La tragedia dell’Oria

Redazione OCEAN4FUTURE

18 Febbraio 2019
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MEDITERRANEO
parole chiave: relitto, Oria, 8 settembre 1943

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Spesso sui giornali si parla dei drammatici naufragi che avvengono su quelle rotte della morte che dall’Africa giungono verso le nostre coste. Eventi tristi che trovano notizia sulle news di tutto il mondo quasi un monito alla nostra civiltà. Purtroppo il mare reclama da sempre le sue vittime a causa di conflitti, naufragi ed imperizie di navigazione. Drammi  umani che lasciano ferite aperte. Poi il tempo tende a far dimenticare le coscienze e questi drammi vengono ricordati solo se necessario, come se alcune notizie avessero un peso diverso di altre. Il 12 febbraio scorso si è commemorato in Grecia il naufragio del piroscafo norvegese Oria in cui persero la vita 4.000 militari italiani. Una tragedia che interessò molti nostri connazionali, vigliaccamente catturati dopo l’8 settembre e trasportati verso i campi di concentramento.  Sebbene siano passati tanti anni questa come tante altre notizie non vengono ricordate dai mass media. Forse una distrazione giornalistica o forse alcuni credono che certe morti siano più meritevoli di attenzione di altre … e non sarebbe la prima volta, basti pensare ai tanti inermi innocenti uccisi nelle foibe istriane.

Raccontiamo oggi la storia di quella nave, sempre con grande rispetto per quei marinai che scomparvero in mare in quella notte tempestosa.

L’Oria era stato costruito nel 1920 nei cantieri Osbourne, Graham & Co di Sunderland. Il mercantile era un piroscafo da carico norvegese, della stazza di 2127 tsl, adibito al trasporto di carbone. All’inizio della seconda guerra mondiale fece parte di alcuni convogli inviati in Nord Africa, ed a Casablanca fu internato nel giugno del 1940, poco dopo l’occupazione tedesca della Norvegia. Un anno dopo il piroscafo fu requisito dalla Francia di Vichy, ribattezzato Sainte Julienne e preso in gestione dalla Société Nationale d’Affrètements di Rouen che lo impiegò nel Mediterraneo. Nel novembre del 1942 fu inizialmente restituito al proprietario e ribattezzato Oria ma subito dopo requisito dai tedeschi come cargo.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e gli eventi della campagna del Dodecaneso, i Tedeschi decisero di trasferire migliaia di prigionieri dall’isola di Rodi, via mare, verso i campi di prigionia nazisti usando navi commerciali dove venivano stipati i prigionieri nelle stive oltre ogni limite consentito. Si trattava di soldati italiani allo sbaraglio che si erano rifiutati di combattere sotto la bandiera nazista. Diverse di quei cargo affondarono a causa dell’attacco degli Alleati o per incidenti durante la navigazione portando con se molti disperati.

La nave, l’undici febbraio del 1944, partì da Rodi scortata dalle torpediniere TA 16, TA 17 e TA 19, diretto al Pireo con a bordo 4046 militari italiani internati (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3885 soldati), 90 militari tedeschi e l’equipaggio. Il mercantile, colto da una forte tempesta, naufragò dopo essersi infranto contro l’isolotto di Patroklos presso Capo Colonne. I soccorsi, ostacolati dalle pessime condizioni meteorologiche consentirono il salvataggio di soli 37 italiani, 6 tedeschi, 1 greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina. Solo l’estremità della prua rimase fuori dall’acqua. Le onde lo sospinsero poi verso le insidiose secche dell’isola di Patroklos. La tempesta, il buio e la mancanza di conoscenza dei fondali provocò l’urto dello scafo che venne squarciato dalle rocce.

Photo credit archive: A. Zervoudis – M. Ghilardelli – L. Di Donno

I soccorsi effettuati anche da un rimorchiatore italiano, ostacolati dalle pessime condizioni meteo, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina. a notte tra l’11 e il 12 febbraio 1944 una tempesta sorprese il piroscafo al largo di capo Sounion, 69 km da Atene. Per motivi non chiari, la morte dei soldati Italiani fu ignorata per decenni anche in patria. Purtroppo ancora oggi non se ne parla abbastanza. La loro lista dei caduti può essere ritrovata a questo link.

Aristotelis Zervoudis

Nel 1955 il relitto fu smembrato dai palombari greci per recuperare il ferro, mentre i cadaveri di circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa e sepolti in fosse comuni, furono in seguito traslati nei piccoli cimiteri dei paesi della costa pugliese e, successivamente, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. Nel 1999, il sommozzatore greco Aristotelis Zervoudis individuò la posizione di quanto rimaneva del relitto dell’Oria, organizzando una serie di spedizioni subacquee di rilevanza tale da spingere il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, a nominarlo nel 2017 cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia, una delle più elevate onorificenze che possa essere concessa dalla Stato Italiano ad un cittadino straniero. Del relitto restano solo poche tracce, per lo più posate e gamelle degli sfortunati soldati italiani. La raccolta di questi  resti, oltre che essere vietata per legge, è una pratica irrispettosa verso questo sacrario del mare che ancora custodisce i resti mortali di tanti soldati che abbandonati dopo l’8 settembre si rifiutarono di combattere senza avere direttive da parte dei Comandi in Patria. Trattati come civili, e quindi non protetti dalla convenzione di Ginevra, furono ammassati su quelle carrette del mare e trovarono la morte nelle gelide acque dell’Egeo.

Il 12 febbraio del 2014 è stato inaugurato, nel tratto di costa prospiciente all’isolotto di Patroklos, un monumento, costruito grazie alla disponibilità delle autorità locali elleniche e richiesto dai familiari dei dispersi nel naufragio del piroscafo Oria. Da allora, ogni anno si svolge una mesta cerimonia di commemorazione, alla quale partecipano autorità civili e religiose oltre a delegazioni delle altre rappresentanze diplomatiche straniere accreditate in Grecia. Forse quei nostri connazionali meriterebbero un ricordo maggiore.

 

 

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