L’ Aquila ed il Dragone: quale confronto nell’Indopacifico?

Gian Carlo Poddighe

25 Luglio 2025
tempo di lettura: 7 minuti

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livello medio

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA DEI MARI 
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: politica navale cinese
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Sul finire del secolo scorso, nell’euforia di una pace che sembrava irreversibile a seguito del tramonto della minaccia sovietica, iniziò un nuovo conflitto di interessi, all’inizio mascherato da competizione economica nell’area orientale, alimentato dalla globalizzazione che sembrava all’epoca essere la panacea di tutti i mali dell’Umanità. Progressivamente favorito da una certa ignavia occidentale, si trasformò in una nuova rivalità militare anche se in tempo di pace: se vogliamo un proseguo della guerra fredda dove il mare ritornò ad essere protagonista nella regione indo-pacifica. Un confronto, inizialmente solo sino-americano, che ha assunto nel tempo una connotazione globale, di fatto interessando tutto l’Occidente. Una guerra subdola, condotta in tempo di pace, con evoluzione lenta ed impegni relativamente poco impegnativi anche se in continua crescita, apparentemente incentrata sul problema di Taiwan ma che si sta estendendo lungo il vasto arco dalle isole giapponesi agli stretti del Sud-Est asiatico, e poi ad ovest fino al Golfo Persico e alla costa orientale dell’Africa. Un piano intelligente di saturazione del controllo delle rotte marittime che ha visto l’accendersi di conflitti, apparentemente separati, che vede come protagonisti azioni di proxy supportati, guarda caso, da paesi alleati con Pechino, se non per vicinanza ideologica certo per convenienza. Quello che appare evidente è che uno scontro di forza nei mari orientali colpirebbe gli interessi commerciali marittimi globali e l’esito di tale lotta sarebbe determinato da ciò che potrebbe accadere sopra e sotto la superficie dei mari. Se il conflitto dovesse trasformarsi in guerra, si assisterebbe ad un confronto che vedrebbe sia le forze terrestri impegnate a difendere il territorio da un’ “asse del caos” per il controllo delle proprie risorse economiche sia nei mari contigui che di interesse economico. Va compreso che lo scontro navale sarebbe tra il mondo occidentale (NATO ed UNIONE EUROPEA) ed una forte Cina appoggiata da una relativamente indebolita Russia e dai Paesi proxy. Una guerra mondiale, non più a pezzi ma globale,  che tutti non ci auspichiamo e dovremmo cercare di tenere lontana attraverso una adeguata deterrenza. In quel contesto, un fattore destabilizzante continuerà ad essere il Medio Oriente dove gli interessi occidentali sono comuni ma non sono i soli. Gli Alleati occidentali si troverebbero improvvisamente a dover far fronte a scelte importanti, andando oltre gli egoismi reciproci e ci potremmo domandare se avrebbero tempo sufficiente per prepararsi ad una risposta efficace per tutelare i propri interessi.

il traffico mercantile tracciato con il sistema AIS mostra le vie principali di navigazione che interessano il mar cinese meridionale

Di fatto il dividendo della pace, che ci eravamo illusi di incassare con il crollo dell’URSS, non c’è più e ci siamo lentamente resi conto che probabilmente non è mai esistito per l’egoismo e l’imprevidenza, per non parlare di ingratitudine, all’interno della compagine occidentale (Germania in testa) per l’Alleato principale che ci ha sostenuto in oltre 50 anni di pace sostenendo le spese maggiori per la difesa della nostra libertà. Ci viene chiesto (dalla fine del secolo scorso) di partecipare maggiormente e questo scandalizza l’opinione pubblica che vede, in questo, un tentativo di riarmo non giustificato, quasi gli equilibri mondiali non siano anche una nostra responsabilità. A chi vede la decadenza dell’alleato di oltre oceano bisognerebbe ricordare che, volenti o nolenti, gli Stati Uniti sono però ancora protagonisti della situazione di vaste aree del mondo, in particolare del Pacifico, per loro vero “mare di casa” e ricercano nuovi alleati per creare una coalizione di nazioni democratiche per mantenere una giusta deterrenza in tutto il settore eurasiatico.

A differenza della Guerra Fredda, giocata in Europa e nei mari attigui, la maggior parte degli attuali e futuri partner degli Stati Uniti si troverebbero a migliaia di miglia dalle aree di operazioni e dovrebbero contare sulla cooperazione logistica con Paesi partner. Un oceano, quello dell’indopacifico, immenso e complesso che fu teatro di guerra sanguinosa nell’ultimo conflitto dove l’avversario,  numericamente meno temibile, tenne in scacco a lungo le forze statunitensi. Di fatto una possibile coalizione avversaria potrebbe contare su numeri e tecnologie più avanzate di quelle del secolo scorso. D’altro canto le forze aeronavali occidentali avrebbero dalla loro una migliore integrazione e standardizzazione delle Forze (maturata in 50 anni di attività congiunte nella NATO) e, per ora, di una superiorità tecnologica. Ovviamente partendo sempre dal presupposto di mantenere la volontà di difendere i comuni interessi. Forse l’errore più comune è voler identificare l’alleato del momento con il suo premier e non con i valori comuni che invece condividiamo.

La posta in gioco nell’Indo-Pacifico
Per la Cina, nel suo modello “originale”, nel solco della dottrina dell’Unione Sovietica, il potere marittimo era opzionale piuttosto che essenziale. Le forze navali erano concepite come strumenti di offesa in cui la componente difensiva era secondaria. La percezione è che il concetto di difesa/offesa cinese sia totalmente cambiato. Dalla fine degli anni ’70 -inizio anni ’80, la politica economica cinese sta seguendo una logica di espansione alla ricerca di tecnologie, capitali, mercati e opportunità di investimento che possano garantire la sopravvivenza di oltre un miliardo quattrocento milioni di abitanti. Va considerato che il commercio rimane il motore essenziale della crescita cinese e la maggior parte degli scambi avviene via mare e, nella visione di Pechino, il reperimento delle risorse dovrà essere ottenuto attraverso il controllo delle rotte e dei porti di interesse in Paesi “amici”. Ci si domanda se questo processo, silente ai più ma non sfuggito agli analisti di politica marittima, resterà nei limiti del diritto internazionale o comporterà una limitazione della libertà dei mari. Di fatto le necessità energetiche sono aumentate e influenzano enormemente il settore marittimo. I Paesi virtuosi hanno iniziato a sviluppare politiche marittime comuni, basate sul libero commercio marittimo, incoraggiati dal clima di speranza post guerra fredda. Nello sviluppo navale non tutti hanno però compreso l’importanza di mantenere lo strumento militare allo stato dell’arte e molte marine occidentali hanno subito un rallentamento nel loro ammodernamento. Di questo Pechino si è avvantaggiato, perseguendo la politica secolare dei piccoli passi, iniziata con una profonda ristrutturazione del settore navale e marittimo e azioni condannate dalle corti internazionali come l’occupazione delle isole nel mar cinese meridionale, e minacciando il “recupero” di Taiwan.

Una strategia dei piccoli passi
A partire dall’inizio del secolo, i leader e gli strateghi militari cinesi hanno iniziato a guardare oltre le loro immediate vicinanze e a contemplare le implicazioni del diventare una potenza globale. L’economia della Cina è cresciuta rapidamente dopo il 2001 grazie anche al suo ingresso nell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), talvolta favorita da improvvide concessioni ed agevolazioni, che hanno comportato una domanda di importazioni di volumi sempre maggiori di petrolio, minerali e prodotti agricoli reperiti, nella maggioranza dei casi, dall’Africa e dal Golfo Persico attraverso flussi prevalentemente marittimi. In questo la cantieristica è stato uno dei migliori, se non il migliore investimento strategico cinese, con costi inferiori e risultati enormemente superiori a quelli della BRI (Belt & Road Initiative, la Via della Seta). Le facilitazioni concesse improvvidamente alla Cina ed il suo esponenziale coinvolgimento sino al protagonismo nell’economia globale ha alimentato la sua crescita mettendo a disposizione dei suoi leader maggiori risorse, ma ha anche aumentando il senso di vulnerabilità.


Il regime del Partito Comunista – in linea con la sua strategia generale – ha inizialmente scelto, citando le stesse parole di Deng Xiaoping, di “nascondere le sue capacità e aspettare il momento opportuno“, affidandosi alla prospettiva (o allo specchietto delle allodole secondo alcuni analisti) di un reciproco guadagno economico per controllare le reazioni degli Stati Uniti e dei suoi alleati e sfruttando ogni volta che fosse possibile le opportunità per costruire gli elementi della propria potenza globale. Per quanto sopra, fin dai primi anni ’90, i pianificatori del PLA (People’ Liberation Army, Esercito Popolare di Liberazione, di cui la PLAN è la componente navale) hanno cercato di sviluppare armi e concetti operativi con cui contrastare qualsiasi tentativo, presente e futuro, degli Stati Uniti di mantenere il potere marittimo nel Pacifico occidentale.

Pechino ha messo in atto un complesso sistema mirante all’interdizione (in gergo tecnico A2/AD, extensive anti access/area-denial) con una combinazione di sistemi di ricognizione, allerta e armi convenzionali di precisione in grado di colpire basi fisse e piattaforme mobili a distanze sempre maggiori dalle coste cinesi, supportati da capacità antisatellite e informatiche per interrompere il comando e il controllo dei possibili avversari. Per il consolidamento del dominio navale Pechino è ricorsa in forma creativa anche a mezzi e sistemi “non convenzionali”, costruendo isole e dispiegando una consistente milizia marittima per rafforzare la propria posizione e affermare le proprie rivendicazioni marittime. Tutte queste attività sono chiaramente volte a scoraggiare l’intervento degli Stati Uniti e i suoi alleati nel caso dovessero intervenire per salvaguardare la libertà di navigazione. Pur puntando sulla preparazione militare, nel lungo periodo Pechino mira, secondo il principio confuciano, a “vincere senza combattere“, affermandosi come  potenza preponderante nell’Eurasia orientale.


In quest’ottica la Cina ha puntato sulla marittimità, nel senso più ampio del termine, cercando di asservire l’Occidente alle sue crescenti capacità, adottando ogni possibile pratica, dal dumping, alla politica del debito ed alle interferenze nella politica interna dei paesi corrispondenti. In quest’ottica la strategia cinese va oltre l’Indopacifico: riguarda i mari confinanti, spingendosi nel Mediterraneo, nel mare Artico e in Atlantico, complice una penetrazione strisciante che non viene sufficientemente percepita da politica e dai media, a loro volta soggetti ad influenze ed asservimenti.

In sintesi, si può affermare che oggi la Cina sta consolidando la sua potenza economica grazie allo sviluppo di una politica marittima attenta e accuratamente pianificata e la conquista imbelle di Paesi ricchi di risorse ma estremamente poveri, a seguito del mal governo occidentale del secolo scorso. Di fatto un nuovo colonialismo mascherato da buoni propositi e accurate alleanze che hanno permesso nel continente africano di poter stabilire rotte terrestri di scambio finanziate dalla Cina che hanno causato un debito locale che peserà per decenni in molti Paesi africani. L’Occidente deve quindi guardare oltre i propri orizzonti geografici al fine di preservare la libertà dei mari e le linee di comunicazioni marittime vitali per la sua sopravvivenza. Non è solo un problema economico: per poter essere credibili le forze navali devono essere in grado di mantenersi allo stato dell’arte assicurando la politica di deterrenza che ha permesso negli ultimi 50 anni la libertà del mondo occidentale.
Gian Carlo Poddighe

in anteprima la nuova portaerei Liao Ning – da wikimedia commons

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