La diffusione delle navicelle nuragiche di Pierluigi Montalbano

Redazione OCEAN4FUTURE

25 Maggio 2026
tempo di lettura: 7 minuti

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livello medio

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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: SARDEGNA
parole chiave: Navicelle nuragiche

Le navicelle nuragiche sono oggetti caratterizzati da una forma a scafo con una protome animale all’estremità anteriore, in corrispondenza della prua. In molti casi si tratta di scoperte casuali avvenute durante lavori agricoli o di acquisizione di materiale recuperato in circostanze non ben precisate. Inoltre gli elementi provenienti dai vecchi scavi quasi mai forniscono informazioni dettagliate intorno alla posizione dell’oggetto o riguardo il contesto in cui esso è stato ritrovato. L’analisi della distribuzione geografica delle navicelle avrà solo un valore indicativo, poiché di frequente s’ignora la zona di origine degli esemplari, e il numero degli elementi di cui è nota la provenienza non è tale da consentire una valutazione statistica del quadro distributivo. E’ raro che si disponga dei dati di rinvenimento precisi delle barchette nuragiche perché la rimozione dei manufatti dalla sede primaria deve essere iniziata in età antica, per proseguire in ogni epoca quasi senza soluzione di continuità. Ad esempio la barchetta n° 41 cosiddetta del “Re Sole” 115 è stata recuperata negli anni ’80 nel giro di una vendita clandestina, ma si è appreso in seguito che l’oggetto è stato raccolto, decontestualizzato ed infilato fra le pietre di un muretto a secco, presso il nuraghe Badde Rupida, in agro di Padria. Delle 63 barchette illustrate dal Lilliu nel 1966, ben 20 hanno indicazione generica “Sardegna”. La percentuale più consistente di ritrovamenti (38%) risulta essere in strutture nuragiche: sette provengono da nuraghi, sei dall’area intorno ad essi, cinque da capanne e otto da ripostigli. Più rari i rinvenimenti in contesti funerari (2,7%), limitati a due navicelle. In ambito extra insulare assommano però a cinque i ritrovamenti entro tombe a tumulo etrusche (6,8%). Altre sei sono state ritrovate in ripostigli (8,3%) assieme ad altri materiali nuragici. Il 9,7% delle scoperte è stato fatto nell’area di un pozzo sacro. Da stipi votive provengono altre quindici navicelle, mentre altri sei oggetti sono stati ritrovati in grotte.

Navicella dalla Tomba del Duce

Per quanto possa valere, pur considerando lo sconvolgimento dei depositi, le barchette sono quasi assenti tra i bronzi votivi di Abini, Teti e Santa Vittoria di Serri ed anche fra i reperti dei maggiori santuari recentemente scoperti nel Nuorese: S’Arcu ‘e is Forros di Villagrande Strisaili e Gremanu di Fonni. 116 Un albero sormontato da una colombella è l’unico indizio del santuario Serra Niedda di Sorso. Non vi sono navicelle fra le offerte di Su Tempiesu di Orune. La barchetta n° 109 di Costa Nighedda e quella di S. Maria in Paulis di Ittiri provengono da ripostigli: si tratta di veri e propri tesoretti, si direbbe quasi riserve templari, costituiti da oggetti di prestigio quasi tutti integri. Con tutte le riserve del caso, in Sardegna emerge una differenza sistematica nella collocazione originaria delle barchette rispetto ai bronzetti: è legittimo ipotizzarle, d’accordo con Ugas, come offerta votiva, ma non agli dei delle acque.117. Come puntualizza F. Lo Schiavo nel suo studio del 2000, le barchette compaiono nei ripostigli più frequentemente dei bronzetti, forse per il loro valore simbolico come strumenti di potere, ricchezza, superiorità e prestigio nell’ambito dei popoli nuragici, ma si potrebbe più semplicemente spiegare con il fatto che, essendo in numero più rilevante, avevano minore pregio economico e simbolico-religioso. Allora, nel I Ferro, le torri nuragiche avevano perso parte del loro valore simbolico e deterrente, e le imprese sul mare erano venute a sostituire, o rafforzare, il segno del potere. In questo senso i bronzetti figurati e le barchette erano qualcosa di simile a un attributo di prestigio.


Non essendo documentate corone e scettri 118, si potrebbe, d’accordo con la Lo Schiavo, ritenere che le navicelle fossero considerate come la prerogativa di un capo, importante per la sua ricchezza e per il reale, e forse personale, possesso di una nave, del suo carico e delle cognizioni necessarie per navigare ed entrare in contatto alla pari e con vantaggio, con le genti al di là del mare. Questa interpretazione spiegherebbe sia la generica assenza delle barchette nei santuari tradizionali, sia la presenza particolare nel sacello di Sa Sedda ‘e Sos Carros: 119 infatti, il territorio di Oliena con la valle di Lanaittu è separato dal mare di Cala Gonone solo da un accessibile valico fra i monti, ed è collegato direttamente attraverso il corso del Cedrino con il golfo di Orosei. Animali vari, gioghi di bue e torrette di nuraghi decorano i piccoli scafi, forse a indicare il possesso della terra, dei campi e dei boschi, insieme al dominio del mare.

In sintesi, una dozzina sono state rinvenute nella Penisola e, precisamente, Lilliu120 ha indicato: tre
da Populonia, cinque da Vetulonia, una dal Lazio, una dal Santuario di Gravisca, una da quello di Capo Colonna (n° 110), mentre Giovanni Colonna ha identificato l’esemplare conservato nell’ Ermitage a San Pietroburgo con quello dal porto di Ostia. Altre 63 sono illustrate nel libro di Lilliu “Sculture della Sardegna nuragica”, mentre una ventina di esemplari sono venuti in luce successivamente e presentati in mostre. Escludiamo quelle provenienti da collezioni private svizzere perché la provenienza e l’autenticità sono in discussione. La barchetta nuragica proveniente dal santuario di Hera a Gravisca, datato alla metà del VI a.C., ritengo, ma è una interpretazione personale, possa riferirsi alla battaglia del Mare Sardo di Alalia del 535 a.C.121 fra cartaginesi, sardi ed etruschi da una parte, contro i greci focesi di Massalia dall’altra.
Alla fine del VII è datato il deposito votivo del santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna e alla stessa epoca sono datati i tre maggiori complessi vetuloniesi che hanno restituito cinque barchette: la Tomba del Duce, il Circolo delle Tre Navicelle, il Circolo della Navicella. Una barchetta è stata ritrovata nel ripostiglio di Falda della Guardiola, Populonia, associata con asce ad alette, una fibula e una spada tipo Monte Sa Idda 122. Lilliu indica datazioni fra l’820 a.C.123, data attribuita al deposito della “grotta sacra di Su Pirosu” di Santadi, fino al 580 a.C. per la navicella di Gravisca. Recentemente per il ripostiglio di Monte Sa Idda 124 è proposta una datazione del X a.C. e anche parte del complesso votivo della grotta Pirosu di Santadi viene posto entro la fine del Bronzo Finale, quindi la forbice si allungherebbe di un secolo e mezzo, tuttavia si tratta solo di ipotesi. Per quel che riguarda nuovi contesti della Sardegna bisogna segnalare 125 alcuni esemplari frammentari sparsi in complessi ancora inediti, la barchetta dal ripostiglio di Costa Nighedda di Oliena e, dallo stesso territorio all’interno della valle di Lanaittu, le navicelle dalla fonte sacra di Sa Sedda ‘e Sos Carros, una fibula in bronzo e una fiasca dipinta che possono bene risalire al VII a.C. La barchetta di Costa Nighedda (n° 109, Tav. LXVII) presenta il fondo piatto, quattro peducci e una costolatura lungo il bordo, a metà delle fiancate e lungo il fondo; sormonta lo scafo un ponte con occhiello nel quale è inserito un elemento di sospensione ad anello, il sole, terminante con una barretta.
La protome bovina, molto stilizzata, ha lunghe corna terminanti con globetti e il collo è segnato da una fitta serie di costolature che si estendono fino all’estremità della prua. Il materiale ceramico del contesto e i reperti metallici fanno datare il ritrovamento all’età del Bronzo Finale. 126 Gli scavi del 1993 della fonte sacra di Sa Sedda ‘e Sos Carros, hanno messo in luce sei navicelle bronzee e parti di altre, evidenziando una delle più importanti associazioni di manufatti di pregio mai verificatosi in Sardegna127.
L’esemplare più spettacolare è un frammento di ben 25 cm di lunghezza, a fondo piatto con fiancate lisce e una bellissima protome cervina a prua, eretta su una placchetta triangolare; sul bordo si trova la parete traforata di una battagliola. Una seconda barchetta presenta fondo piatto, pareti lisce e prua con protome di muflone. La terza ha il fondo arrotondato con margini carenati e una verghetta appiattita e piegata a formare un occhiello. La quarta ha scafo stretto e allungato, fondo arrotondato e protome taurina a prua. Della quinta restano frammenti non ricomponibili ma presenta due figurine di cani sulle murate, una per parte, e una protome taurina con corna lunate e orecchie allargate alla base. La sesta è pure a fondo arrotondato con placchetta triangolare a prua e impostazione verticale della protome, ora mancante. Frammenti di altri tre scafi presentano delle battagliole triangolari sagomate. La datazione del ritrovamento è datata tra il Bronzo Recente e Finale. Dal territorio di Oliena proviene un’altra barchetta a fondo piatto; l’oggetto, citato dal Pais e dal Crespi, è oggi conservato al Museo Sanna di Sassari.

La presenza delle navicelle, come si evince dalla carta, è documentata un pò dovunque in Sardegna. 128 Le barchette bronzee presentano differenze di fogge rispetto ad alcune barchette lucerna in ceramica. Il divario formale è sensibile: la forma dello scafo è approssimativa e grossolana, con fiancate mai carenate e di grande spessore. Tuttavia, come vedremo, alcuni esemplari di Su Mulinu di Villanovafranca, hanno protome zoomorfa 129 e possono essere riconducibili a riproduzioni di barchette bronzee. Che i manufatti d’impasto avessero la funzione di lucerne è provato dalle tracce di bruciatura che restano all’interno e sul beccuccio.
Non possiamo affermare con certezza che le navicelle bronzee avessero funzione di lucerna, ma un loro utilizzo con questa funzione, anche in ambito religioso, è certamente ipotizzabile. Probabilmente la loro funzione principale era quella di impreziosire gli ambienti e quale occasione sarebbe più plausibile se non quella in ambito votivo o sacerdotale? Certamente gli ambienti templari sono quelli nei quali l’arredo liturgico è generalmente molto prezioso e le navicelle bronzee hanno una forma che si presta a vari utilizzi all’interno di questo genere di ambienti: come contenitore di sostanze per la celebrazione delle funzioni, come vaschetta per olii o essenze profumati, come lucerna per illuminare le zone più buie.

Pierluigi Montalbano

Note
115 Lo Schiavo 2000, Mache, p 129
116 Lo Schiavo 2000, p 130
117 Ugas 1989-90, pp. 558, 562, 571; Ugas Paderi, 1990, p.483
118 Lo Schiavo 2000, Mache, p 130
119 Lo Schiavo 2000, p 131
120 Lo Schiavo 2000, p 118
121 Lo Schiavo 2000, p 120
122 Lo Schiavo 2000, p 120
123 Lilliu 1966
124 Lo Schiavo 2000, p 120
125 Lo Schiavo 2000, p 121
126 Lo Schiavo 2000, p 122
127 Lo Schiavo 2000, p 122
128 Lo Schiavo 2000, p 124
129 Lo Schiavo 2000, p 126

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estratto dal saggio Sardegna: Le navicelle bronzee nuragiche Capitolo III Diffusione e cronologia
non tutte le immagini sono tratte dal saggio
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