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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE E MARITTIMA
PERIODO: X SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Normanni
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Per quanto concerne le tipologie di imbarcazioni presenti nella flotta normanna, nonostante le fonti offrano informazioni poco dettagliate e spesso termini generici 30, si distinguono tra le navi da guerra: le liburne e le galee.
La liburna 31 era un tipo di nave da guerra del tardo impero romano, molto agile, proveniente dal popolo dei Liburni, abitanti della Dalmazia meridionale. Da essa derivò il dromone, ovvero la principale nave bizantina, nata tra il IV e il V secolo circa, che ne conservò le caratteristiche essenziali. Pertanto, per descrivere la liburna, occorre rifarsi al dromone, anch’esso citato nelle fonti normanne 32, la cui struttura venne descritta dettagliatamente dall’imperatore bizantino Leone VI, detto il Filosofo o anche il Saggio (866-912), nei Tactica, la sua opera sulla strategia militare 33. La nave in questione era lunga circa 40 metri e larga circa 7, la cui chiglia era generalmente in legno di quercia, mentre il fasciame era composto da tavole in legno di pino o faggio. L’impermeabilizzazione era data dal «calafataggio», imbevendo di pece fibre di canapa o stoppa e inserendole tra il fasciame. La propulsione, invece, poteva avvenire sia a remi sia a vela. Il dromone più diffuso era una nave bireme, cioè dotata di due file sovrapposte di remi su ciascun fianco, generalmente con 25 banchi di voga per fila, e poteva contenere circa 200 uomini, tra ciurma, soldati pronti per il combattimento, il capitano e gli altri ufficiali che permanevano sul ponte di coperta 34.
Quando il vento era favorevole si procedeva navigando a vela, fissata alle estremità dell’albero centrale. Essa poteva essere rettangolare, anche detta «alla quadra», oppure triangolare «alla latina» (in realtà corruzione linguistica dell’espressione «alla trina»), più capaci di stringere il vento 35. La direzione della rotta veniva data, in mancanza di un timone vero e proprio, da due pale disposte obliquamente sui fianchi della poppa, azionate mediante cordami o cavicchi 36. A causa della conformazione lunga e stretta, inoltre, a bordo non c’era spazio per immagazzinare grosse riserve di cibo e acqua, pertanto non permetteva una lunga permanenza a largo 37. Il dromone, rispetto alla liburna, aveva le fiancate più basse e l’assenza dello sperone subacqueo, cioè il tipico rostro romano 38 (fig. 3).

La galea 39 soppiantò lentamente il dromone a partire dal XII secolo. Imbarcazione di origine bizantina, essa era adatta per le ricognizioni costiere e per le operazioni militari. Dal punto di vista morfologico, era caratterizzata da una lunghezza che variava tra i 40 e i 45 metri, come il dromone ma, rispetto a quest’ultimo, anche da una sottigliezza di circa 5 metri, risultando snella e veloce proprio come un pesce (galeos, in greco significa pesce spada). Lo scafo, inoltre, aveva bordi bassi ed era privo di ponte di copertura per quasi l’intera lunghezza, eccettuate solo le zone estreme della poppa e della prua. Ciò, da un lato, alleggeriva la nave, dall’altro costringeva gli uomini a stare perennemente allo scoperto e ad agire in uno spazio molto angusto. A poppa trovavano posto l’alloggio degli ufficiali e il ponte di comando, mentre la prua era munita di un lungo sperone non subacqueo, come invece era il rostro delle navi romane, ma sporgente fuori dall’acqua, sulla stessa linea del bordo, al fine di frantumare, durante uno scontro navale, prima i remi del nemico e poi lo scafo 40. La propulsione, come per il dromone, era realizzata sia a remi che a vela. La galea era munita di un solo ordine di remi, di norma con 25 banchi di voga su ciascun lato, dove trovavano posto, per ogni banco, due persone, necessarie per manovrare remi di otto metri di lunghezza e del peso di circa sessanta chili 41 . L’uso dei remi rimaneva indispensabile per le manovre nei porti, nei combattimenti singoli e nelle battaglie navali di grandi flotte militari 42. Lungo i fianchi dell’imbarcazione, inoltre, si trovava il cosiddetto posticcio, cioè un telaio rettangolare leggermente aggettante fuori bordo, che fungeva sia da alloggiamento degli scalmi, cui erano assicurati tutti i remi del palamento, sia, in assetto di guerra, da camminamento per la guardia armata: in questo caso, veniva protetto con pelli o scudi, che difendevano gli uomini dai colpi nemici durante la fase dell’abbordaggio. Inoltre, sulle cime degli alberi erano predisposte le «coffe», piattaforme semicircolari dotate di ringhiera, utili sia durante i combattimenti sia come punti di osservazione per le vedette 43.
Se manovrabilità e velocità ne costituivano i pregi, la galea aveva di contro una limitata capacità di carico, rendendola inadeguata a traversate oceaniche: la forma stretta e lunga dello scafo, considerato il numero dei passeggeri, doveva limitare fortemente l’ingombro dei banchi e delle scorte alimentari tali per un periodo di tempo troppo lungo 44. Inoltre, sotto la linea di galleggiamento, la galea presentava un pescaggio poco profondo: se da un lato costituiva un vantaggio per approdi in baie con fondali bassi e per tagliare velocemente tranquille superfici marine, dall’altro creava problemi in condizioni di mare grosso, limitandone l’uso in mare aperto.
Tra le navi da guerra figuravano nella flotta normanna anche altre tipologie:
– la saetta: una nave a remi, piccola e sottile, con un solo rematore per banco, molto veloce, adatta, durante le battaglie, per le comunicazioni rapide e per i servizi di spionaggio 45.
– la galea trireme: un tipo di imbarcazione diversa dall’omonima romana 46. Era in sostanza una galea in cui ogni banco di voga era dotato di tre remi, anziché di uno solo, manovrati da altrettanti uomini, seduti l’uno accanto all’altro sullo stesso scanno. Al tal fine, gli scalmi dei remi corrispondenti a ciascun banco venivano ravvicinati, raggruppati, appunto a tre a tre. La trireme, infine, in quanto galea, era munita di rostro dalla parte della prua, mentre a poppa era presente lo stesso doppio timone dei dromoni 47.
– il gatto, citato per la prima volta da Amato di Montecassino 48, era una nave di cui non si conoscono le precise caratteristiche strutturali, ma è molto probabile fosse a metà strada tra una nave da guerra e una nave da carico 49 e che fungesse da sostegno e da rifornimento per le navi più veloci. Infatti, il gatto doveva avere un aspetto più tozzo e panciuto, la propulsione sia a vela che a remi, ma in numero ridotto per risparmiare spazio. Esso era destinato, al trasporto di materiali quali cibo, acqua, armi di scorta ma soprattutto i cavalli 50.
Infatti, per i Normanni era fondamentale trasportare in nave le cavalcature da guerra, determinanti per la riuscita dell’attacco frontale. A tal fine erano indispensabili attrezzi specifici, come montacarichi e sottopancia, affinché gli animali non si ferissero con urti violenti durante la traversata. È ipotizzabile che essi conoscessero una forma primitiva dei cosiddetti uscieri, ovvero imbarcazioni con grandi portelli aperti poco sopra la linea di galleggiamento, per facilitare l’imbarco e lo sbarco, diffusisi nel Mediterraneo a partire dal tardo XII secolo 51. Una volta a bordo, gli equini venivano ospitati in strutture progettate appositamente per tenerli sospesi con delle cinghie e in queste condizioni, gli animali potevano ferirsi anche gravemente (fig.4).

In mancanza di queste strutture, i fianchi bassi delle galee rendevano agevole lo sbarco degli animali direttamente sulle banchine, o transitando su semplici passerelle, oppure saltando direttamente nelle acque basse, in modo simile a quello illustrato nell’Arazzo di Bayeux 52. In casi eccezionali si arrivava addirittura a modificare la morfologia degli approdi: conquistata Bari, il Guiscardo si fermò per due mesi a Otranto, dove fece tagliare un monte per facilitare la discesa a mare e l’imbarco dei cavalli sulle navi 53.
Tuttavia, a bordo rimaneva il problema dello spazio disponibile. Esso limitava fortemente il numero degli animali trasportabili, che non doveva superare la ventina 54, i quali, a loro volta, potevano compro-mettere la stabilità delle imbarcazioni nel corso della navigazione. Infatti, al rientro dalla prima spedizione siciliana, i soldati di Ruggero I furono costretti a uccidere parte delle loro cavalcature perché con il mare grosso c’era il rischio che esse rendessero difficoltoso il viaggio o che lo ritardassero 55.
Fine Parte III – continua
Giovanni Coppola
Il presente studio di Giovanni Coppola è tratto da “Il potere dell’arte nel Medioevo – Studi in onore di Mario D’Onofrio” a cura di Manuela Gianandrea, Francesco Gangemi e Carlo Costantini
Note
30 Cohn, Die Geschichte…, pp. 87-88.
31 Roberto il Guiscardo parte alla volta di Durazzo nel 1081: «decies et quinque liburnis Adria sulcatur». Guglielmo di Puglia, La geste…, IV, vv. 200-201, p. 214. Le truppe di Ruggero II si allontanano dalla costa amalfitana in cerca di bottino «cum liburnis quattuor»: Cfr. Alessandro di Telese, Alexandri Telesini abbatis Ystoria Rogerii regis Sicilie, Calabrie et Apulie, in L. De Nava – D. Clementi (a cura di), Roma 1991, 112, III, 24, p. 71 (Fonti per la Storia d’Italia).
32 Goffredo Malaterra racconta che durante le prime mosse della conquista siciliana: «Nostri denique tantum modo germundos et galeas (…) habebant». Cfr. Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 8, pp. 31-32. Secondo M. Amari, i Germundos di cui parla Malaterra sarebbero la lezione erronea di Dermundos che è a sua volta la corruzione di Dromone. Cfr. M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Firenze 1868, III, 2, p. 66. Alberto di Aquisgrana, invece, nella sua Historia Ierosolimitana, racconta a proposito di Adelaide del Vasto, terza moglie di Ruggero I il Gran Conte e sposa in seconde nozze di Baldovino I re di Gerusalemme, che al momento di partire per la Terra Santa nel 1113 «fuerunt ei duo dromones triremes»: Albert of Aachen, Historia Ierosolimitana. History of the Journey to Jerusalem, a cura di S.B. Edgington, Oxford 2007, XII, cap. 13, p. 842. Per la storia di Adelaide si veda: Chalandon, Storia della dominazione…, I, 14, pp. 412-422.
33 Cfr. J. H. Pryor – E. M. Jeffreys, The Age of the Dromon: the Byzantine Navy ca 500-1204, Leida-Boston 2006.
34 Cohn, Die Geschichte…, pp. 89-91; Bragadin, Le navi…, pp. 392-395.
35 Ibidem, pp. 394-395; Tangheroni, Commercio e navigazione…, pp. 187-189. Le forme miste di velatura, cioè combinazione dell’uso di vele quadre e vele triangolari, fu introdotta solo a partire dal XIII secolo: l’albero maestro portava una grossa vela quadra, mentre l’albero di bompresso (anteriore) e quello di mezzana (posteriore) la vela triangolare. Tutto ciò, ovviamente, consentì una maggiore manovrabilità e adattabilità ai repentini cambiamenti di tempo anche con un numero ridotto di equipaggio.
36 Solo nel XIII secolo cominciò ad essere adottato il timone che usiamo ancora oggi, formato da una sola pala verticale, incernierata sul filo della poppa e governata mediante una sovrastante barra orizzontale. Questo nuovo timone giunse nel Mediterraneo attraverso gli arabi. Cfr. Bragadin, Le navi…, pp. 394-395.
37 Tra gli altri consigli forniti dal trattato di Leone VI per una serena permanenza in ma- re, oltre a un buon rifornimento d’acqua, c’era quello di non dimenticare timoni e remi di ri- serva, cime, tavole di legno, corda da miccia, pece e catrame, ovvero tutti quegli accorgimenti necessari per le riparazioni di una nave, come asce, trivelle e seghe.
38 Bragadin, Le navi…, pp. 392-393.
39 Nelle operazioni di ricognizione dello stretto di Messina nel 1060, il Guiscardo utilizzò «galéez subtilissime et molt velocissime». Cfr. Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, V, 14, p. 235. Durante l’assedio di Bari, tra il 1068 e il 1071, la città mandò un suo rappresentante a chiedere aiuto all’Imperatore bizantino: «Et lo Duc sot que Besantie retornoit, més non sot que retornoit o plus de nefs. Et manda troiz galées pour lo prendre; de liquel galée furent prise dui de Bisantie, e la tierce torna à lo Duc’». Cfr. Ivi, V, 27, p. 250. Dopo la presa di Bari, il Guiscardo spedisce la sua flotta in Sicilia nel luglio del 1071. Da Messina si diresse verso Palermo, salendo su una galea: «et lo Duc Robert, (…), estoit salli en la galèe; laquelle estoit acompaingnié de x gat et xi autres nez». Ivi, VI, 14, p. 277. Per l’assedio di Trapani il Guiscardo si servì di «splendentes galeas». Cfr. Goffredo Malaterra, De rebus ge- stis…, III, 11, pp. 62-63. In età Ruggeriana le menzioni nelle fonti si fanno più frequenti. Ad esempio, Al Nuwayri, scrittore musulmano, racconta che Ruggero II mandò in aiuto a Rafì ibn Makan, della tribù berbera di Dahmân, 24 galee, a Gabés, in Tunisia. Cfr. An Nuwayri, Biblioteca arabo-sicula, a cura di M. Amari, Torino-Roma 1880, cap. 48, ad annum 511 (5 maggio 1117-23 aprile 1118), p. 184; Amari, Storia…, III, 2, p. 370. Nel 1147, Ruggero partì alla volta del Nord Africa con 250 galee. Cfr. Ibn Al Atir, Biblioteca arabo-sicula…, cap. 35, ad annum 543 (22 maggio 1148-10 maggio 1149) pp. 119-121.
40 Bragadin, Le navi…, pp. 398-399; Cohn, Die Geschichte…, pp. 92-95; R. H. Dolly, The Warships of the Later Roman Empire, in “Journal of Roman Studies”, 38, 1948, pp. 47-53; D. P. Waley, Combined Operations in Sicily, A.D. 1060-78, in “Papers of the British School at Rome”, 9, 1954, pp. 118-125.
41 Bragadin, Le navi…, p. 400.
42 Tangheroni, Commercio e navigazione…, pp. 196-198.
43 Bragadin, Le navi…, pp. 400-401.
44 Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 45, p. 52: commeatibus et caeteris quae expeditioni congruebant apparatis; si trattava in genere di botti con vino e acqua, di barili con cibi essiccati o salati, carne e pesce, legumi, sacchi di biscotti, cioè pagnotte ben cotte, frutta secca. Solo lo scalo lungo la rotta poteva assicurare derrate fresche: Tangheroni, Commercio e navigazione…, pp. 237-239.
45 Cohn, Die Geschichte…, pp. 95-96.
46 Usata contro i Veneziani a Durazzo: Guglielmo di Puglia, La geste … , V, vv. 156-157, p. 244. A differenza di quella altomedievale, la trireme romana era caratterizzata da tre ordini di remi, uno sull’altro. Cfr. Bragadin, Le navi…, pp. 400-401.
47 Ibidem.
48 Nel 1061, al momento del primo sbarco in Sicilia, i gatti facevano parte della flotta araba. Cfr. Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 8, pp. 31-32. Durante lo sbarco di Roberto il Guiscardo a Palermo nel 1071, invece, il Duca salì su una galea accompagnata da «x gat et xi autres nez».Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, VI, 14, p. 277. Goffredo Malaterra, racconta che nel 1081, durante la battaglia di Durazzo, i Veneziani incendiarono una nave normanna, «quam cattum nominant». Cfr. Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, III, 26, pp. 72-73. Il cattus viene menzionato anche da Alberto da Aquisgrana in occasione della Crociata, verso la fine del XII secolo, aggiungendo con ovvia esagerazione che era in grado di trasportare mille uomini: Albert of Aachen, Historia Ierosolimitana…, XII, 17, p. 849. I gatti vengono nominati anche negli Annales Pisani, nell’anno 1136, al momento del- l’attacco ad Amalfi da parte dei Pisani: «Rogerius, Sicilie rex, cum septem milia militum et sexaginta galeis et gattis et navibus cum multitudine peditum Salerni permanentes, civitates captas succurrere non audente». Cfr. B. Marangone, Annales Pisani, in M. Lupo Gentile (a cura di), R.I.S., VI, 2, ad annum 1136, p. 9; C. Manfroni, Storia della marineria italiana, I, Livorno 1897, p. 456; Waley, Combined Operations…, pp. 120-121.
49 Le navi da carico erano fondamentali per il supporto di una flotta da guerra. Roberto il Guiscardo, nel 1084, contro i Veneziani a Durazzo: «Duxit praeterea naves oneraria quarum/lex erat, has et equis sumptuque replevit et armi set variis rebus, quas aequoris exigit usus». Guglielmo di Puglia, La geste…, V, vv. 147-149, p. 244. Grazie ai ritrovamenti dell’archeologia subacquea, il mare di Marsala ha restituito un relitto arabo-normanno di notevole importanza. Gli studi sono ancora in corso, tuttavia, dal dissabbiamento marino, sono emersi 15 metri di struttura a fasciame, anfore e frammenti di terracotta risalenti al XII secolo. Si tratta probabilmente di una feluca, un’imbarcazione bassa e veloce, utilizzata per la pesca o per il commercio. Cfr. C. Mocchegiani Carpano, Archeologia subacquea. Note di viaggio nell’Italia sommersa, Roma 1986, p. 160.
50 Cohn, Die Geschichte…, pp. 91-92; Bragadin, Le navi…, pp. 402-407.
51 Il termine «usciere» andrebbe ricondotto a «uscio», in riferimento ad una sorta di accesso appositamente studiato per farvi accedere i cavalli. Questa tipologia era già nota agli Arabi nel X secolo e fu sperimentata dalle flotte delle città marinare italiane a partire dal XII secolo, soprattutto in occasione delle Crociate. Tangheroni, Commercio e navigazione…, p. 201; Waley, Combined Operations…, pp. 121-122; J. H. Pryor, Transportation of Horses by Sea during the Era of the Crusades: Eighth Century to 1285 AD. Part II: 1228-1285, in “The Mariner’s Mirror”, 68, 1982, pp. 103-125.
52 Musset, La Tapisserie…, scene 39-40, pp. 202-205. Nell’esercito di Guglielmo il Con- quistatore militarono mercenari di diverse etnie: «Apulus et Calaber, Siculus quibus jacula fervet». È probabile quindi che abbiano istruito il capo Normanno sulle tecniche del trasporto di cavalli sperimentata nel Mezzogiorno. Cfr. Guy di Amiens, De Bello Hastingensi Carmen, a cura di H. Petrie, in Monumenta Historica Britannica, London 1848, p. 861; Waley, Combined Operations…, pp. 124-125.
53 Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 43, p. 51.
54 Solo per fare un esempio, in occasione della seconda spedizione in Sicilia si menzionano 270 cavalieri distribuiti in 13 navi, dunque circa una ventina su ciascuna imbarcazione: Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, V, 15, pp. 235-236.
55 Ivi, V, 10, p. 232.
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