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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Classis Misenensis: la presenza navale romana nella Baia di Napoli – parte III

tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: EPOCA REPUBBLICANA E IMPERIALE
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Classis, Miseno, Napoli
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Impegni operativi del tempo di pace
Coerentemente con la sua fondamentale missione di protezione di Roma e dell’Italia, la flotta Misenense presidiava innanzi tutto il mar Tirreno, operando sia dal golfo di Napoli, sia schierando delle proprie navi in varie basi secondarie: nella stessa città di Roma [44], ad Ostia, a Civitavecchia, in Corsica ed in Sardegna.

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Dovendo altresì estendere il controllo non solo al bacino occidentale del Mediterraneo ma anche a quello orientale (in concorso con la flotta Ravennate), essa distaccava delle proprie unità in tali acque, basandole in Grecia ed in Siria [45]. Il controllo del mare e dei porti era finalizzato a garantire a tutti la libertà di navigazione, nonché a tutelare la sicurezza dei traffici marittimi, poiché questi erano indispensabili per la sopravvivenza di Roma, per la logistica delle forze armate [46], per l’amministrazione delle province e per la coesione dell’impero [47]. La vigilanza della Classis Misenensis doveva inoltre tenere in debito conto le esigenze di protezione delle aree marittime più sensibili, con ovvia precedenza alle ville imperiali, sulla costa (a Civitavecchia, Ladispoli, Anzio, Astura, Circeo, Sperlonga e nel golfo di Napoli) e sulle isole, come Pianosa, Ponza, Ventotene e Capri.

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Tra i servizi di Stato svolti dalle navi di Miseno, il più rilevante è la scorta navale agli imperatori, sia perché molti di loro – come Augusto – predilessero i viaggi per mare a quelli terrestri, sia per conferire solennità ai viaggi ufficiali, e comunque per garantirne l’incolumità [48]. Per questi ultimi due motivi, le navi da guerra maggiori erano anche utilizzate per le missioni oltremare assegnate ad alti dignitari su mandato del principe. Delle unità sottili e veloci potevano invece essere usate per l’invio di dispacci urgenti [49]. Circa i servizi pubblici, poiché i classiari di Miseno ebbero una propria caserma a Roma [50], tale presenza viene motivata con l’impiego dei Misenati per la manovra del velario del Colosseo [51]. È possibile che quell’attività sia stata affidata alla destrezza dei marinai, ma si tratterebbe comunque di un compito occasionale ed accessorio, come la partecipazione alle naumachie ed alle regate dei periodici giochi nautici. La funzione primaria dei classiari nell’Urbe doveva invece essere legata alle navi ed alla sicurezza.

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denario di argento di Augusto

Impegni particolari nel golfo
Nell’ambito delle loro abituali attività di vigilanza e di addestramento in ambito locale, le navi della flotta di Miseno ebbero modo di tenere sotto il proprio continuo controllo tutte le importanti strutture costiere che erano fittamente distribuite lungo l’intero arco del golfo, tanto da apparire dal mare come una città continua [52]. Tale attenzione era in effetti giustificata dalla eccezionale concentrazione di obiettivi sensibili da proteggere, ad iniziare dal vicino porto mercantile di Pozzuoli, che era stato potenziato con l’attiguo Portus Iulius, ed il cui traffico era d’importanza vitale per l’approvvigionamento di Roma. Di significativa rilevanza risultavano anche le sistemazioni portuali di Nisida e di Baia [53], oltre ai porti di Napoli, Pompei e Stabia. In quest’ultima località fu peraltro presente un distaccamento della flotta Misenense, sia prima che dopo l’eruzione del 79 [54]. Vi era nel contempo l’esigenza di salvaguardia delle numerose ville imperiali presenti in zona, ad iniziare da quella di Miseno (già di Mario, poi di Lucullo) e dalle altre vicine: le due di Baia (una era stata di Cesare e l’altra di Calpurnio Pisone) e quella di Pausilypum (ex villa di Vedio Pollione) [55], che era dotata di moli frangiflutti e banchine utilizzabili anche dalle navi della flotta. Analoghe possibilità di ormeggio erano presenti anche nelle altre ville di proprietà imperiale nel golfo, ad Oplonti, Sorrento e Capri [56].

Una certa attenzione doveva altresì essere accordata all’elegante abitato di Ercolano ed alle maggiori ville marittime [57] disseminate sulla costa, pressoché tutte dotate di pontili per l’approdo e di ampie vasche per la redditizia attività di allevamento dei pesci [58]. Parrebbe peraltro che l’ambiente della flotta Misenense fosse piuttosto sensibile alle problematiche della piscicoltura: lo si vide sotto il comando di Optato Ponziano, che fece imbarcare sulle navi, in appositi vivai, una grande quantità di scari e li rilasciò in mare fra il golfo di Napoli ed Ostia, verificando poi per cinque anni che nessuno li pescasse affinché avessero il tempo di riprodursi a sufficienza [59]. Per le esigenza di collegamento fra la base navale di Miseno ed i punti sensibili più lontani, come Capri e Stabia, i classiari dovevano gestire un sistema di segnalazioni diurne e notturne, tipo torri semaforiche [60].

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Soccorso navale
Nelle situazioni di gravi calamità, le alte personalità del mondo romano, inclusi gli imperatori più esecrati, non hanno mai esitato a prodigarsi per i soccorsi, per la sistemazione dei bisognosi e per le necessarie ricostruzioni [61]. Lo stesso accadeva normalmente per i soccorsi navali [62], anche se tali eventi vennero raramente riferiti perché meno conosciuti e meno compresi dai più. Disponiamo tuttavia di una discreta quantità di dati [63] utili a ricostruire parte dei lineamenti salienti della più ardua ed ardita delle operazioni di soccorso navale mai effettuate in tutti i tempi: quella condotta da Gaio Plinio Secondo (“il Vecchio”), comandante in capo della Classis Misenensis, durante catastrofica eruzione del 79. Avendo ricevuto un messaggio [64] con una richiesta di aiuto inviata da Rectina, una matrona che abitava in una villa marittima ai piedi del vulcano e non aveva alcuna via di scampo se non per mare, Plinio salpò da Miseno con le sue quadriremi per procedere alla evacuazione di emergenza di tutti coloro che si trovavano sulla costa vesuviana nella stessa situazione di pericolo.

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Mentre le navi, superato il Pausilypum, dirigevano direttamente verso Ercolano, il sovrastante Vesuvio offriva agli equipaggi uno spettacolo atroce, che nessuno aveva mai visto in epoca storica e che nessun altro ha finora potuto vedere dopo di loro [65]. Dalla bocca del vulcano s’innalzava una colonna eruttiva immensa che, costellata di bagliori e fulmini, raggiungeva la stratosfera ove si allargava come un fungo atomico, oscurando il cielo e facendo ricadere in mare una fitta pioggia di cenere calda, pomici e lapilli.

Lì si vide di che stoffa fossero fatti quegli equipaggi: mentre per timori molto più futili altre flotte erano state bloccate da ammutinamenti [66], gli uomini di Plinio continuarono a navigare con compostezza e professionalità verso un pericolo agghiacciante. Ad una ad una la navi si distaccarono per andare a prelevare in costa i fuggiaschi, lasciando poi a terra la propria imbarcazione per poter più celermente raggiungere il luogo di sbarco e tornare ad imbarcare gli altri in attesa. L’ultima quadrireme a dover toccare terra era la nave ammiraglia, che, non potendo puntare verso il Sarno, approdò a Stabia, ove Plinio perse la vita. Ma la missione di soccorso aveva già consentito di mettere in salvo migliaia di persone, inclusa forse la stessa Rectina [67].

Il personale
Fin dall’epoca di Augusto tutti gli imperatori – tranne Claudio e Nerone [68] – hanno riservato il comando delle flotte imperiali a praefecti di rango equestre di propria fiducia, traendoli prevalentemente dall’aristocrazia italica e ponendo ad un livello più elevato il comandante della Classis Misenensis [69]. Furono di rango equestre anche i vice comandanti (subpraefecti) ed i comandanti delle vessillazioni navali (praepositi vexillationis). Gli ufficiali superiori della flotta erano i navarchi ed i trierarchi, che potevano rispettivamente avere comandi navali di maggiore o minore importanza, avendo entrambi il grado di centurione, poiché qualsiasi nave da guerra era equiparata ad una centuria [70]. Degli ufficiali inferiori, dei sottufficiali e dei graduati conosciamo dalle epigrafi un numero stragrande di specialità, che fanno capire l’enorme complessità dell’organizzazione e delle competenze richieste al personale. Se ne citano solo alcuni, a titolo di esempio: gubernator, proreta, nauphylax, velarius, subunctor, naupegus, hortator o portisculus, optio, armorum custos, scriba o adiutor o secutor, librarius, tesserarius, medicus, faber, ecc.

Gli equipaggi erano costituiti da uomini liberi, che si arruolavano perlopiù fra i 17 e 23 anni, per una ferma di 26 anni, elevata poi a 28 da Settimio Severo. Trattandosi di una ferma più lunga di quella prevista per le forze terrestri (come accadeva anche da noi fino a qualche decennio fa), il servizio in marina era considerato più penalizzante, data anche la sua maggior durezza. Fra gli arruolati vi erano pertanto soprattutto forestieri (peregrini), oltre ad alcuni con cittadinanza latina o romana.

In base alle epigrafi relative alla flotta di Miseno, l’origine geografica del personale risulta essere: 17,2% regione italiana, 23% Egitto, 23% Asia minore, 16% Tracia, 9,7% Dalmazia e Pannonia, 4,7% Africa e 3,4% Grecia [71]. Al momento dell’arruolamento i peregrini ricevevano la cittadinanza latina (forse a partire da Vespasiano) ed assumevano un nome romano. All’atto del congedo ricevevano la cittadinanza romana ed il diritto di sposare le proprie compagne. La rispettabilità derivante dalla piena cittadinanza, dalla legittimazione delle unioni matrimoniali e dal bagaglio di competenze professionali acquisite presso la flotta, consentiva ai congedati un ottimo inserimento nella società civile locale, grazie anche alla funzione aggregante assolta dal collegio degli Augustali e dall’apposito collegio dei veterani [72].

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Conclusione
Gli oltre quattro secoli di presenza della Classis Misenensis hanno creato una comunità marinara che ha riflesso il carattere cosmopolita di Roma e del suo impero. Napoli ha raccolto una messe di esperienze senza pari in tutte le acque del Mediterraneo ed anche oltre, intrattenendo dei contatti continuativi con tutti i siti costieri della baia di Napoli, assicurandone la protezione e riscuotendone piena fiducia. La flotta si inserì ottimamente in ambito locale, trasferendovi le proprie conoscenze, competenze e tradizioni.

Domenico Carro

 

Note

[44] Ove continuavano a funzionare gli storici Navalia (Carro 2015, pp. 128-133).

[45] Al Pireo ed a Seleucia di Pieria. I dati sugli schieramenti delle navi sono tratti dall’epigrafia.

[46] Roth 1999, pp. 220-221, 329-330 e 333.

[47] «More than the famous Roman routes, maritime connectivity of the Mare Nostrum was undoubtedly the glue of the Roman Empire.» (Arnaud 2016, p. 641).

[48] Cfr. Suet. Aug. 82,3 ; Suet. Cal. 15,2 e Cass. Dio 59,3,5; Suet. Tib. 72,1 e Tac. ann. 6,1.

[49] Reddé 1986, pp. 445 e 450-1; Pagès 1993, p. 10.

[50] Castra Misenatium, non lontano dal Colosseo.

[51] Incarico citato dalle fonti antiche una sola volta, nella vita di Commodo (SHA Comm. 15,6).

[52] Strab. 5,4,8

[53] Gianfrotta 1998, pp. 153-155 e 166. Baia solo per natanti con minor pescaggio.

[54] Parma 2002, pp. 185-187; Esposito 2011, pp. 159-160.

[55] Phaedr. 2,5,7-10; Sen. epist. 5,51,11; Tac. ann. 15,52,1; Cass. Dio 54,23,5-6.

[56] Delle 12 ville imperiali nell’isola (Tac. ann. 4,67) quella attigua al porto era il “Palazzo a Mare”.

[57] Come le ville di Antonia, dei Pisoni, di contrada Sora, di Oplonti e della penisola Sorrentina

[58] Marzano 2010, pp. 26, 31 e 33.

[59] Plin. nat. 9,62-63; Macr. Sat. 3,16,10.

[60] Cfr. Plin. nat. 2,181; Suet. Tib. 65,5 ; Veg. mil. 3,5; Russo 2007, pp. 292 e 296.

[61] Ad esempio, Augusto (Cass. Dio 54,23,7-8 e Suet. Aug. 47,2), Livia (Suet. Tib. 50,5), Caligola (Cass. Dio 59,9,4) e Nerone (Tac. ann. 15,39).

[62] Lo si vede dall’atteggiamento assunto da Cesare (Bell. Afr. 11) e Germanico (Tac. ann. 2,24).

[63] Soprattutto le lettere di Plinio il Giovane (Plin. epist. 3,5; 6,16 e 6,20) ed i dati vulcanologici.

[64] Evidentemente inoltrato da una stazione semaforica (Russo 2004, pp. 122-124).

[65] Dopo il 79 non vi furono eruzioni di pari intensità (“pliniana”); la precedente risaliva a 1700 anni prima.

[66] L’ultimo era avvenuto solo 36 anni prima: Cass. Dio 60,19,2-3.

[67] «Gaio Salvio Eutico sciolse il voto ai Lari della casa per il ritorno della nostra Rectina.» (CIL 9, 725).

[68] Che affidarono tutti gli incarichi di fiducia – incluse le flotte – ai propri liberti.

[69] Starr 1960, pp. 33-34.

[70] Ferrero 1878, p. 39; Reddé 1986, pp. 541-542; Reddé 2000, p. 185; Petriaggi 2004, p. 103.

[71] Reddé 2000, p. 187. Cfr Carro 1998, pp. 82-83.

 

[72] Amalfitano 1990, p. 254; Parma 1992, p. 221; Parma 1994, pp. 54-59.

 

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