ARGOMENTO: GEOPOLITICA PERIODO: XXI SECOLO AREA: MEDIO ORIENTE
parole chiave: IRAN, US, libertà della navigazione
Sulla tregua esitante fra USA e Iran, nello specifico non vi è nulla da aggiungere che Robert Kagan (riferimento 1) non abbia già anticipato nei suoi due articoli su The Atlantic del 10 e 21 Maggio, cui si rimanda. In termini generali, invece, rimando al capitolo “sospensione degli atti di guerra” (Vom Kriege, III, 16) che potete leggere nel riferimento 2.
Dalla ovvia realizzazione dell’impossibilità di rintracciare una soluzione politica sul campo di battaglia questa guerra si trascina sciatta e a singhiozzo. Non era facile fare peggio dell’amministrazione Bush in Iraq; non era facile esporsi a una stroncatura integrale da parte di colui che ha rappresentato, all’epoca, una delle voci più articolate a sostegno dell’interventismo statunitense in Medio Oriente. Obiettivi, ambedue, pienamente conseguiti: gli unici di questa guerra. Quanto al resto, per i prossimi 60 giorni Hormuz riapre senza pedaggi – e solo tre mesi fa sarebbe stato surreale anche soltanto sussurrare di un pedaggio iraniano – ma sotto la formale supervisione iraniano-omanita. Poi si vedrà. Frattanto 24 miliardi di asset iraniani, congelati dalle sanzioni, verranno sbloccati da Washington a maggior gloria degli ayatollah (cioè, in questa fase, dei Guardiani della Rivoluzione, che se possibile è anche peggio). La questione altrimenti esistenziale dell’atomica iraniana, invece, è stata derubricata, e ad ora è semplicemente off the table.
Insomma, se l’obiettivo era il regime change, quello di Khamenei senior è stato sostituto dalla versione oltranzista di sé stesso: presieduto da Khamenei iunior e, nei fatti concreti, a trazione IRGC. Se l’obiettivo era invece frustrare la corsa di Teheran all’atomica, fa piacere constatare che quel dossier al momento non sia nemmeno più oggetto di trattative: apparentemente sacrificato sull’altare dello sblocco di Hormuz, questione assai più urgente. Da qualsiasi parte si cerchi di volgere questa storia, rimane sempre un imbarazzante fiasco. Se questa tregua sopravviverà alle operazioni israeliane nel Libano meridionale, fra 60 giorni si dovrà ridiscutere di tutto; nel migliore dei casi, al fine di rinnovare i termini della tregua. E di rinnovo in rinnovo, scivolare verso una stabilizzazione della situazione a condizioni nettamente più svantaggiose di quelle di partenza a gennaio … sempre con l’incognita incombente dell’uranio arricchito di Teheran e della sua prossima destinazione d’uso. Inoltre, e significativamente, da questo momento l’iniziativa passa ad altri attori … non certo a Washington, impantanata, nel prevedibile futuro, in un sistema il cui asse è costituito dall’imprevedibile quanto onnipervasivo marasma presidenziale, e dalla volontà di differenti consorterie di trarne il massimo vantaggio “before the party’s over“. Per cui, se si vuole divinare il mondo futuro, bisognerà guardare altrove, nella consapevolezza che un mondo multipolare sarà intrinsecamente più instabile. Guardare alle decisioni prese a Tel Aviv in cui la guerra permanente alimentata da Netanyahu, per basso calcolo elettorale, dovrà pur approdare, prima o poi, alla sintesi di un vantaggio strategico stabile a partire dai tanti fronti ancora aperti. Oggi, come nel 1830, il fine della guerra non può che rintracciarsi in una susseguente, stabile condizione di pace.
E si dovrà guardare alle decisioni degli Emirati del Golfo: ora nell’inedita situazione di doversi barcamenare fra la propensione a riesumare gli accordi di Abramo con Israele; e la nuova esigenza di tracciare una rotta mediana, capace al contempo di non scontentare troppo il minaccioso vicino iraniano. Se pensavate che le cose in Medio Oriente fossero complesse, immaginate cosa possa essere il dover trovare la quadra tra Teheran e Tel Aviv: e per stati che, a un tiro di sasso dall’Iran, producono un terzo dell’energia globale essendo, al contempo, dei nani militari. Perché il tutto deve essere calibrato, nell’immediato, entro un sistema che non dà più senso, dacché le garanzie di sicurezza finora offerte dalla potenza statunitense non sono più tali.
E occorrerà infine vedere se, in quali modi, e in quali teatri la Cina deciderà di trarre vantaggio dell’evidente flessione del prestigio e del reach statunitensi. E, nel caso in cui non ve ne fosse contezza, giova sottolineare che tutte queste dinamiche incidono direttamente sul ruolo globale dell’UE: su quello che già ha in termini economici, ancorché in crescente sofferenza per via della crisi del surplus cinese; e su quello che potrebbe avere sul piano politico e non può più essere rimandato. Anche se potrebbe essere tranquillamente strangolato in culla già il prossimo anno, a partire dall’esito delle elezioni politiche in Francia.
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Ricercatore indipendente – Associato del Laboratorio di Storia Marittima e Navale (NavLab), Università degli Studi di Genova – DA.FI.ST. – Socio S.I.S.M., Società Italiana di Storia Militare
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