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ARGOMENTO: STORIA NAVAL ROMANA
PERIODO: XI SECOLO a.C. – dubbio
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Enea, storia di Roma, mito delle origini
La prima flotta di cui si parla nella storia di Roma è quella dei profughi Troiani che, secondo la tradizione tanto cara agli amanti della classicità, sarebbe approdata sul litorale laziale. in prossimità della foce del fiume Numico (verosimilmente identificabile con il Fosso di Pratica). in un’epoca ben anteriore alla stessa fondazione dell’Urbe. Al comando di questa flotta vi sarebbe stato Enea, a cui si è attribuita la fondazione di Lavinium (Pratica di Mare) e che è stato indicato come il mitico progenitore della stirpe regia di Alba Longa e, quindi, di Romolo e Remo, nonché della gens Iulia.
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Lo sbarco di Enea viene riportato da Tito Livio nelle primissime pagine della sua monumentale Storia di Roma. «Profugo dalla patria», «ma condotto dai Fati a iniziare più grandi eventi, Enea. si narra, sostò da prima nella Macedonia; e di là passato in Sicilia in cerca d’una sede, dalla Sicilia si fermò con la flotta nel territorio laurente» [Liv. l], cioè sull’ampia spiaggia che si stende a sud della foce del Tevere. Egli era giunto «in Italia, dopo aver percorso un lungo tratto di mare e aver toccato molte terre» [Vitt.4]. «con venti navi che trasportavano i Troiani superstiti» [Ago.2]. In quella sua flotta, peraltro. «Enea aveva una nave [«navem»] costruita da Mercurio» [Nev.2]. «E poiché allo sbarco i Troiani, ai quali da sì lungo peregrinare quasi nulla restava oltre le navi [«naves»l e le armi, menavano preda nelle campagne, il re Latino e gli Aborigeni che allora tenevano quel territorio accorsero in armi dalla città e dai campi per respingere tal violenza degli invasori» [Liv. l].
La metamorfosi della flotta
Le navi stesse, nelle poetiche narrazioni di Virgilio e di Ovidio, furono vittime di quei primi combattimenti.
«La fiotta. Che era presso al campo in ombra. d’aggere cinta e dal corrente fiume», venne infatti data alle fiamme da Turno e dai suoi uomini. Ma, trattandosi di una flotta che godeva di una soprannaturale benevolenza. la somma divinità promise, a tali «chiglie di mortal fattura», una «sorte d’immortali: …» le farò viver dive oceanine, qual è Doto di Nereo e Galatea». …Ruppero allor le navi ad una ad una dà la sponda i legami. e giù co’ rostri s ‘attuffarono a modo di delfini» [Virg. I].
«Le navi ricurve, ammollendosi il legno e trasformandosi in corpi. formarono volti con teste, gambe natanti con dita divennero i remi, ed i fianchi restarono tutti; la chiglia nel mezzo del legno spina dorsale divenne, le vele si fecero chiome morbide e braccia le antenne; l’azzurro colore rimase tale qual era: son ninfe marine e con giuochi lascivi scherzano dentro quell’onde che prima temevano tanto. Nate sui rigidi monti, ora stanno nel mar ondeggiante incuriose del luogo natio, ma non obliando tutti i perigli sofferti nel mar agitato, le mani mettono sotto alle navi sbattute, purché non siano greche» [Ovid.]
Poco tempo dopo, quelle stesse ninfe marine – analoghe alle Nereidi – incontrarono per mare Enea, che veleggiava al largo delle coste tirreniche per effettuarvi un ulteriore sbarco contro Turno. «Quelle che di navi esser ninfe in mar divine l’alma Cibele aveva voluto, a schiera nuotavano ivi, quante erano state rigide un giorno bronzee prore a riva. Riconoscono il re da lungi, e intorno gli danzano. E di lor la più faconda, Cimodocèa, dietro seguendo, pone a la poppa la destra e, fuori emersa col dorso, cheta remiga sott’acqua con la sinistra e a lui ignaro dice: «Sei sveglio, Enea, figlio di numi? Veglia, ed a le vele libera le sartie. Siam noi, i pini siam del sacro monte Ida, or ninfe del mar, siam la tua flotta» [Virg. I].
«La prima città di origine romana fondata nel Lazio fu Lavinio; là, infatti, sono i nostri Penati. Questa città fu chiamata così dalla figlia di Latino, Lavinia, che andò sposa ad Enea. Trenta anni dopo si fonda un ‘altra città, Alba: questa ebbe il nome da una scrofa alba (bianca) che, essendo fuggita dalla nave di Enea a Lavinio, dette alla luce trenta porcellini» [Var. l]

Storia leggenda
Tornando a Tito Livio. la narrazione dello sbarco di Enea è preceduta da una considerazione che possiamo ritenere sicuramente valida e condivisibile.
«Quei fatti che si dicono avvenuti nei tempi precedenti la fondazione dell’Urbe, adorni di poetiche favole piuttosto che di sicura documentazione storica. io non penso né a confermarli né a confutarli. Bene è consentita all’antichità questa licenza del mescere l’umano col divino per rendere più augusti gli inizi degli Stati» [Liv. l].
E di questa stessa licenza lasciamo volentieri che continui ad avvalersi anche la storia della Marina di Roma. Occorre peraltro evitare di lasciarsi eccessivamente influenzare dalla superficiale e sguaiata euforia dei dilaganti «smitizzatori» (iconoclasti senza ideali. che tutto amerebbero ricondurre alla loro connaturata grettezza) e di relegare l’intera vicenda fra le favole inventate. nel secolo di Augusto. in ossequio a qualche preordinato disegno dettato dalla volontà politica. per consolidare il potere. Risulta, infatti. che la «leggenda di Enea» sia stata oggetto di trattazione. dopo quella dello stesso Omero (nella parte del libro XX dell’Iliade che viene comunemente chiamata «Piccola Eneide»). da parte di molteplici scrittori greci. quali Arctino di Mileto (VIII secolo a.C.), Sesticoro (VI secolo a.C.). Ellanico di Lesbo e Damaste di Sigeo (V secolo a.C.). Timeo di Tauromenio (IV secolo a.C.) e Licofrone (III secolo a.C.). e romani (Nevio, Fabio Pittore, Ennio, Catone e Varrone). prima che se ne occupassero i celeberrimi scrittori precedentemente citati.
In occasione della mostra «Enea nel Lazio», organizzata in Campidoglio nell’autunno del 1981 nel quadro delle celebrazioni del bimillenario virgiliano, fu pubblicata una pregevole raccolta di testimonianze. precedute da un autorevole articolo del Prof. Ferdinando Castagnoli. Da quest’ultimo. viene tratto il seguente significativo passo. «Altre scoperte archeologiche hanno aperto nuove prospettive: la documentazione. piuttosto notevole. di insediamenti della età del bronzo finale (in particolare. in zone coinvolte direttamente nella leggenda, come Ardea e Lavinium), e le importazioni micenee nell’Etruria meridionale. e tra il Reatino e l’Umbria meridionale hanno riproposto la tesi (che da tempo era stata messa da parte) di una vera realtà storica adombrata nella leggenda: si aggiungano a questo proposito l’ipotesi che alcuni manufatti della più antica civiltà laziale imitino modelli cretesi e infine la teoria che nel latino si debbano riscontrare tracce linguistiche micenee. Così la venuta di Enea nel Lazio non sarebbe un mito artificiosamente creato, ma invece, in un certo senso, una tradizione: sarebbe cioè l’eco di fatti realmente avvenuti, l’arrivo di genti egee nel Lazio proprio intorno al periodo della guerra di Troia.»
Domenico Carro
da scritti scelti
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