Il dramma della Deep Sea Horizon

Giorgio Caramanna

23 Novembre 2020
tempo di lettura: 6 minuti

 

 

livello elementare
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ARGOMENTO: EMERGENZE AMBIENTALI
PERIODO: XX SECOLO
AREA: GOLFO DEL MESSICO – OCEANO ATLANTICO
parole chiave: Offshore, trivellazioni petrolifere, gestione delle emergenze

Era la sera del 20 aprile 2010 quando il buio del cielo sopra il Golfo del Messico venne improvvisamente illuminato da un bagliore rossastro. Sul canale radio d’emergenza vennero trasmesse le parole che ogni uomo di mare non vorrebbe mai sentire: “Mayday. Mayday. Mayday. Qui è la Deep Water Horizon, siamo in fiamme. Stiamo abbandonando la piattaforma”.

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il dramma della Deep Water Horizon – Autore non noto – Deepwater Horizon offshore drilling unit on fire 2010.jpg – Wikimedia Commons

È l’inizio di uno dei più gravi incidenti nella storia delle trivellazioni offshore che causerà un pesante bilancio in termini di vite umane perse ed un disastro ambientale di proporzioni inimmaginabili con danni devastanti all’ecosistema marino.

La Deep Water Horizon è una piattaforma per trivellazioni petrolifere semovente varata il 23 febbraio 2001 dai cantieri della Hyundai Industrie Pesanti nella Corea del Sud e dispone delle più moderne tecnologie in termini di sistemi di controllo, trivellazione e sicurezza. Questa stessa tecnologia però è anche il suo punto debole perché ha creato un sistema complesso ed interattivo dove un errore in un settore può facilmente influenzarne altri con un effetto a cascata. Sulla piattaforma inoltre convivono due “mondi” separati sia in termini di competenze sia di tradizioni. Da una parte c’è l’equipaggio di navigazione che ha il compito di controllare la Deep Water Horizon durante i suoi spostamenti, dall’altra parte c’è il personale addetto alle operazioni di trivellazione. La piattaforma è dotata di un sistema di posizionamento dinamico dove un computer collegato ad un GPS attiva una serie di eliche che mantengono l’unità stazionaria sul punto di trivellazione. Tecnicamente, perciò, la Deep Water Horizon è sempre “in navigazione” anche quando, di fatto, è ferma creando una potenziale confusione su chi sia in controllo: il comandante o il direttore della trivellazione?

Questa confusione può essere fatale nel caso si debbano prendere decisioni immediate durante un’emergenza. Per le operazioni nel Golfo del Messico il cliente è la BP, nata come British Petroleum e controllata dal Governo britannico, è successivamente divenuta una multinazionale aggressiva e focalizzata sul guadagno con un ricavo annuo che nel 2000 si aggirava sui 148 miliardi di dollari e che raddoppierà nella decade seguente. La BP era già stata coinvolta in una serie di incidenti sia nei suoi impianti in Alaska che in Texas dove, nel 2005, nell’esplosione di una parte della raffineria a Texas City persero la vita 15 persone. La BP si concentrò su una politica di taglio dei costi con molte delle attività date in appalto esterno. Come conseguenza gran parte della conoscenza tecnologica andò persa con una forte riduzione nella capacità di mantenere sotto effettivo controllo attività complesse e ad alto rischio come le trivellazioni offshore profonde. Il costo di noleggio per la Deep Water Horizon si aggirava sul milione di dollari al giorno ed era quindi prioritario per la BP mantenerla sempre in produzione limitando al massimo i tempi morti.

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una nave galleggia tra un mare di petrolio versato nel Golfo del Messico dopo il disastro della BP Deepwater Horizon Oil spill – Autore kris krüg  Deepwater Horizon Oil Spill – Gulf of Mexico.jpg – Wikimedia Commons

La Deep Water Horizon stava terminando la trivellazione del pozzo esplorativo “Macondo”, perforato in una struttura geologica chiamata “Mississippi Canyon”, ad una profondità di circa 1500 metri sotto il livello del mare ed a circa 6000 metri sotto il fondale, per verificare la presenza di idrocarburi. Per l’equipaggio questo era un lavoro di routine e non presentava inusuali problemi pur essendo tecnicamente impegnativo e complesso. Quello che però era inusuale era di trasformare il pozzo esplorativo in un pozzo di produzione ossia in grado di estrarre gli idrocarburi.  Di solito il pozzo di produzione viene trivellato “ex novo” nel giacimento.

La decisione di modificare Macondo fu prevalentemente dovuta ad un’idea di riduzione dei costi anche se l’equipaggio attualmente impegnato non aveva specifica esperienza nella realizzazione e controllo di pozzi produttivi.

Il seguente progetto era di trivellare un pozzo in un altro giacimento, sempre nel Golfo del Messico, denominato Kaskida e considerato un vero gigante in termini di potenziali risorse. La BP era sotto forte pressione per trivellare Kaskida perché i diritti di utilizzo dell’area erano in scadenza e se le trivellazioni non fossero iniziate rapidamente la BP avrebbe corso il rischio di perdere l’esclusiva all’esplorazione. Tutto questo aggiunse pressione sull’equipaggio che dovette completare un lavoro complesso in tempi ristretti. Un punto critico del pozzo era quello che viene definito “Blow out preventer” o (BOP). Il BOP è un sistema in grado di chiudere il condotto di risalita dei fluidi (riser) in caso si verifichino pressioni anomale impedendo l’esplosione del pozzo. Tuttavia, il BOP è solo l’ultimo elemento di controllo del pozzo e deve essere considerato solo in caso di estrema emergenza. Il sistema di controllo principale è affidato ad un delicato equilibrio tra la pressione all’interno del pozzo e quella all’interno del giacimento gestito mediante l’iniezione di densi fanghi di trivellazione. Macondo si era già dimostrato un pozzo “difficile” con frequenti oscillazioni di pressione e perdita di fango di circolazione rendendo la corretta interpretazione dei dati forniti dai sensori complessa. Dovendo Macondo diventare un pozzo produttivo, un apposito “riser” doveva essere cementato al suo interno. Anche in questo caso una serie di anomalie portarono a successive modifiche delle dimensioni del “riser” con una generica incertezza circa l’effettiva tenuta del cemento alla sua base. L’ultima fase, prima di abbandonare temporaneamente il pozzo in attesa di una sua riattivazione come pozzo di produzione, era di sostituire il fango di trivellazione con acqua di mare. Il cemento alla base del “riser” deve infatti isolare la pressione della formazione dal resto del pozzo; in altre parole una sorta di “tappo” che verrà poi rimosso per riattivare il pozzo in fase di produzione.

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Area approssimativa dell’inquinamento causato dalla Deepwater Horizon – NOAA, http://response.restoration.noaa.gov, Public Domain (Government Document)Deepwater Horizon oil spill NOAA map.jpg – Wikimedia Commons

L’incidente
Alle 9:45 della sera del 20 aprile 2010 Macondo divenne instabile; il cemento alla base del “riser” non riuscì a sopportare la pressione della formazione ed una miscela di gas, petrolio e fango iniziò a risalire lungo le parteti del pozzo, raggiungendo la base della Deep Water Horizon. Il gas, altamente esplosivo, si diffuse rapidamente fino a raggiungere un punto d’ignizione, trasformando quella che era una struttura moderna ed efficiente in una trappola mortale. Il BOP non funzionò così come il meccanismo di distacco d’emergenza. La Deep Water Horizon rimase bloccata e collegata ad un pozzo in fiamme. Nonostante gli sforzi dell’equipaggio della nave di supporto Bankston di tentare di soccorrere i naufraghi della Deep Water Horizon, undici persone perderanno la vita.

Macondo continuerà a rilasciare idrocarburi nelle acque del Golfo del Messico per quasi cinque mesi prima di essere definitivamente sigillato il 19 settembre 2010.

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Ritaglio di un’immagine della fuoriuscita di petrolio della BP Deepwater Horizon scattata da Landsat 5 il 25/05/2010. È difficile separare visivamente l’olio, le ombre delle nuvole, i riflessi del sole e il limo dal delta del Mississippi. Dominio pubblico, gratuito per uso commerciale o non commerciale. Le attribuzioni dovrebbero essere fatte all’US Geological Survey (USGS) – Author RemusShepherd Oil Spill deep water horizon.jpg – Wikimedia Commons

Si stima che 4.9 milioni di barili (circa 780 milioni di litri) di greggio si siano diffusi in mare, causando un disastro ambientale di proporzioni uniche i cui effetti non sono ancora del tutto conclusi. La BP fu giudicata colpevole di grave negligenza principalmente dovuta ad una errata strategia di riduzione dei costi. Nel 2018 i costi totali a carico della BP per le operazioni di bonifica ed i risarcimenti raggiunsero i 65 miliardi di dollari ma non restituirono la vita ai morti della Deep Water Horizon né permisero di ricostruire un ecosistema distrutto per sempre. Di fatto, il disastro della Deep Water Horizon fu la conseguenza di una serie di errori che causarono il collasso di un sistema complesso e strettamente interconnesso. Il personale di trivellazione non aveva esperienza nella trivellazione e controllo di pozzi produttivi e non avrebbe dovuto essere impegnato nella fase di trasformazione del pozzo esplorativo, in produttivo. La complessità della situazione geologica della formazione perforata fu sottovalutata portando a misure di controllo del pozzo inadeguate. Alcuni elementi essenziali, come il BOP ed il meccanismo di distacco d’emergenza non avevano ricevuto un’adeguata manutenzione e controllo e fallirono nel momento critico. Inoltre, la BP non aveva sviluppato nessun piano efficace su come sigillare il pozzo nel caso di una sua esplosione e questo comportò un ritardo inammissibile nelle operazioni di chiusura con il rilascio in mare di una disastrosa quantità di idrocarburi. La causa centrale del disastro dipese comunque nella politica di taglio dei costi della BP che causò una perdita della capacità di controllo e gestione di operazioni complesse come le trivellazioni offshore ad alta profondità.

Giorgio Caramanna

 

in anteprima: l’incendio nella notte del 20 aprile, durerà ancora a lungo – Fonte US Coast Guard and Agencies Response to Deepwater Horizon Oil Spill – Autore USCG Press – Otto Candies
Coast Guard and Agencies Response to Deepwater Horizon Oil Spill (4541155893).jpg – Wikimedia Commons

 

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