Hormuz game: follow the money

Andrea Mucedola

9 Marzo 2026
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIORIENTE
parole chiave: Assicurazioni, traffico marittimo

“Cherchez la femme” avrebbe argutamente detto Alessandro Dumas padre … ma forse sarebbe meglio dire Follow the money, una frase tristemente nota di Giovanni Falcone, che si applica benissimo in questo mondo post globalizzato dove gli interessi sono superiori a qualsiasi ideologia.

Abbiamo parlato spesso di Hormuz, quello stretto braccio di mare che obbliga il traffico marittimo a muoversi tra Iran e Emirati e Oman in una via d’acqua non ratificata internazionalmente e soggetta da sempre ad insulti del diritto internazionale della navigazione. Una via essenziale per il traffico marittimo il cui eventuale blocco ha sempre avuto ricadute a livello mondiale.

Secondo le stime della U.S. Energy Information Administration (EIA), nel 2023, il flusso dei prodotti petroliferi attraverso lo Stretto di Hormuz raggiungeva in media circa 20,9 milioni di barili al giorno (b/d), ovvero più del 25 % dell’intero commercio marittimo di petrolio mondiale. Nel 2024, tale flusso era sceso all’incirca di 20 milioni b/d, riducendosi drasticamente nel primo trimestre 2025. Ciononostante EIA aveva calcolato che nel 2024 (e nel 1 Quadrimestre 2025) tali flussi avevano rappresentato più di un quarto del commercio globale marittimo di petrolio e circa un quinto dei consumi globali di petrolio e prodotti petroliferi mondiali.

Un’area di instabilità dove non esiste un ordine ben stabilito
Da decenni l’instabilità geopolitica nel Golfo ha contribuito a questo rallentamento, Sebbene a periodi alternati la competizione regionale ha causato frizioni e conflitti che hanno talvolta causato il fermo del traffico marittimo, a causa della minaccia di mine navali o di attacchi da parte iraniana alle petroliere che attraversavano lo stretto. A seguito dell’attacco israelo-statunitense, come era immaginabile, è stato dichiarato il blocco dello stretto da parte dei Pasdaran, La situazione è critica perchè affligge tutto il mondo industrializzato, in particolare l’Oriente ma qualcosa si sta muovendo. Il dialogo parallelo di molti Paesi con il Regime di Teheran non sembra avere molte risposte. Probabilmente dopo la morte di Khamenei, la lotta per la successione ha causato un blocco decisionale. Questa incertezza colpisce anche la Cina, che normalmente da sola usufruisce del 40% dei prodotti petroliferi in transito e che, in virtù degli ottimi rapporti  economici e militari, sta cercando di ottenere garanzie sulla sicurezza dei propri mercantili in cambio di supporto militare.

la mappa mostra le tre isole strategiche in prossimità dello stretto di Hormuz estratto da Geopolitical Subjectivity in Iran-GCC Relations: The Three Islands Issue Since 1979 Taylor and Francis Geopolitics,  2013 – Fonte: Library of the University of Texas, 2010, Copyright pubblico dominio – vedasi anche DOI:10.1080/14650045.2013.769961 – Autore Fatemeh Shayan Università di Isfahan

Una situazione complessa che, vede il Dragone dopo la perdita del petrolio venezuelano si trova a perdere il flusso dal Golfo. Ricordo che la Cina impiega come Hub commerciale i porti iraniani lungo la nuova via della seta e questo stop del flusso marittimo potrebbe comportare delle ricadute economiche importanti. Non mi meraviglio che la decisione delle Guardie rivoluzionarie di bloccare tutto il traffico nello stretto ha spiazzato il Dragone tanto quanto tutti i Paesi che usufruiscono di questo essenziale choke point marittimo. I Cinesi, che sono tra i più colpiti da questa situazione, hanno pubblicamente sottolineato l’importanza di fermare le operazioni militari e stanno premendo su Teheran per astenersi a prendere di mira navi mercantili che trasportano petrolio e gas naturale liquefatto, evitando anche di attaccare le grandi infrastrutture energetiche della regione, in particolare quelle del Qatar, il Paese fornitore più rilevante per le importazioni cinesi di GNL Cosa succederà lo capiremo presto.

Grazie a Marine Traffic (vedi situazione in alto del 1 marzo) abbiamo visto come centinaia di navi mercantili sono ancora assembrate sia in ingresso che in uscita dell’area, in attesa che qualcosa succeda. Qualcuno si è avventurato temerariamente, come la Iron Maiden, adottando un vecchio stratagemma di modificare il suo identificativo per farsi passare per un cargo di proprietà cinese, un trucco adottato anche nel mar Rosso per sfuggire agli attacchi degli Houtis, ma il numero dei forzatori del blocco è considerato minimo.

Secondo Hormuz tracker, ieri, 8 marzo 2026 la situazione era la seguente: 2700 navi bloccate all’interno del Golfo, nessuna in transito, 500 bloccate al di fiori del Golfo.  Le navi mercantili stanno disattivando i transponder AIS per evitare di essere bersagliate dagli Iraniani ma tutta l’area sta subendo interferenze da parte dei sistemi di guerra elettronica per cui i dati citati non sono esatti (sono superiori). In estrema sintesi, oltre 3200 navi (4% del tonnellaggio globale) sono inattive nella regione del Golfo di cui 100 navi portacontainer (10% della flotta globale) – Fonti Windward, Marine Traffic, JMIC | Clarksons Research, CEO di ONE presso TPM26

Per fornire un’idea dell’importanza di questo stretto, in termini di destinazioni, gli idrocarburi sono diretti principalmente verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud, In particolare, secondo EIA, nel 2024, i Paesi orientali hanno ricevuto complessivamente oltre l’84 % del greggio e l’83% del GAS Naturale Liquefatto – LNG dal Golfo attraverso lo Stretto.

Ma non si tratta di solo petrolio; ogni giorno centinaia di navi portacontainer, bulk carrier (merci sfuse) e navi gasiere seguono le due rotte di transito; secondo i dati AIS citati da Lloyd’s List si parla di una media di circa 107 navi “cargo” al giorno in condizioni ordinarie, mentre il Joint Maritime Information Center (JMIC) cita una media storica di circa 138 transiti giornalieri complessivi. Insomma la riduzione del flusso è un effetto collaterale di questi primi giorni di guerra che sentiremo presto sui nostri mercati – gli aumenti attuali dei petroli sono infatti da considerarsi vili speculazioni. Secondo i membri dell’International Group of P&I Clubs 1, sono stati emessi molteplici avvisi di disdetta – con solo 72 ore di anticipo – su alcune coperture assicurative legate ai rischi di guerra nelle acque iraniane e adiacenti del Golfo Arabico.

Follow the money
Dopo i primi caotici giorni di guerra, ecco metaforicamente comparire dal cilindro del cappellaio di Lewis Carrol – ricordate Alice nel Paese delle meraviglie da cui il detto “We’re All Mad Here” – un fondo di assicurazione marittima da 20 miliardi di dollari per rinvigorire la fiducia nel trasporto marittimo commerciale attraverso il Golfo Persico, sostenendo la voragine causata dal ritiro delle polizze assicurative marittime. Il piano è stato annunciato dalla U.S. International Development Finance Corporation in coordinamento con il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e fornirebbe una copertura assicurativa comprendente i rischi di guerra, per il traffico concentrandosi su eventuali danni allo scafo, ai macchinari e naturalmente al carico. Questa iniziativa, nata da un’idea di Donald Trump a seguito del precipitoso ritiro delle maggiori compagnie assicurative, fornirebbe un’assicurazione finanziaria del Governo americano per coprire il commercio marittimo in transito nel Golfo. Va premesso che il settore assicurativo, dopo l’elezione di Donald Trump, aveva sollevato diverse preoccupazioni riguardo al suo futuro a causa dei rischi legati alla volatilità economica, alle fluttuazioni dei tassi di interesse ed ai significativi cambiamenti economici sui rendimenti degli investimenti. Se da un lato la deregolamentazione voluta da Trump aveva portato a prodotti assicurativi più competitivi – offrendo una gamma più ampia di servizi e prodotti innovativi su misura per le esigenze dei consumatori – la contestuale riduzione dei controlli aveva comportato una riduzione delle tutele per i consumatori. In altre parole la politica di Trump nel settore aveva sollevato non pochi dubbi per la possibile instabilità di un settore che con Obama aveva goduto di una certa libertà di azione sia per le compagnie assicurative che per i loro assicurati.

In parole semplici con questa idea Trump sembrerebbe aver estratto dal cappello due conigli: ossigeno al settore assicurativo in odore di crisi strutturale ed uno strumento per ripagarsi abbondantemente la scorta offerta dalle navi a favore del traffico mercantile. Almeno così sembra, anche se con Trump le decisioni cambiano molto rapidamente. Di fatto Ben Black, amministratore delegato del DFC2, ha comunque comunicato ufficialmente la nascita di un programma assicurativo inteso a ripristinare il flusso delle spedizioni globali attraverso Hormuz in collaborazione con il CENTCOM.

In parole semplici, convogli di navi che trasporteranno in sicurezza non solo petrolio, benzina, GNL ma anche fertilizzanti attraverso lo Stretto di Hormuz fino alle rotte europee ed asiatiche. Ovviamente la copertura sarà concessa solo alle navi che soddisfano specifici criteri di ammissibilità (cosa che fa intendere che certe carrette del mare facenti parte delle flotte ombra, resteranno fuori dal gioco). Ora la palla è nelle mani degli armatori che dovranno decidere il costo-efficacia di questa soluzione. L’alternativa? Accettare un flusso ridotto utilizzando le infrastrutture Saudite della pipeline East-West (dal Golfo Arabico al Mar Rosso), l’oleodotto emiratino che sbocca al grande porto di Fujaira sull’Oceano Indiano e, se ancora funzionante, quello iraniano di Goreh Jask sempre sul Golf dell’Oman.

mappa delle pipeline saudite ed emiratine – Fonte: Rapporto sul petrolio greggio, condensato e prodotti petroliferi trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz dal 2014 al 2018 – Autore: U.S. Energy Information Administration Crude oil, condensate, and petroleum products transported through the Strait of Hormuz in 2014 through 2018 (48097472312) (cropped).png – Wikimedia Commons

Va però considerato che la differenza tra il quantitativo di greggio trasportato dal traffico attraverso Hormuz e quello fornito dalla somma di queste tre vie terrestri è significativa; nel primo caso parliamo di circa 20 milioni di barili al giorno che scendono a pochi milioni tra i citati tre (l’incertezza aumenta considerando lo stato di efficienza del Goreh Jask).

USS Rentz scorta un mercantile attraverso Hormuz – foto di repertorio – Fonte Defense Visual Information Center (photo ID number DN-ST-93-00641) Autore PH1 Terry Cosgrove Rentz escorting.jpg – Wikimedia Commons

A questo punto dovremmo capire come i costi della riassicurazione ripagheranno lo sforzo navale di CENTCOM, una questione non tanto trascurabile che dovrebbe far capire agli Americani il peso degli effetti collaterali economici sull’attuale situazione. Inoltre, potremmo domandarci se una simile iniziativa potrebbe trovare un’analoga soluzione con un piano assicurativo europeo, finanziato e gestito dalla EU. Chissà …
Andrea Mucedola
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Note
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1 International Group of P&I Clubs è un Gruppo transnazionale che complessivamente assicura circa il 90% del tonnellaggio oceanico mondiale.
2 DFC è l’istituzione finanziaria per lo sviluppo del governo che promuove la politica estera degli Stati Uniti e rafforza la sicurezza nazionale mobilitando capitali privati in tutto il mondo.
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