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livello elementare.
ARGOMENTO: EDITORIALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: COMUNICAZIONE
parole chiave: influenza dei social, rete, social
Lo ho scritto il primo giorno e lo ribadisco ancora oggi: il silenzio è d’obbligo. Nessuno ci vieta di parlare su un argomento che riteniamo possa essere di interesse per molti ma, a volte, il porci al centro dell’attenzione, a fronte di un dramma come quello delle Maldive, è quanto meno inopportuno. L’inchiesta ci dirà presto cosa è andato storto e poi, volendo, potremo trarre delle conclusioni affinché ciò che è avvenuto non accada mai più. Lo dobbiamo alle vittime ma anche a tutti coloro che sono stanchi di sentire e leggere giudizi talvolta offensivi e non richiesti. In questi giorni si sta consumando l’ennesimo dramma in cui alcuni si sentono autorizzati a recitare la loro parte dando la loro versione dei fatti … il problema è che non si tratta di una fiction ma di una triste realtà dove le parole possono ferire più delle spade. Lo dicevano i Latini, multo quam ferrum lingua atrocior ferit (la lingua ferisce molto più della spada). Premesso quanto sopra, l‘editoriale di oggi non riguarda l’incidente ma la gestione dell’informazione in questo nuovo millennio e come questa possa influenzare il nostro futuro.
Il mito dell’Information superiority
Nella prima decade di questo secolo, mi sono occupato di decision making, ovvero del processo cognitivo ed emotivo che ognuno di noi intraprende quando vogliamo prendere una decisione. Uno degli aspetti più importanti che emerse dal lavoro del mio team, composto da militari e civili, fu l’analisi dell’influenza dell’informazione/disinformazione fornita dai media sui processi decisionali, in grado di deformare la realtà e condizionare scelte e opinioni. Qualcuno dirà “è sempre stato così”, l’uso della disinformazione ha provocato conflitti fratricidi e creato miti intorno alle peggiori dittature totalitarie ma, in questo terzo millennio, si è aggiunto un livello di complessità grazie all’uso dei social media.
Per farvi comprendere il perchè devo fare un passo indietro. Il mondo reale viene da noi tutti osservato e compreso in maniera diversa a causa di diversi fattori, come predisposizione verso un certo problema, esperienza, capacità di analisi, mezzi disponibili, etc.. Tutti questi fattori filtrano la realtà (come delle lenti di divers colore) e concorrono nel consolidare la nostra valutazione finale. Il problema è che ogni lente è diversa e può inficiare il processo precedente. Faccio un esempio pratico, una vedetta che ha a disposizione un binocolo avrà una “capacità sensoriale” di scoprire un pericolo prima di un altro che ne è sprovvisto… in questo caso la sua ” superiorità” sarà data dallo strumento che gli consentirà una possibilità di valutare – prima e meglio – una situazione. In realtà, la capacità data dai mezzi sensoriali è solo una parte del processo decisionale, che può avere un peso maggiore o minore a seconda della comprensione (in questo caso la capacità di interpretare uno stimolo visivo a maggior distanza) a valle della scoperta. In altre parole non è detto che il fattore “tecnico” debba per forza fornire una superiorità. Riepilogando, l’informazione acquisita subisce diversi passaggi successivi come se attraversasse dei filtri successivi – che potremmo interpretare come delle lenti – che possono minimizzare o cancellare il vantaggio dello stimolo iniziale, distorcendo la realtà. Vedremo ora come con l’avvento dei social media si è di fatto aggiunto un nuovo filtro, altrettanto importante, che può aggiungere un livello di complessità alla nostra capacità cognitiva, di fatto deformando la realtà e quindi la nostra capacità di prendere delle decisioni.

I social media sono nati alla fine del secolo scorso, 1997, e si sono evoluti nel tempo, diventando una nuova forma di comunicazione che unisce, solo per Facebook, circa tre miliardi di utenti nel mondo. Oggi basta un click per scambiare in tempo reale immagini, video o anche solo piccoli pensieri. Potremmo dire che le immagini ed i video stanno di fatto sostituendosi alla parola scritta creando un mondo di analfabeti guidati dalla potenza degli stimoli visivi. Questo progresso comunicativo straordinario ha però un lato oscuro che viene interpretato dai sociologi con diverse teorie: dalla necessità ancestrale di voler appartenere e riconoscersi in un gruppo, al desiderio di uscire dal quotidiano per diventare un “personaggio pubblico” in grado di pilotare l’attenzione ed il pensiero degli altri.
Il rischio maggiore per i soggetti più fragili è di diventare schiavi della rete, sempre più ossessionati dalla paura di esserne tagliati fuori (fear of missing out) che, in alcuni casi, può degenerare provocando ansie e crisi identitarie. Il rapporto interpersonale, necessario per una equilibrata crescita interiore, è spesso stato sostituito da emoticon sui telefonini. La domanda che ci ponemmo, era legata alle influenze dei social media sul personale militare e su come questo processo, apparentemente inarrestabile, poteva influenzare la capacità decisionale all’interno degli staff. In ambiente anglosassone si ricercava la fiducia nello sviluppo di sistemi sempre più assistiti dall’intelligenza artificiale, in ambito europeo si dava ancora, per fortuna, importanza alla crescita sociale degli individui considerando la rete uno strumento da usare.

Ma perchè esiste questo rischio?
Senza voler entrare troppo nei particolari, i processi decisionali umani sono regolati da meccanismi che influenzano il nostro cervello, chiamato ad elaborare quotidianamente un’enorme quantità di informazioni. Considerando questa complessità tutti noi, inconsciamente, facciamo uso di “scorciatoie” che entrano in gioco ogni volta che siamo chiamati a prendere delle decisioni o a dare giudizi su un argomento, Questi “bias cognitivi” influenzano ciò che percepiamo (vista ed udito), che ricordiamo (secondo la priorità di importanza che diamo ai nostri stimoli) e, nel caso dei social media, condividiamo con gli altri.
Nei processi decisionali, i social media aggiungono quindi un livello ulteriore di “filtraggio” della nostra capacità cognitiva. Il rischio è di entrare in un gioco non virtuoso in cui il rapporto interpersonale può trasformarsi in una ricerca ossessiva di conferme (secondo i psicologi alla ricerca di una comunità che, pensando come noi, ci da forza), dove notizie scioccanti o altamente drammatiche diventano prioritarie sulla normalità. In pratica si può creare un effetto “palla di neve” incontrollabile che colpisce le fasce più deboli contagiando però tuta la rete. Il pericolo è quindi creare un contagio emotivo che provoca una presa eccessiva sugli utenti, generando sentimenti come dolore, odio o simpatia a volte ingiustificati. In questo, purtroppo, la “voglia di narrazione“, tipica del genere umano, è facilitata negli esseri umani in quanto animali sociali che necessitiamo sia di scambiare sentimenti con i nostri simili per colmare la nostra necessità di compartecipazione, sia per affermare il nostro valore sugli altri. Fattori che, secondo alcuni studi pubblicati su Clinical Psychological Science, denotano nelle nuove generazioni una certa immaturità sociale. In Afghanistan, parlando con dei colleghi americani, mi era stato riferito che il divieto di portare con se i telefonini durante le missioni di pattugliamento – per evitare che i soldati condividessero in tempo reale particolari sulle missioni sui social – aveva provocato seri problemi ad alcuni soldati che si sentivano persi venendo a mancare l’accesso ai social. Un effetto simile all’astinenza da droghe ma questa volta provocato dalla negazione di accesso alla rete. Il discorso sarebbe molto lungo e lascio agli esperti approfondire aspetti psicologici tutt’altro che secondari come il “Dopamine Scrolling” 2 o il “Doom scrolling” 3.
In sintesi, la rete è una arena straordinaria che può aiutarci a crescere ed a condividere conoscenze ma non è scevra di pericoli. Oltre al controllo dei contenuti, la modalità di comunicazione dovrebbe essere regolamentata per evitare che si diffondano comportamenti anarchici trasformando un forum di comunicazione in una giungla senza regole dove buon gusto, modestia, analisi oggettiva vengono sostituite da volgarità, superbia e cialtroneria. Ciò che colpisce è che la libertà di espressione, favorita dalla rete, sta assumendo sempre più aspetti preoccupanti … i social sono spesso fonti senza restrizioni che possono influenzare soggetti non adeguatamente preparati, creando immagini distorte della realtà. Il John Doe dall’altra parte può seminare ignoranza manipolando la realtà del mondo in cui viviamo. Qualcun dirà, era stato già scritto in tanti romanzi di fantascienza .. ma è questo il futuro che vogliamo per l’Umanità? Il negazionismo ascientifico si sta diffondendo nelle menti più giovani creando i presupposti di una dittatura della rete. Lo vediamo nel diffondersi di teorie senza alcuna base scientifica che vengono propagandate seminando il dubbio … lo si fa in tutti campi ed ora anche nel sociale. Volendo chiudere elegantemente, Un bel tacer non fu mai scritto, disse Iacopo Badoer, poeta e librettista veneziano del XVII secolo, impariamo ad ascoltare, ad analizzare la realtà che non è quella di Tik Tok, a comprendere le cose che ci circondano, valutando anche il male che possiamo fare solo per aver voluto soddisfare la nostra voglia di protagonismo. Tornando alla tragedia delle Maldive, piangiamo insieme la perdita di tutte le vittime con silenzioso rispetto e con la stima e l’affetto che meritano. Verrà il tempo per capire il resto.
Andrea Mucedola
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1 ricordate il famoso detto giornalistico nine days news, ovvero una notizia non resta all’attenzione del pubblico per più di 9 giorni
2 Dopamine Scrolling è la ricerca di un appagamento del proprio io che segue un like o un commento positivo
3 Doom scrolling è la critica compulsiva sui social di notizie, spesso negative, come quella che sta avvenendo in questi giorni sulla tragedia delle Maldive.
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