Le Svalbard: isole sperdute e contese

Gian Carlo Poddighe

31 Maggio 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XVI – XXI SECOLO
AREA: ARTICO
parole chiave: Svalbard
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Oggi, oltre all’immutata rilevanza strategica di un choke point cruciale come il GIUK gap, se ne dovrebbe considerare una addizionale, determinata dall’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia che, insieme alla già storica appartenenza all’Alleanza della Norvegia e al fenomeno dell’arretramento della linea dei ghiacci in Artico, apre a nuove prospettive di sfruttamento geopolitico – e quindi a nuove vulnerabilità – per l’intera penisola scandinava.
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Alla sorveglianza allargata al GIUK la NATO dovrebbe aggiungere una nuova linea di monitoraggio marittimo rappresentata dalla congiungente tra il nord della Norvegia continentale (Penisola di Varanger) l’Isola degli Orsi (Bjørnøya) e le Svalbard che, sebbene queste ultime territorio formalmente demilitarizzato, non possono non essere considerate nella logica di un contenimento avanzato e tempestivo, sia per le non inverosimili mire russe nel nord della Norvegia (e di riflesso verso le adiacenti Finlandia e Svezia) sia a quelle prospettiche cinesi di un possibile posizionamento in Artico.

Svalbard, isole sperdute ma contese
L’olandese Willem Barentsz, a cui si deve l’Atlante del Mar Mediterraneo, scoprì l’arcipelago nel 1596 mentre si trovava alla ricerca di un passaggio verso il Polo Nord. A lui è dedicato il mare di Barents parte del Mar Glaciale Artico, localizzato a nord della Norvegia e della Russia. Inizialmente l’arcipelago delle Svalbard era noto come Spitsbergen (“montagne appuntite”) ce la mappa dell’Artico di Barents del 1599 definiva l’area col nome più generico di Het Nieuwe Land (“La Nuova Terra”).

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Parte della mappa del 1598 dell’esplorazione artica di Willem Barents. Spitsbergen, qui mappata per la prima volta, è indicata come “Het Nieuwe Land” (in olandese “la Nuova Terra”) Barentsz arctic map.jpg – Wikimedia Commons

Il primo sbarco conosciuto sull’isola risale al 1604, quando una nave inglese attraccò a Bjørnøya e iniziò a cacciare i trichechi; in seguito Spitsbergen divenne base per la caccia alle balene artiche dal 1611. In breve divenne terra di contesa economica tra inglesi, danesi, francesi e olandesi che nel 1619 vi fondarono uno dei primi insediamenti stabili, Smeerenbur. Gli insediamenti, per lo più estivi proliferarono e restarono fino al XIX secolo quando la caccia ai grandi cetacei si spostò nell’Artico. La presenza russa iniziò nel XVII secolo con l’arrivo di cacciatori di pelli di volpi e orsi polari. Nel 1809, dopo una serie di raid inglesi nel Mare di Barents, l’attività russa alle Svalbard diminuì fino a cessare del tutto nei primi anni dell’Ottocento. Fu verso la fine del XIX secolo che le Svalbard attirarono un primo interesse minerario per la presenza di numerosi giacimenti di carbone necessario per le esplorazioni artiche. Le prime miniere vennero avviate date dai norvegesi nel 1899, seguiti poi dagli inglesi e poi, nel 1908, dagli statunitensi. In quegli anni, quella terra di tutti e di nessuno divenne oggetto di conteziosi per la sovranità dell’intero arcipelago. Solo dopo la I guerra mondiale, il 9 febbraio 1920, alla conferenza di Pace di Parigi, venne firmato il trattato delle Spitsbergen (Svalbard) che assegnò alla Norvegia la piena sovranità delle isole, lasciando però a tutti i firmatari il diritto assoluto di pesca, caccia e sfruttamento delle risorse minerarie per evitare l’insorgere di ulteriori conflitti. Il trattato ebbe effetto dal 14 agosto 1925, assieme all’Atto delle Svalbard che regolò per la prima volta la vita amministrativa dell’arcipelago delle Spitsbergen. Solo negli anni 1920, la Norvegia decise di rinominare l’arcipelago col nome di Svalbard, e l’isola principale divenne nota come Spitsbergen. I russi continuarono a chiamare tradizionalmente l’arcipelago col nome di Grumant e l’Unione Sovietica riconobbe il nome Spitsbergen avanzando la tesi che fossero stati i russi i primi a scoprire quella terra. Durante la seconda guerra mondiale tutti gli insediamenti vennero evacuati e i Tedeschi, con l’operazione Zitronella del 1943, prese con la forza la guarnigione norvegese nel 1943, distruggendo gli insediamenti di Longyearbyen e Barentsburg. Nel settembre del 1944, i Tedeschi, con l’operazione Swashbuckler (Haudegen), stabilirono delle stazioni meteorologiche alle Svalbard. Questo gruppo di uomini fu l’ultimo della Germania nazista ad arrendersi nella seconda guerra mondiale. Dopo la guerra, l’Unione Sovietica, intravide l’importanza strategica dell’arcipelago e propose un’amministrazione condivisa norvegese e sovietica per la difesa militare delle Svalbard ma questo accordo venne rigettato nel 1947 dalla Norvegia che due anni dopo entrò nella NATO. L’Unione Sovietica mantenne comunque alta la sua presenza alle Svalbard, in parte per assicurarsi che l’arcipelago non fosse utilizzato dalla NATO durante la guerra fredda.

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Un rinnovato interesse?
Se per le Svalbard non si sia registrato da parte norvegese un disinteresse paragonabile a quello danese per la Groenlandia, una risposta di Oslo ad eventuali tentativi di invasione potrebbe, e dovrebbe, essere meno influenzata dalla condizione di territorio demilitarizzato (in forza del trattato di Parigi del 9 febbraio 1920 le Svalbard sono vietate per ‘warlike purposes’). In questo, NATO e blocco occidentale dovrebbero sostenere la posizione norvegese, denunciando con forza le ingerenze ‘border line’ di chi copre con scopi ‘scientifici’ attività di chiaro risvolto anche militare.

La Cina sta incrementando le proprie attività di ricerca presso la propria stazione ‘Fiume Giallo’ istituita nel 2003 a Ny-Ålesund (località dove si trova anche la Stazione artica italiana, ‘Dirigibile Italia’) e, in tale contesto, nel 2023 ha posizionato boe di ascolto acustico nel Mare del Nord. È ben nota la porosità percettiva e applicativa cinese tra ricerca pura e finalità militari. Curioso il fatto che la Cina si sia autodefinita, con un certo stupore (e preoccupazione) di molti, “Stato quasi Artico” – e che abbia recentemente manifestato il proprio interesse attivo verso le Svalbard, inviando anche una propria delegazione (membri dell’Amministrazione Cinese dell’Artico e dell’Antartico – CAA, e dell’Istituto di Ricerca Polare Cinese (PRIC)) presso il centro scientifico russo di Barentsburg.

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Analogamente, la Russia sta decisamente intensificando la storica presenza di cittadini russi su quelle isole, un tempo oggetto anche di sfruttamento minerario da parte di Mosca (emblema ne è tutt’oggi il sito nei pressi di Pyramiden sull’isola di Spitsbergen). Non è pertanto un caso che le mire di Putin sull’Artico ed in particolare sulla Svalbard abbiano fatto venire voglia di Unione Europea alla Norvegia. Ricordo, che Oslo aveva rifiutato per due volte di entrare nell’Unione Europea (con i referendum popolari del 1972 del 1994), un’opzione che ancora nel 2016 non godeva del favore popolare, dato che il 70% dei cittadini si dichiarava contrario. Oggi però i contrari sembrano essere scesi ad un minimo storico.

Uno dei motivi per cui i norvegesi iniziano a non disdegnare l’ingresso nella UE è la maggior assertività della Russia ai loro confini, specie dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022: Mosca sta infatti alzando l’attenzione strategica per quanto concerne il territorio delle isole Svalbard. Forse sfuggito ai media, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, Mosca ha apertamente tentato di ricostruire una presenza diretta nella Svalbard con sfide più o meno aperte al governo di Oslo al punto che, il 9 maggio del 2023, aveva organizzato una piccola parata militare sull’isola in occasione della ricorrenza della vittoria (sovietica) contro i nazisti nella Seconda guerra mondiale (nonché festa nazionale Russa). Una piccola sfilata di veicoli che hanno esposto, tra l’altro, la bandiera della autoproclamata Repubblica bielorussa Donex, forse un messaggio implicito. Nel solo, nel  2024, a Pyramiden le bandiere norvegesi sono state sostituite da due bandiere sovietiche mentre un deputato russo ha proposto di cambiare il nome dell’arcipelago in isole Pomory. Una mossa di Mosca ancora più grave, un attacco aperto, è stata l’accusa alla Norvegia di violazione del trattato del 1920, che garantiva l’utilizzo dell’arcipelago solo per scopi pacifici, e di voler coinvolgere le isole nella pianificazione militare della Norvegia con il supporto di Stati Uniti e NATO. Un’accusa quella russa evidentemente senza evidenze sufficienti da giustificare la possibilità di adire in difesa delle proprie prerogative.

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Le Svalbard sono quindi tornate centrali nei rapporti di forza tra le potenze non solo per le risorse minerarie ma per la crescente importanza della regione artica. Per assurdo, le pretese di Trump sulla Groenlandia potrebbero risultare utili alla Russia per legittimare la sua domanda di ottenere, o meglio riottenere, un controllo diretto sulle Svalbard. Data la situazione, per il Governo di Oslo, un modo per cautelarsi dalle ingerenze russe potrebbe essere l’ingresso nell’Unione Europea. In quanto alla crescente attenzione in merito alle ipotetiche riserve di terre rare nell’Artico, la crescente domanda ha portato ad un aumento delle attività di esplorazione e alla riapertura di miniere un tempo chiuse nelle regioni artiche della Norvegia, comprese le Svalbard.

Gian Carlo Poddighe

in anteprima il pattugliatore norvegese KV Svalbard in pattugliamento nell’arcipelago – Autore Vetle Nilsen Malmberg KV Svalbard ved Bjørnøya.jpg – Wikimedia Commons

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