I mitili: una delizia del mare nota sin dall’antichità

Vincenzo Popio

16 Settembre 2024
tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: BIOLOGIA MARINA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDITERRANEO
parole chiave: Mitili, cozze, muscoli, peoci

I mitili mediterranei, appartenenti alla specie Mytilus galloprovincialis, sono molluschi bivalvi, caratterizzati dal guscio nero e allungato, tendente al violastro, che mostra i cerchi di accrescimento. La loro conchiglia è divisa in due valve uguali, ed è formata dal carbonato di calcio che il mollusco estrae dall’acqua. E’ di forma allungata, la parte verso l’apice (umbone) è appuntita, mentre il margine posteriore è arrotondato. Crescono, come spiegherò in seguito, lungo pali e reste, favorendo lo sviluppo di una straordinaria biodiversità che include sparidi, cavallucci marini e splendidi spirografi.

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Mytilus galloprovincialis – Fonte lavoro personale dell’autore Andrey Butko wikidata:Q108287599 Mytilus galloprovincialis shell.jpg – Wikimedia Commons

Essendo un organismo filtratore, si nutre di plancton e di particelle organiche in sospensione. Si riproduce tra marzo e giugno, e all’inizio della primavera le larve si fissano ad un substrato. In estrema sintesi, trascorsi circa 6-8 mesi dal momento del fissaggio, il mollusco entra nella fase di maturità sessuale ed i gameti, sia maschili che femminili, vengono emessi nell’acqua, dove avviene la fecondazione. Le larve attraversano vari stadi e nell’ultimo, quando oramai ha acquisito l’aspetto adulto, si fissa grazie al bisso.

La storia delle cozze è interessante
Questi deliziosi frutti di mare, conosciuti con diversi nomi (cozze nell’Italia meridionale, muscoli in Liguria e Peoci in Adriatico), erano già consumati nel Paleolitico e, fin dall’antichità, erano presenti in tutta Europa, in Patagonia e in Sud America. Il primato del primo allevamento avvenne in Francia nell’ottavo secolo. In Italia le prime testimonianze risalgono al 1732, legate agli allevamenti presso il Golfo di Trieste ma già nell’Ottocento si allevavano a Taranto e a La Spezia. La prima vera coltura industriale venne effettuata in Spagna nel 1901, utilizzando dei pali di legno ma, dopo alcuni tentativi, si decise di abbandonare tale pratica sostituendola con delle strutture galleggianti. La diffusione delle coltivazioni dei mitili si ebbe poi alla fine della prima guerra mondiale, diventando una vera e propria fonte di reddito per gli allevatori.

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foto storica miticoltori nella rada di La Spezia. L’allevamento iniziò a seguito della migrazione di allevatori tarantini nel borgo di Cadimare (SP) che trovarono nelle acque spezzine, caratterizzate da condizioni di risorgenze di acqua dolce simili a quelle del mar piccolo di Taranto, un ambiente marino ottimale per la coltivazione foto storiche – Cooperativa Mitilicoltori Spezzini

Nel 1946 si decise di introdurre la coltura su zattera e, in pochi mesi, la produzione si duplicò! Le zattere venivano realizzate con delle strutture in legno, con un galleggiante centrale, alle quali venivano appese le corde dove gli allevatori attaccavano i semi delle cozze. Solo quando gli stessi raggiungevano la dimensione giusta, i mitili venivano raccolti a mano. Una tecnica di allevamento ad oggi fra le più utilizzate è il sistema longline, che strutturalmente ricorda un filare e prevede l’installazione di una fune rettilinea, il trave, ancorato al fondo del mare tramite corpi morti e mantenuto ad una profondità di 2-3 metri dalla superficie del mare. Non ultimo, il sistema detto Smartfarm, diffuso soprattutto nel Nord Europa, basato su unità chiamate Smart Unit. In pratica i mitili aderiscono a delle reti, attaccate a grandi tubi galleggianti e ancorate al fondo, la cui larghezza delle maglie varia a seconda della dimensione degli esemplari e del loro stadio di crescita. Questa tecnologia appare essere ottimale per fronteggiare le correnti marine, diminuendo al minimo le perdite di prodotto, e favorendo l’automatizzazione nelle operazioni di gestione e raccolta, con evidenti vantaggi economici per gli allevatori.

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Sistema longline da http://www.hydracoop.it/progetti/progettomiami

 

 

L’allevamento

Tutta l’attività ha inizio a novembre con la preparazione dei letti, ossia delle griglie di corda. La tecnica di allevamento dei mitili avviene attraverso l’uso di particolari strutture portanti in legno o ferro, chiamate comunemente pali che vengono piantati sul fondale per due o tre metri e che fuoriescono dall’acqua per circa un metro. Tra i pali vengono tese delle funi di fibre vegetali, chiamate captatori, mantenute ad una profondità variabile fra 1,5 e 2 metri con appositi galleggianti alle quali si attacca naturalmente il seme, che darà vita ai mitili. Tradizione vuole che ai primi di novembre vengano disposti all’interno dei vivai i “letti per la raccolta del seme” costituiti, come già detto, da cime sospese in prossimità della superficie, a cui aderiranno spontaneamente le larve planctoniche captate durante il periodo delle emissioni gonadiche, (i sessi sono separati) che si prolunga sino ad aprile. I mitili vengono allevati in reste, con reti tubolari in polipropilene chiamate calze, all’interno delle quali sono inseriti i molluschi.

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notare le retine biodegradabili in bioplastica la cui biodegradabilità marina e atossicità sono state confermate da recenti studi scientifici 

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sciorinatura in mar piccolo, Taranto

Nel 2021, è iniziato il progetto Life MUssel Sustainable production (re)cyCLES (LIFE Muscles) o LIFEMUSCLES, che mira soprattutto alla riduzione della dispersione delle calze in polipropilene (PP), al loro recupero e riciclaggi, portato avanti da Legambiente e altri otto partner che operano nelle aree di La Spezia e del Nord del Gargano. Per il Mar piccolo di Taranto, invece, è stato presentato il progetto MIAMI, finalizzato a sperimentare soluzioni innovative per la sostenibilità. Durante tale progetto la maglia della calza in bioplastica compostabile viene dimensionata in base alle fasi di accrescimento dei molluschi presenti all’interno (tecnica già applicata nel nord Europa). Voglio sottolineare che queste calze in bioplastica compostabile per la mitilicoltura sono un esempio virtuoso di innovazione ambientale da cui partire per disegnare ulteriori sviluppi nel settore delle attività produttive marine.

Tornando all’allevamento, la sciorinatura è una delle fasi più suggestive dell’intero processo produttivo che viene eseguita ogni 20-30 giorni. I mitili vengono stesi al sole su appositi stenditoi, sui quali per 24 ore vengono fatte asciugare le cozze in modo da far morire alghe e parassiti che si depositano sui gusci ed anche batteri sensibili ai raggi ultravioletti. Si allena così il prodotto a stare fuori dall’acqua sin dalla sua nascita e a mantenere una maggior resistenza e vitalità. Una volta asciugata, la semina viene poi ributtata in mare per altri 30 giorni prima di essere estratta per la preparazione del pergolato. A maggio si forma il novellame, ovvero cozze di 1-2 centimetri, mentre ad ottobre la cozza cresce fino ai 2-3 cm (comunemente detto pre-ingrassato). Raggiunte queste dimensioni, il prodotto è pronto per essere spedito e reimmerso in altri vivai. Se si tratta di un esemplare femmina o maschio lo si capisce dal colore interno del mollusco. Se il colore è arancione vivo è femmina, se assume tonalità giallastre è maschio.

Ottimi filtratori ma …
Le cozze in natura vivono attaccate a strutture come scogli e pontili immersi nell’acqua grazie al bisso, quell’intreccio di fibre molto resistenti che viene chiamato barbetta (da togliere durante la pulizia delle cozze). Le cozze filtrano l’acqua e accumulano dentro sé non solo microplastiche, ma anche i batteri da esse trasportati, inclusi ad esempio alcuni patogeni appartenenti al gruppo dei vibrioni. Quindi si consiglia di mangiarle sempre ben cotte, in quanto la cottura uccide almeno i batteri. I metalli pesanti accumulati e le nano-plastiche non si possono però eliminare con la cottura.

La direttiva europea 91/492/CEE fissa i parametri sanitari da seguire riguardo alla raccolta, alla manipolazione, alla conservazione, al trasporto e alla conservazione dei molluschi bivalvi vivi. Le zone di provenienza (allevamento o pesca professionale) devono essere sempre classificate in base alla concentrazione di indicatori di inquinamento microbiologico rilevati nei molluschi.

  • Categoria A, se l’Escherichia coli non supera i 230 ufc (ufc = unità formanti colonie) per 100 grammi e se la Salmonella è assente su 25 grammi di polpa e liquido intervalvare. I mitili provenienti da queste aree possono andare subito sul mercato.

  • Categoria B, se il contenuto di l’Escherichia coli rientra fra i 230 e i 4600 ufc per 100 grammi. Prima della commercializzazione, le cozze delle zone B devono essere sottoposte a un periodo di depurazione in appositi impianti (stabulatori)

Vediamo ora le proprietà di questo alimento tanto saporito ed apprezzato
Le cozze, oltre ad essere gustosissime, sono ricche di vitamine e sali minerali (vitamina B e di ferro), proteine e antiossidanti per cui alzano le nostre difese immunitarie ed esercitano una notevole azione antinfiammatoria. Prevengono la ritenzione idrica, grazie all’alto contenuto di potassio e sono un ottimo rimedio in caso di ipertensione.

Per poterli adeguatamente apprezzare questi frutti di mare devono essere acquistati e cucinati vivi. Particolare attenzione al momento dell’acquisto deve essere dato al guscio: se è nero e lucido è indice di freschezza. Per avere una garanzia che siano tali, si devono chiudere quando il guscio viene colpito e l’odore deve ricordarci proprio il mare. Una volta acquistate, le cozze devono essere cucinate il prima possibile, scartando quelle che si presentano con il guscio rotto e quelle che non si aprono da sole quando vengono esposte al calore della padella per farle aprire. Si possono conservare cotte per un massimo di 2 giorni in frigorifero. Se si vogliono cucinare il giorno dopo, la maniera più sicura è quella di immergere un panno da cucina in acqua salata pulita, strizzarlo bene e quindi successivamente avvolgervi i mitili, fare un nodo stretto in modo che non si aprano e riporli in una ciotola nella parte più fredda del frigorifero per evitare che muoiano.

Non solo in tavola

Oltre che mangiarli, i mitili potrebbero essere utilizzati per la depurazione delle acque, in quanto possono filtrare fino a 1000 litri di acqua al giorno. Possono anche essere utilizzati contro l’erosione costiera, come “mitili frangiflutto” (esperimento scientifico chiamato Coastbusters). Si è osservato che le attuali scogliere frangiflutto, realizzate in pietra o cemento, essendo rigide, aumentano l’impatto del moto ondoso sotto costa quando l’onda si riflette e carica di energia le onde successive … e questo genera un aumento dell’erosione. In sintesi, un alimento economicamente importante (annualmente solo in Italia si prelevano circa 120.000 tonnellate di cozze, considerando la produzione in Puglia, Campania, Romagna, Veneto e Liguria) che può fornirci un aiuto per proteggere anche le nostre coste dall’erosione.

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Si è quindi pensato a realizzare delle barriere morbide in grado di oscillare con le maree utilizzando delle coltivazioni di mitili poste a 300 metri di distanza dalla costa che sarebbero in grado di smorzare il vigore dell’onda. In pratica, l’aspetto delle barriere è quello di un tradizionale allevamento di mitili realizzato con una struttura galleggiante con boe a intervalli regolari che tengono sospesa una fune orizzontale, la trave.

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A quest’ultima sono appese le reste, tubi reticolari in nylon con fori a cui si ancora il mollusco. Per ottenere un maggiore effetto anti-erosione sono cruciali posizione, inclinazione e distribuzione delle stesse. Un’idea geniale e sostenibile nonchè produttiva.

Vincenzo Popio

in anteprima, la straordinaria biodiversità lungo le reste dei mitili – Foto Francesco Pacienza 
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