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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: USA-EUROPE
parole chiave: disimpegno statunitense, Obama, Biden Trump
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Correva l’anno 2012 quando il Presidente degli Stati Uniti Obama, in linea con il suo East Asian Strategy 1 (meglio noto come Pivot to Asia) annunciò il ritiro dalla Germania di 7.000 soldati statunitensi, l’equivalente di due brigate. Quella decisione era anche figlia di un errore di valutazione: ovvero che la Russia fosse ridotta a poco più che una potenza regionale con pretese da grande potenza, tenute a galla dall’eredità dell’arsenale ex sovietico. Due anni dopo, l’invasione del Donbas da parte dei “little green men” di Girkin e l’annessione della Crimea avrebbero dimostrato quanto fosse grossolano quell’errore. Ma i 7.000 soldati non per questo sarebbero tornati.

I membri della guardia d’onore militare cinese marciano durante una cerimonia di benvenuto per il Presidente dello Stato Maggiore Congiunto, il Generale dei Marines Peter Pace, presso il Ministero della Difesa a Pechino, Cina – Autore Sergente Maggiore D. Myles Cullen (USAF) Dominio pubblico Guardia d’onore cinese nella colonna 070322-F-0193C-014. JPEG – Wikimedia Commons
Nel febbraio del 2021, appena insediata, una delle primissime decisioni prese dalla presidenza Biden fu quella di annullare il ritiro dalla Germania, ordinato da Trump l’anno precedente, di ulteriori 9.500 uomini. La decisione, alla luce di quanto sarebbe accaduto un anno dopo, era del tutto corretta: ma come tante altre decisioni prese da quella amministrazione nei successivi quattro anni, finì per collocarsi in mezzo al guado. Biden avrebbe fatto quanto doveva per rassicurare gli alleati storici, e avrebbe realizzato la pericolosità di un ulteriore indebolimento del dispositivo statunitense in un momento di rilancio dell’imperialismo russo; ma non per questo la sua amministrazione avrebbe segnato un ritorno in grande stile di Washington in Europa.
Questo è quanto
Il ritiro di ulteriori 5.000 uomini apparentemente deciso da Trump, e le circostanze da ripicche adolescenziali in cui una simile decisione sembra essere maturata, fanno di quella trumpiana un’estrinsecazione abborracciata, farsesca ed eversiva di un trend che rimane però bipartisan e di lungo periodo. Il disimpegno statunitense dall’Europa rimane strutturale, anche se il suo ideale contraltare – cioè una crescente concentrazione nel teatro dell’Indopacifico – continua a mantenersi al di sotto delle aspettative: e per le continue distrazioni (soprattutto di forze) mediorientali; e per l’incapacità di questa amministrazione di avere un approccio che non sia rapsodico, idiosincratico e, in aggiunta a ciò, fondamentalmente predatorio nei confronti dei propri stessi alleati storici.

Il Capitano dell’Esercito degli Stati Uniti Janv Ahavit, del 21° Comando di Supporto Teatrale dell’Esercito degli Stati Uniti in Europa e Africa, saluta la sua controparte francese a Châlons-en-Champagne, in Francia, il 24 ottobre 2021, prima dell’inizio della cerimonia per commemorare il centenario della Tomba del Milite Ignoto. Questi anniversari servono come promemoria storico della determinazione e della dedizione degli alleati, uniti da un obiettivo comune e da una visione condivisa. (Foto dell’Esercito degli Stati Uniti del Sergente Anthony Whipple) Cerimonia del centenario della tomba del soldato ignoto a Châlons-en-Champagne (6906312).jpg – Wikimedia Commons
Ragion per cui, quale che sia la natura dell’amministrazione che succederà alla presente, la ragionevole aspettativa già articolata da molti – tra cui il presidente Macron – è che il trend in atto non cambierà. I futuri presidenti statunitensi potrebbero decidere di ricucire i rapporti con gli alleati NATO e tornare ad ancorare le relazioni bilaterali su di un auspicabile piede di regolarità e correttezza formale, ma il disimpegno statunitense dal teatro europeo, a meno di drammatici e imprevedibili bouleversement, continuerà ad essere strutturale ed implicherà la crescente necessità, da parte dell’EU, di fare da sé e diventare finalmente adulta. Sempre che i privati egoismi dei singoli membri lo permettano.
Marco Mostarda
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da Blog personale
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Nota della Redazione
1. Quando il presidente Obama annunciò il “riequilibrio” delle forze” o meglio dell’impegno statunitense verso l’Asia-Pacifico, emerse un certo scetticismo, riguardo alla natura ed all’intento della strategia di oltre oceano. Il ruolo delle Forze Armate a stelle e strisce era visto non per “contenere” la Cina, ma per catalizzare la cooperazione multilaterale su questioni di sicurezza condivise, come la pirateria, l’assistenza umanitaria, la risposta ai disastri e la libertà di navigazione. L’idea era di promuovere l’interoperabilità per contribuire alla stabilità e alla sicurezza regionale, nella convinzione che il futuro dell’America sarebbe dipeso da un’Asia stabile e vibrante. Quello che va compreso è che, al di là delle personalità, le amministrazioni statunitensi hanno spostato più volte l’attenzione della politica estera americana negli ultimi decenni: dall’attenzione verso l’Asia di Obama, al ritorno all’Europa di Biden, fino all’attuale attenzione di Trump sulla sicurezza interna (e sulle minacce vicine) e sull’emisfero occidentale. Fattor comune è comunque sempre il Medio Oriente che continua ad essere un importante punto di riferimento della politica estera statunitense che ostacola la strategia trumpiana “Pivot to Asia 2025” intesa a rafforzare il ruolo degli Stati Uniti nel panorama internazionale, attraverso il consolidamento della presenza nell’area Asia-Pacifico a scopo commerciale per ridurre il baratro del deficit interno.
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