionali e rivelando una visione ancora monroniana del problema.

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Sarà mai risolto il problema delle acque territoriali e di interesse economico?
Essendoci aspetti di natura economica e politica di difficile soluzione, sarà probabilmente ancora fonte di numerose controversie internazionali nei prossimi anni;  un accordo internazionale sul controllo dei mari, giuridicamente pienamente condiviso,  appare poco probabile in quanto gli interessi delle vecchie e nuove grandi potenze sono estremamente conflittuali. Le divisioni sono ancora molte e le sempre maggiori necessita energetiche non aiuteranno a risolvere gli annosi problemi a scapito di paesi non in grado di competere da punto di vista politico e militare. In futuro, come da almeno dieci millenni, i destini dell’Umanità si giocheranno ancora sul mare e ci sarà ancora molto da scrivere.

Nella consapevolezza che questa veloce panoramica sull’evoluzione del diritto internazionale marittimo non sia stata esaustiva ma redatta solo per darvi un idea delle problematiche che ridisegneranno o confini del mare, vorrei chiudere con le sagge parole di Platone: ” L’Umanità non potrà mai vedere la fine dei suoi guai fino a quando gli amanti della saggezza non arriveranno a detenere il potere politico, ovvero i detentori del potere non diventeranno amanti della saggezza “.

Andrea Mucedola

 

 

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Fernando Cerutti
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Fernando Cerutti
13/11/2017 12:29

Precisazione: UNCLOS non definisce il termine “acque internazionali”. Alcuni testi, come l’enciclopedia Treccanni l’associano all’Alto Mare (ma occorre ricordare che è un testo italiano e che l’Italia non ha stabilito né una Zona Contigua né una Zona Economica Esclusiva, per cui si passa direttamente dal Mare Territoriale all’Alto Mare). Altre dottrine nazionali l’associano all’insieme Zona Economica Esclusiva+Zona Contigua. Nella pratica comune, in genere, si intende tutto ciò che sta fuori dal mare Territoriale (e dalle Acque Interne), col presupposto che il Mare Territoriale è un estensione del territorio dello Stato Costiero, e quindi “nazionale”, mentre ciò che sta fuori (come pure lo spazio aereo) è “internazionale”.

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