La strategia di Augusto – Parte V

Domenico Carro

16 Giugno 2024
tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: I SECOLO
AREA: DIDATTICI
parole chiave: Augusto

 

Abbiamo dunque accertato che Augusto, vissuto in una società nella quale la strategia non era affatto ignota, ebbe effettivamente una personale ed approfondita conoscenza dei dati necessari per concepire le proprie strategie in modo consapevole e razionale. Sappiamo anche, come è stato già anticipato, di non poter disporre di alcun testo antico recante qualche lume sulle valutazioni geostrategiche espresse dallo stesso Augusto o dai suoi successori. Questo non tanto a causa delle gravissime perdite subite dalla storiografia dell’epoca, quanto perché tali argomenti venivano affrontati esclusivamente nella ristretta cerchia degli amici e consiglieri del principe, essendo protetti dal più rigoroso segreto.

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Ci vengono parzialmente in aiuto gli studiosi che si sono già soffermati ad esaminare la complessiva storia dell’Impero romano sotto l’ottica della strategia, ravvisando una sostanziale continuità nelle grandi scelte operate dal fondatore dell’Impero e dai successivi Cesari, tanto da far intravvedere l’esistenza di una “grande strategia” imperiale, eventualmente distinta fra i tre periodi (Giulio-Claudio, Flavio-Antoniniano e da Diocleziano in poi) nei quali possono essere individuati, a grandi linee, tre diversi sistemi di sicurezza. Questi importanti studi si sono essenzialmente prefissi di indagare sulle misure strategiche adottate dai Romani per proteggere le proprie frontiere: indubbiamente un argomento di vitale importanza per la sopravvivenza dell’Impero. Ne emerge tuttavia un quadro che rischia di apparire deformante e di indurre una sensazione di incompletezza. Se ne potrebbe in effetti dedurre che, per i Romani, il solo obiettivo strategico di qualche importanza fosse quello di permanere ossessivamente arroccati all’interno del lunghissimo perimetro del limes, paventando come minaccia tutto ciò che era esterno al loro dominio. Sappiamo bene che non poteva essere questo l’atteggiamento mentale dei Romani, congenitamente propensi ad allacciare rapporti di reciproco interesse con tutti i popoli con i quali essi venivano in contatto. L’altra lacuna piuttosto sorprendente è costituita dalla pressoché totale assenza di riferimenti al ruolo rivestito dalle forze navali, liquidate in modo sbrigativo o relegate a livello di scomoda opzione per il trasporto marittimo.

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Per ottenere dunque un quadro più completo occorre innanzi tutto riferirsi alla straordinaria situazione della pax augusta in cui visse e prosperò l’Impero romano, perlomeno nel primo millennio di Roma. In quel contesto, in particolare, si presentarono per la prima volta nella storia le condizioni per adottare una strategia del “tempo di pace”, utilizzando tale espressione esattamente come l’intendiamo ai nostri giorni, ovvero per una situazione che non esclude l’insorgere di crisi o di conflitti locali in aree periferiche.

Pertanto gli imperatori, pur tenendo accuratamente conto della necessità del controllo lungo i confini e delle misure indispensabili per assicurarne la difesa, dovettero porre attenzione a tutti i maggiori e continuativi interessi geopolitici e geo-strategici del tempo di pace, che sono il sale della grande strategia. Quindi, non solo le esigenze della difesa, ma anche quelle relative alla sicurezza interna, al controllo dei regni clienti, alle relazioni esterne, all’economia, al commercio, e così via. Lo stesso strumento militare non ebbe solo compiti difensivi, ma fu impiegato anche per altre missioni, senza escluderne alcune a carattere offensivo: in risposta a determinate crisi o in qualche operazione di conquista che venne occasionalmente decisa, perlopiù nel sostanziale rispetto del criterio di contenere l’espansione romana entro i limiti di quanto sostenibile e difendibile.

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Prima di procedere oltre è utile osservare che, fra gli strumenti della strategia in tempo di pace, anche in epoca romana hanno occupato un posto preminente la diplomazia, la dissuasione e il dominio del mare. In particolare, la diplomazia – in termini di risultati, ovvero la concessione della amicitia – è stata citata da Tito Livio come uno dei due artefici (insieme alla guerra, ça va sans dire) del dominio di Roma sull’intera ecumene. Circa la dissuasione, ai nostri tempi spesso chiamata all’americana “deterrenza”, essa era ben conosciuta in epoca antica come si vede, ad esempio, da quanto scrisse Vegezio sulla funzione dissuasiva delle flotte imperiali. Associata alla dissuasione vi era il dominio del mare, che i Romani esercitavano fin dall’epoca della repubblica e la cui funzione è stata sintetizzata da Pompeo Magno con un’espressione di notevole efficacia, coincidente con l’analogo aforisma vergato duecento anni fa dal napoletano Giulio Rocco, l’ideatore e primo teorico del potere marittimo.

Un concetto sostanzialmente simile è stato espresso dall’avventuriero inglese Sir Walter Raleigh, che si riferisce al commercio marittimo quale fonte di ricchezza: un aspetto sicuramente presente anche in epoca imperiale romana, dato lo straordinario sviluppo che vi ebbe la marina mercantile. Le necessità e le opportunità del traffico marittimo organizzato ed utilizzato dai Romani saranno pertanto tenute ben presenti nei successivi capitoli, trattandosi di questioni che hanno una spiccata incidenza sul potere marittimo. Non va infatti dimenticato che quest’ultimo, come lucidamente intuì il già citato Giulio Rocco, è “risultante di una ben ordinata Marina Militare e di una numerosa Marina di Commercio.” Ad esso contribuirono quindi, sotto il principato di Augusto e dei suoi successori, le forze marittime imperiali (le flotte da guerra, il naviglio ausiliario ed il corpo dei classiari), le basi navali e le infrastrutture logistiche, nonché la flotta mercantile, i porti e le grandi opere marittime (rete dei fari e delle stazioni di segnalamento costiero, i canali navigabili, ecc.).
Fine V parte – continua
Domenico Carro
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