Il caso Groenlandia: quali le risorse minerarie in gioco

Gian Carlo Poddighe

21 Luglio 2025
tempo di lettura: 11 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Minerali, Groenlandia
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La lontananza, la copertura di ghiaccio e il duro ambiente fisico della Groenlandia hanno limitato nel tempo l’esplorazione e l’estrazione di minerali. Il territorio ha una lunga storia di estrazione mineraria su piccola scala: la prima miniera, di criolite, ha operato ininterrottamente dal 1854 al 1987. Nel corso dello scorso secolo, l’attività mineraria ha fornito in tempi diversi minerali come rame, grafite, piombo e zinco. La maggiore di queste realtà è stata la miniera Black Angel, che ha fornito piombo, zinco, argento e minerale di ferro tra il 1972 e il 1989. L’oro è stato estratto per 10 anni all’inizio del XXI secolo.

Di fatto oggi, malgrado il clamore suscitato, non è attiva nessuna produzione di minerali critici e per le “terre rare” sono state accertate sino al momento riserve significative pari solo all’1,4% del totale globale. La combinazione tra l’aumento della domanda di minerali critici e lo scioglimento dei ghiacciai e della calotta glaciale ha portato a un’ondata di nuove esplorazioni in Groenlandia. L’amministrazione autonoma della Groenlandia ha probabilmente giocato sull’onda del clamore delle terre rare, e punta sul potenziale sviluppo di una consistente industria mineraria che porterebbe alle comunità locali, sempre in bilico tra autonomia e indipendenza dalla Danimarca, l’agognata autonomia economica (spesso dimenticando il fondamentale apporto dell’”affitto” per le basi pagato dagli USA, che da solo genera un reddito “pro capite” di tutto rispetto, invidiabile da molte comunità).

La strategia per il settore minerario contenuta nel piano groenlandese 2020-2024, ha identificato e fissato cinque priorità:
• miglioramento della condivisione delle conoscenze geologiche;
• amministrazione delle opportunità efficiente, prevedibile e trasparente;
• semplificazione e facilitazione delle transizioni delle fasi dall’esplorazione allo sfruttamento;
• sviluppo sostenibile dell’industrializzazione mineraria;
• modello fiscale e di royalty attraente e competitivo.

In effetti non c’è nulla di nuovo sotto il sole, né dal punto di vista dell’ovvietà né della demagogia, pur in una popolazione tanto ridotta. Stride il fatto che un tale piano non preveda e non abbia preso in considerazione (o forse non li ha resi noti) fattori demografici, quali la forza lavoro, il controllo dell’immigrazione (ed a carico, di chi), gli insediamenti ed i sevizi necessari: normalmente una fattibilità dovrebbe analizzare ed evidenziare sia benefici che costi, e compararli. Non sembra peraltro che esistano le condizioni, visto che poi il problema si ricondurrà comunque e sempre al fattore umano, che possano replicare le migrazioni che avevano caratterizzato le “corse all’oro” dell’800.

Maliziosamente andrebbe osservato che solo due “potenze” potrebbero avere l’interesse, per molteplici aspetti, per il posizionamento, per l’eventuale sfruttamento in condizioni estreme e per la necessaria mobilitazione della massa di personale necessaria: la Cina e la Russia. Per basare le valutazioni sulle potenzialità della Groenlandia, con un rapido consuntivo:
• a giugno 2024 erano attive 147 licenze minerarie, di cui solo tre relative al petrolio;
• la maggior parte delle licenze minerarie si trova a ovest, sud-ovest e all’estremo sud dell’isola, quindi distanze enormi riguardo a servizi e infrastrutture;
• solo 20 (venti) concessioni riguardano le terre rare, e tra queste, una (Tanbreez) è una licenza di sfruttamento, mentre le restanti riguardano l’esplorazione, la prospezione o gli studi geologici.

Il giacimento di terre rare di Kvanefjeld si dice sia uno dei più grandi al mondo, tuttavia, lo sviluppo della miniera è stato sospeso a causa della presenza di uranio, la cui produzione è vietata in Groenlandia. Nel 2023, il Ministero delle Risorse Minerarie ha preso la decisione finale di respingere la richiesta di licenza di sfruttamento e il progetto è attualmente in fase di arbitrato. Altre 34 licenze riguardavano il rame, e molte di queste includevano anche il potenziale per altri minerali come i metalli del gruppo del platino, il cobalto e il nichel, così come il titanio, il vanadio e l’argento.

Nonostante l’entusiasmo del governo locale per lo sviluppo minerario e l’opportunità di una produzione su larga scala di terre rare, la questione è molto controversa, con molti groenlandesi che temono danni all’ambiente e giustamente cambiamenti al loro stile di vita tradizionale. (soprattutto la sparizione di fatto della popolazione originaria). Anche se queste preoccupazioni venissero superate il costo dell’estrazione sarebbe molto più alto rispetto a quello di molte altre località artiche, a causa della lontananza geografica, delle scarse infrastrutture e della scarsità̀ di manodopera disponibile.

Risorse minerarie sottomarine
La crescente domanda di minerali critici ha stimolato l’interesse per lo sfruttamento dei depositi sottomarini di noduli polimetallici che sono presenti sul fondo marino degli oceani di tutto il mondo. Essi furono scoperti per la prima volta nella seconda metà del 19esino secolo sul fondale del mare di Kara, nel mare Glaciale Artico della Siberia, durante una spedizione scientifica marina. Si ritiene che i maggiori accumuli si trovino nelle alte profondità oceaniche, con depositi in tre forme:
• croste ricche di cobalto sulle montagne sottomarine,
• solfuri lungo le dorsali medio-oceaniche,
• noduli polimetallici nelle pianure delle profondità marine (o in particolarissime aree costiere).

I minerali critici contenuti includono rame, argento, manganese, nichel, cobalto e terre rare. I depositi minerali si trovano anche in acque meno profonde sulle piattaforme continentali e l’Artico ha un potenziale comprovato per la produzione di minerali critici da solfuri massicci lungo le dorsali medio-oceaniche dell’Atlantico settentrionale e dell’Oceano Artico. Il governo norvegese ha approvato lo sfruttamento di tali depositi sulla sua piattaforma continentale nell’Atlantico settentrionale.
Tuttavia, l’intero tema dell’estrazione sottomarina si è rivelato molto controverso a causa dei rischi ambientali e, di conseguenza, l’ISA (International Seabed Authority, Autorità Internazionale per i Fondali Marini) non ha ancora raggiunto un accordo sulle norme che regolano l’estrazione dai fondali marini. L’ISA deve rispettare la scadenza del 2025 per concordare i regolamenti che disciplineranno le attività estrattiva ma per i mari artici, ed in particolare la Groenlandia, tale ipotesi di ricerca, in primo luogo, e di sfruttamento poi, non appare certamente la più vicina. Ancora un pizzico di malizia può far parte della necessaria prevenzione, essendo ben nota la porosità percettiva e applicativa cinese tra ricerca pura e finalità militari, seguita dalla Russia, che in questo caso si sentirebbe, in tutto l’Artico, ampiamente titolata al riguardo. Stabilire una presenza permanente significativa in Groenlandia è notoriamente difficile e la tundra profonda è uno dei biomi più ostili del pianeta per la sopravvivenza umana, per non parlare dello sviluppo economico o di movimenti e logistica militare convenzionali. È semplicemente impossibile vivere in condizioni così estreme senza servizi la diponibilità generale di servizi elementari, dipendendo solo da attrezzature speciali: la mancanza di infrastrutture dell’isola, comprese quelle critiche, critiche rappresenta una formidabile sfida impiantistico/strutturale. Chi può affrontare tali sfide? La Danimarca o un ipotetico Stato di prossima indipendenza? Va anche valutato quanto le popolazioni locali valutino ed apprezzino il legame con un Paese che le ha inevitabilmente trascurate per altre impellenti necessità e per la sua stessa dimensione, che limita gli investimenti sul futuro di cui avrebbe avuto bisogno e avrà bisogno il territorio.

Quale percorso politico è immaginabile?
Il recente voto in Groenlandia ha cambiato, come già trattato in dettaglio, le prospettive e le previsioni del precedente premier dell’isola, Mute Egede, che aveva condotto il paese ad elezioni anticipate proclamando e di non voler restare sotto la corona danese, ma neppure “diventare americano”. Il Primo Ministro governa in base al Self Government Act, promulgato nel 2009, che prevede un governo autonomo ed un percorso aperto verso l’autodeterminazione, deve avere una visione, basarsi su opzioni, avanzare proposte concrete, visto che spetta o spetterebbe a quel popolo decidere in quale direzione andare.
Certamente sotto gli occhi indifferenti dell’Europa si era profilata ma è ancora incombente una sorta di “brexit” in piccola scala, ma dagli esiti devastanti: a votare per l’indipendenza o meno della Groenlandia non sono stati i Danesi, ma una popolazione locale di poche migliaia di aventi diritto al voto, quanto preparati al rispetto non si sa, quanto permeabili a influenze esterne è solo ipotizzabile, pur con tutto il rispetto possibile dei diritti e del sistema democratico dell’autodeterminazione: un diritto all’indipendenza sancito dall’intera popolazione danese o da una minoranza direttamente interessata? …ma con una responsabilità collettiva, soprattutto in un mondo in rapido cambiamento: siamo in una fase nuova nella quale la pace deve essere mantenuta e la sicurezza garantita, anche prevenendo le minacce, se necessario con ogni mezzo. Il comportamento danese, ben oltre la logica “irritazione” ed il rigetto delle forme, ed il richiamo alla collaborazione europea, appare ad analisti smaliziati quello di disfarsi comunque di un problema, colloquialmente di una “patata bollente”, pur profilandosi sin d’ora la nascita di una nuova conflittualità, un’indipendenza difficile vista la totale dipendenza dell’isola da sostegni economici esterni. C’è da chiedersi nuovamente chi possa (o dovrebbe) affrontare tali sfide?

La Danimarca o un ipotetico Stato di prossima indipendenza?
Senza alcuna malizia, per la politica del debito, tanto cara ai cinesi, e così ben rodata, sarebbe, o forse è già, una ghiotta ed irripetibile opportunità. Molti imperi, anche in tempi moderni, sono stati caratterizzati dalla padronanza delle rotte navali: Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra, infine Stati Uniti. «L’impero su quale il sole non tramonta mai», fu un’espressione applicata di volta in volta a quello dominante, non indicava soltanto la diffusione intercontinentale dei possedimenti coloniali, ma anche la capacità delle flotte imperiali di operare quasi ovunque. Questo riguarda la Cina odierna che non ha colonie ma vassalli economici, e pretende di diventare il nuovo «impero sul quale il sole non tramonta mai»: sembra proprio il caso, a giudicare da quel che accade nel settore marittimo, sia civile che militare: l’investimento nei terminal portuali (ovunque, Italia compresa). È un aspetto, quello dell’ascesa cinese, che riguarda l’Artico ed in particolare la Groenlandia: l’intervento nei terminal portuali, dove grandi società della Repubblica Popolare (spesso controllate dallo Stato) costruiscono porti, comprano interi scali marittimi, oppure ne prendono la gestione con accordi spesso leonini. La gestione e il controllo di terminal portuali è considerata un’attività strategica anche perché consente di avere accesso a una vasta mole di dati e informazioni sulle flotte altrui.

Cosa lega superiorità militare e trasporto merci?
Trasporto merci e superiorità militare negli oceani sono spesso andati insieme. L’America continua ad avere una flotta militare unica al mondo per la sua capacità di proiezione planetaria ed a volte Washington si avvale anche del supporto di Paesi alleati. Di recente alcune navi militari europee hanno intercettato navi russe e cinesi sospettate di avere «tranciato» dei cavi sottomarini nel Baltico. Gli episodi, ormai numerosi, ci ricordano che la nostra sicurezza dipende dai mari ancor più di quanto crediamo: non solo le merci” sopra”, ma sui fondali di molti mari e oceani giacciono migliaia di chilometri di cavi a fibre ottiche che sono il sistema nervoso delle società contemporanee, da loro transitano comunicazioni essenziali per la nostra vita quotidiana. Lo stesso vale per il trasporto che avviene in superficie: molti beni di prima necessità arrivano negli scaffali dei nostri supermercati solo perché hanno potuto varcare gli oceani: paesi insulari come Regno Unito, Islanda, Giappone, Taiwan, sono ancora più vulnerabili in caso di interruzioni nell’approvvigionamento marittimo. L’operazione in corso sull’Artico va collegata alla possibilità, anzi alla probabilità, che la rotta artica imponga cambi sia alla costruzione navale (non solo struttura ma tipologia e portata delle navi) sia alle scelte degli armatori ed al paradosso che ormai pochissime delle navi cargo protette dalla U.S. Navy o dalle forze occidentali battono bandiera occidentale (con la relativa eccezione della danese Maersk, che però non si espone…): l’Occidente è scivolato in una posizione marginale nel trasporto marittimo, e più che mai nell’Artico.

Dopo la Seconda guerra mondiale partiva da una posizione di predominio, considerato che all’epoca, quasi metà di tutte le navi da trasporto appartenevano ad armatori americani: nel 1956 fu un imprenditore Usa a inventare il container, la «scatola globale» che oggi domina la logistica ma al momento, per fare un caso emblematico, le navi mercantili con bandiera statunitense USA sono meno dell’1% del totale mondiale mentre quelle cinesi sono più della metà di quel totale ( ancora nel 1986 solcavano gli oceani 400 navi cargo americane, oggi ne sono rimaste appena 80 ma … quelle cinesi sono 5.500). Un paradosso, che non riguarda solo il numero delle navi, ma le capacità costruttive, proprio nel momento della probabile necessità di una nuova tipologia di portacontainer che potrebbe (o avrebbe potuto?) propiziare un reshoring di capacità in campo occidentale ed in Europa.

Tutto questo legato alla Groenlandia? Non solo, ma certamente al possibile traffico polare, alla logistica: il tutto solo come innesco e come case study su cui riflettere cominciare ad assumere responsabilità e prendere decisioni, per compensare gli evidenti squilibri. La piccola Danimarca, con il “peso” della Maersk come “industria chiave” e le responsabilità sulla Groenlandia (e sulla sua politica interna, comprese le autonomie) può (e dovrebbe) ancora giocare un ruolo… Se accettiamo che la sola popolazione locale della Groenlandia eserciti il diritto all’indipendenza, andrebbe anche valutato prima con quali ripercussioni e poi con quali risorse e con quale collocazione.

Quali i fattori (e gli interessi) in gioco?
Quelli danesi sono evidenti storici, anche se labili, quelli UE tutti da valutare, anche se per il momento non oggetto di particolari sensibilizzazioni, mentre chiarissimi sono quelli Statunitensi, dichiarati e da tempo La geografia non è un fattore irrilevante visto che l’isola dista soli 20 chilometri dal Canada, fa parte del continente americano, mentre i nativi (inuit) sono della stessa etnia di quelli dell’Alaska e del Canada. Il reclamo, pur nelle forme tracotanti ed inopportune, di Trump, è un campanello di allarme ma anche una presa d’atto che per oltre 80 anni, almeno tre generazioni, gli Stati Uniti ne hanno garantito la sopravvivenza e la sicurezza. Esiste un nuovo scenario, dove sono già evidenti nuove minacce dalle quali è necessario difendersi, adottare misure, nell’interesse di tutto il mondo libero, senza innescare e poi scadere in un conflitto interno allo schieramento occidentale. Nel nuovo scenario strategico entrano anche le necessità di nuove risorse, la necessità di sfuggire a monopoli che hanno colto impreparato tutto l’Occidente, che non reagisce coeso. Washington ha avviato da tempo, per motivi legati alla sicurezza nazionale, programmi e progetti di diversificazione dei propri approvvigionamenti di terre rare per non dipendere in modo sproporzionato dalla Cina, primo produttore mondiale di queste risorse minerarie. In tale contesto andrebbe inquadrata l’“offerta di acquisto” della Groenlandia (come provocazione, in mancanza di altre alternative o proposte) quale eventuale fonte alternativa di tali risorse. All’opposto è altrettanto evidente l’interesse cinse se non ad assicurarsi anche queste risorse, od almeno a minare qualsiasi intesa, ed in questo in piena sintonia con la Russia

Anche se l’acquisto della Groenlandia suona bizzarro a diversi studiosi di relazioni internazionali, non bisogna dimenticare che – contrariamente a quanto sostiene la “saggezza convenzionale” – i confini vengono costantemente ridisegnati. Gli esempi sono innumerevoli: Israele ha ottenuto le alture del Golan come risultato della sua vittoria nella Guerra dei Sei Giorni, il Kosovo è diventato indipendente dalla Serbia un decennio fa, la Germania è stata riunificata dopo diversi decenni di separazione in due entità, la Russia ha preso la penisola di Crimea dall’Ucraina solo pochi anni fa. Allo stesso modo, l’influenza di interessi territoriali contrastanti è stata determinante in aree potenzialmente instabili, tra cui i Balcani, il Kurdistan, il Levante, il Kashmir, il Tibet, la Transcaucasia e il Mar Cinese Meridionale, tra gli altri. La presenza militare pluridecennale degli Stati Uniti non è il frutto si invasioni od azioni violente, ma il risultato di accordi vantaggiosi per le parti, in particolare per le popolazioni locali che hanno goduto di rendite e servizi maggiori di quelli che assicurava la “madrepatria”.

Una presenza militare importante ma relativamente modesta come estensione: originariamente costruita negli anni ’40, la base aerea di Thule – il nome deriva da una mitica terra presumibilmente situata negli angoli più settentrionali del mondo conosciuto – è destinata a compiti di sorveglianza aerospaziale e nel funzionamento dei sistemi di allerta precoce: è pertanto una componente importante sia del NORAD (North American Aerospace Defense Command) che dell’Air Force Space Command, mentre l’esercito americano gestisce anche una piccola rete di centri di ricerca scientifica in Groenlandia.
Giancarlo Poddighe
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