Il “Grande Gioco” americano: il perchè della Groenlandia

Andrea Mucedola

6 Agosto 2025
tempo di lettura: 12 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: politica statunitense, Trump, Groenlandia
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In questo torrido periodo estivo, intervallato da tempeste di ogni genere, siamo investiti sui media da informazioni spesso contrastanti, manipolate ad arte non tanto dall’AI (ma ci arriverà presto) ma dall’abilità umana che non ha limiti. Su OCEAN4FUTURE ci siamo dati una regola: fornire i fatti come sono, lasciando agli affezionati lettori l’analisi degli stessi, nella consapevolezza che non esiste mai una verità unica. Quest’estate abbiamo ricevuto diverse e-mail che ci hanno chiesto di riprendere il discorso sul personaggio forse più dibattuto di questi ultimi anni, Donald Trump.

Il grande gioco americano
Proiettandoci ai giorni nostri, con una certa preoccupazione, i media ci riportano le azioni tal volta poco comprensibili di Trump nei confronti degli Alleati, che spesso appaiono poco rispettose del patto di Alleanza che ci unisce. Per comprendere meglio dobbiamo analizzare il grande gioco americano del Presidente Trump e ipotizzare come, nel bene e nel male, potrebbe influenzare il nostro prossimo futuro.

An AI-generated image of Donald Trump, wearing a crown, styled to look like A Time Magazine cover, with the text “Trump – Long Live the King”. From a tweet by the official White House Twitter account.

Voglio partire dalla sua dichiarazione di acquistare (o acquisire “in qualsiasi modo”) la Groenlandia, una affermazione che ha suscitato molto scalpore in quanto oggetto di un territorio di fatto appartenente ad uno Stato sovrano, la Danimarca, legato agli Stati Uniti da un Trattato di alleanza politico-militare. Di fatto Trump, con il suo approccio rude, usuale nel mondo del business anglosassone, mostra un certo disinteresse verso le cosiddette Alleanze. Ma è veramente così?

Prima di approfondire questo aspetto credo sia necessario fare un passo indietro fornendo un rapido sguardo alla non rosea situazione economica degli Stati Uniti. Trump sta cercando di recuperare l’enorme debito interno, iniziato alla fine degli anni 70 del secolo scorso e arrivato ad oltre 36 trilioni di dollari; lo sta facendo con una forte politica dei tagli e dei contributi statunitensi nel mondo che toccano università, organizzazioni internazionali ma anche associazioni private, fino a poco tempo fa beneficiate da finanziamenti a pioggia a fondo perduto. Ci sono naturalmente vittime importanti, che fanno pensare, le cui cause possono essere giustificate come effetti collaterali del tentativo di risalire un baratro senza fondo. Va compreso che Trump, se da un lato si erge paladino della libertà dai condizionamenti che hanno caratterizzato le politiche DEM di questi ultimi anni, dall’altro mostra una dipendenza dalle lobby industriali che sembrano poter influenzare la sua politica estera in determinate regioni, in primis nel MO ed in particolare in Israele.

Il discorso sarebbe molto ampio e mi limiterò a due aspetti emblematici: la richiesta agli Alleati di un maggior contributo nel campo della Difesa e l’imposizione di dazi a percentuali differenziate con tutti i Paesi del mondo. Per comprendere il primo punto sarebbe necessario leggere i documenti dei bilanci della NATO di questi ultimi 30 anni dai quali si deduce che, in particolare dopo la fine della guerra fredda, la quota maggiore di mantenimento della Difesa collettiva è sempre stata a carico degli Stati Uniti – aggiungerei ben oltre una ragionevole proporzionalità. Ciò comportò che già dall’ultimo Summit del secolo scorso, gli Stati Uniti chiesero ufficialmente agli Alleati un maggiore impegno economico per alleggerire il loro impegno, reso particolarmente gravoso dalla necessità di mantenere i silos della componente nucleare. Sottolineo che questo avvenne molto prima dell’avvento di Trump. La richiesta del famoso aumento del 5% delle spese rientra in questa logica per cui, quando a regime, gli Stati Uniti godranno di una riduzione della loro quota per la Difesa collettiva. In qualche modo legato a questa necessità l’indirizzo verso nuovi requisiti operativi che, sebbene decisi collettivamente, sono influenzati dalla situazione geopolitica internazionale e potrebbero essere indirizzati verso armamenti sviluppati oltre oceano. Ma questo è un altro argomento, piuttosto complesso,  di cui parlerò in un articolo dedicato.

l’andamento del debito US … nel 2023 superava i di 31,4 trilioni di dollari, facendo guadagnare agli Stati Uniti lo status di maggiore debitore del mondo. Oggi il debito supera (ed è ancora in ascesa) i 36 trilioni di dollari. Per capirci a dicembre 2023, il debito pubblico totale ammontava a 33.100 miliardi di dollari, pari a circa il 129% del PIL nazionale, e a circa 6,7 volte le entrate fiscali. Il debito pubblico detenuto da privati era pari a 26.500 miliardi di dollari, circa il 99% del PIL nazionale. Oggi il rapporto è ancora in preoccupante salita Fonte Il tetto del debito degli Stati Uniti e le sue implicazioni globali

Per quanto concerne i dazi, Trump ha ereditato dai suoi predecessori una crisi debitoria gravissima e sta cercando ora di recuperare ciò che, secondo lui, è stato tolto agli Americani dai suoi predecessori e … dal resto del mondo. Giusto o sbagliato che sia, a noi Europei costerà un aumento dei dazi di circa il 10% (ovvero al 15% meno i precedenti dazi che si aggiravano intorno al 4,8%) … vedremo se verrà applicato su tutto o solo su certi generi … la partita è ancora aperta. Lascio ovviamente agli economisti fare le loro valutazioni.



Cranky man
Trump
non può certo essere definito un personaggio simpatico; un tycoon che non nasconde una certa grettezza nei modi, un bullismo legato alla sua formazione nel mondo degli affari dal quale ha imparato a contrattare senza troppi peli sullo stomaco. Niente di più lontano dallo stereotipo dell’Uomo europeo, almeno come lo vedono i suoi concittadini. E’ un tipico American man, che deve il suo successo alla sua capacità nel business immobiliare, che rappresenta per l’immaginario collettivo americano un mito. Quello che la maggior parte dei suoi elettori non sa è che in realtà non sta inventando nulla di nuovo; the Donald sta solo mettendo a regime un insieme di vecchi progetti nel tentativo di dare fiato ad una nazione fortemente in declino economico, morale e politico, cavalcando un colorito elettorato, abituato a sbarcare il lunario nel miraggio del make my day, diseducato da decenni di Panem et circenses e disilluso dalle follie woke. Questo spiega la sua rielezione con la promessa della realizzazione di un nuova America, nonostante la feroce contrapposizione elettorale portata avanti da candidati di fatto poco credibili. Un elettorato quello di Trump che, guardando con apprensione il portafoglio sempre più verde (ma non di dollari), ancora si emoziona guardando la bandiera a stelle e strisce e sogna una nuova America. Con Trump nasce MAGA (Make America Great Again), un acronimo che si adatta a questo crogiolo di razze dove la lingua inglese è diventata in certi Stati quasi secondaria allo spagnolo; una risposta alla necessità di affrontare alle radici i tanti problemi che ancora affliggono le classi più povere (ma ora anche la classe media), illuse da tante promesse e stanche del politically correct, e che ora chiedono azioni efficaci ed immediate. Nel bene e nel male MAGA è un segno di profondo cambiamento nella società americana, un ritorno ai valori tradizionali ma anche ad un nazionalismo che mette in discussione tutti, compresi Alleati e Paesi amici ritenuti talvolta poco riconoscenti. Un fenomeno quindi da osservare con attenzione che, per i tanti aspetti, influenzerà le politiche estere americane nei prossimi anni.

In estrema sintesi, analizzando la politica trumpiana, potremmo dire che ci sono poche nuove idee (ma questo non è necessariamente un male) ma molto precise. Trump con pragmatismo ma anche elasticità decisionale vuole restituire fiducia agli americani mostrando una America forte che non nasconde di voler fare i suoi interessi. Il come farli è estremamente fluido, variabile nel tempo a seconda delle convenienze, nel caso anche rivedendo gli accordi con i propri alleati. In pratica una riscoperta della realpolitik che meglio rappresenta gli interessi americani del momento. Eticamente suona molto male ma permettetemi di ricordare un celebre aforismo di uno dei più influenti consiglieri politici statunitensi del secolo scorso, Henry Kissinger: Essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici può essere fatale”. 1  

Trump è sfavorevole alle Alleanze?
La visione di Trump, ma anche di altri Presidenti statunitensi precedenti, a tal riguardo è controversa: da un lato riconosce il valore dell’impegno comune per il mantenimento dell’ordine mondiale dall’altro la necessità di capitalizzare rapidamente gli sforzi effettuati a livello globale dal secolo scorso anche a costo di rompere determinati schemi. Sui media si accusa Trump di scarso interesse verso le Alleanze, con tentativi a volta brutali di revisioni unilaterali degli accordi precedenti, non ultimo quello relativo alle spese della difesa collettiva (tradotto in maniera non corretta Riarmo). Ancora un volta va ricordato che anche i predecessori repubblicani e democratici statunitensi avevano da tempo ufficialmente avvisato gli Alleati della necessità di una maggiore partecipazione per la copertura delle spese della Difesa collettiva. Una disattenzione di comodo che ha aiutato a crescere le economie di molti Stati europei, con vantaggi di welfare che possiamo apprezzare anche nel nostro Paese e che alla maggior parte dei Statunitensi sono qualitativamente negati. Siamo però giunti ad un capolinea e bisogna cambiare binario: le sfide del III millennio non possono essere disattese. Un richiamo all’Europa, dove i Francesi perseguono discutibili politiche estere (specialmente in nord africa) facendosi promotori di azioni non perseguibili  con l’aiuto dei Tedeschi e, ora, dei “brexati” Inglesi. la sicurezza occidentale, che ci piaccia o no, resta sempre in gran parte in mano agli Alleati di Oltreoceano, chiamati a giocare a livello globale questa partita per preservare la nostra libertà; di fatto la nazione occidentale più potente è però in difficoltà e necessità il nostro contributo per contrastare le altre superpotenze (che non possiamo certo definire democratiche) che stanno rincorrendo i loro sogni di supremazia. Non mi riferisco solo alla Russia di Putin, grande nazione europea che a causa di una politica aggressiva e ingiustificata sta rimpiombando nelle politiche liberticide sovietiche (anche se abilmente mascherate dalla necessità di difendersi dal male americano), sembra aver ormai perso la sua possibilità di occidentalizzarsi2, ma alla Cina di Xi (probabilmente il vero rivale degli Stati Uniti e dell’Occidente in questo nuovo secolo), una nazione che persegue intelligentemente la sua via per il dominio economico (aggettivo che nella logica cinese potrebbe essere abbinato a quello militare) di parte del mondo. In questo suo avanzare lento e pragmatico esiste una certa assertività occidentale, in particolare del mondo finanziario che, in questi ultimi decenni, ha mostrato la sua transnazionalità sotto l’egida della globalizzazione, ignorando ogni forma di diritto pur di capitalizzare denaro, vendendo prodotti a basso costo, realizzati con lavoratori/schiavi del terzo mondo in Paesi dove non esistono regole di protezione dei diritti umani e dell’ambiente3.

In sintesi, nel III millennio, tra un’America ed una Russia che soffrono dei loro stessi mali, la Cina appare essere l’avversario più pericoloso per il mondo occidentale. Il mondo occidentale, se vuole restare libero, deve mantenere il rapporto euro atlantico, cercando di modulare gli eccessi, offrendosi come elemento valoriale all’Alleato americano che, per quanto possa pensare, ha ancora bisogno di noi come noi di lui. Motore trainante sarà sempre l’economia e la vittoria sarà di coloro che sapranno vincere senza dover ricorrere ad inutili e sanguinose guerre. Un utopia che da millenni è inutilmente offerta agli uomini di buona volontà ma che continua ad essere l’unica speranza di sopravvivenza. In un’ipotesi da molti analisti condivisa, al di là delle faglie geopolitiche di sfogo, il maggior terreno di scontro saranno gli ampi spazi marittimi, lungo le diverse vie della seta tracciate dal Dragone lungo le quali gli USA ed i Paesi occidentali dovranno giocare una partita di deterrenza tutt’altro che scontata.

Groenlandia – credit NASA

Groenlandia, tornando a Shakespeare, “c’è del marcio in Danimarca” o forse non solo in …
Nelle righe precedenti ho raccolto alcuni punti di riflessione sulla politica trumpiana, sull’avvento del fenomeno MAGA, sull’evoluzione delle tensioni a livello globale mondiale e la necessità di un Nuovo Ordine mondiale in cui gli attori si sono moltiplicati con l’evolversi delle nuove superpotenze. Un andamento, come ho accennato, è ben compreso da Trump volendo di fatto mantenere una certa fluidità nelle Alleanze. In questo contesto si apre il casus belli della Groenlandia, non perchè appare sulle news come terra contesa e pretesa da Trump ma perchè è lontana e, facendo una battura, si presta bene per tranquillizzare le ansie di questo caldo torrido mese di agosto. Guardando un atlante ci rendiamo conto che si tratta di una superficie di oltre due milioni di chilometri quadrati, circa sei volte la Germania, o per una migliore comprensione oltreatlantico, maggiore del Messico. È la più grande isola del pianeta ma – con una popolazione di circa 57.000 abitanti – ed è anche il territorio meno densamente abitato al mondo. Una terra inospitale ricoperta da ghiacci perenni che, a seguito dei cambiamenti climatici subirà nei prossimi decenni cambiamenti importanti sulla sua terra emersa come nelle acque costiere che la circondano che saranno nel prossimo secolo navigabili per diversi mesi all’anno. Malgrado le attuali difficoltà di prospezione, basandosi sui pochi risultati, si è creato il mito che il suo sottosuolo potrebbe essere ricco di idrocarburi, uranio e oro e – soprattutto – di terre rare, come ricorderete necessarie per la strategia di ‘transizione energetica’. Di certo c’è ben poco. Pur essendo autonomo, il territorio fa parte del Regno di Danimarca, stato fondatore della NATO e membro dell’Unione Europea, il che fa dei suoi abitanti dei cittadini comunitari. Il dominio danese non ha dato grande prospettive al territorio e molti ancora si domandano quanto le presunte ricchezze siano reali. A questo punto ci possiamo domandare perchè questo rinnovato interesse statunitense?

La risposta non è legata alle sue attuali o future risorse, ma alla sua collocazione strategica. Grazie alla sua posizione, la ‘Terra Verde’ sarà nei prossimi decenni geopoliticamente strategica per controllare le nuove rotte marittime dell’Artico, vera fonte di ricchezza del III millennio; vie marittime già ambite da Russi e Cinesi che, anche se non pubblicamente, stanno costruendo punti di appoggio logistico in corrispondenza delle miniere. Sebbene la Groenlandia sia tutelata anche dalla clausola di difesa reciproca, prevista dai trattati europei, per cui gli Stati membri hanno l’obbligo di aiuto e assistenza se un altro Stato membro è “vittima di un’aggressione armata sul suo territorio”; in realtà le uniche strutture militari sulla grande isola verde sono quelle statunitensi installate in guerra fredda per proteggere il non lontano territorio nord americano da eventuali attacchi missilistici del Patto di Varsavia. Fra di esse la base di Thule (vedi foto sottostante – credit US Airforce), un avamposto tra i ghiacci ma strategicamente fondamentale per il controllo della regione Artica.

Un costo non indifferente, coperto in toto dagli Stati Uniti, e che ora Trump, secondo la sua politica nel settore della difesa e della sicurezza (ma non solo), come abbiamo visto vuole capitalizzare; in parole semplici, secondo Trump tutto ciò che si fa per se o per gli altri deve avere un ricavato. Nel caso specifico se devo assumere i costi della sicurezza e della difesa di “qualcosa” è meglio che lo faccia come investimento, assumendone tutte le implicazioni e le responsabilità, e possibilmente godendo di vantaggi diretti e/indiretti (economici o strategici) che tornerebbero al popolo americano. Un investimento a lungo termine ed alla luce del sole che differisce da quelli russi in corso in diverse parti del mondo, sostenuti da milizie non ufficiali come l’Africa Korps, e, in particolare, da quelli cinesi in Africa, apparentemente operanti sottobanco, che tendono ad influenzare l’opinione pubblica con apparenti grandi esborsi per aiutare quei disgraziati Paesi, che si trasformano presto in veri e propri capestri finanziari per coloro che li subiscono. Che sia capitalismo o socialismo gli esiti come vedete sono similari, solo le modalità appaiono superficialmente differenti. Orwell ci aveva avvertiti.

Vi domanderete, come finirà in Groenlandia? Tutto dipenderà dal flusso di denaro che piloterà le scelte americane future. Sicuramente non saranno i soli a voler capitalizzare i loro interessi su quella terra desolata ed i Russi e i Cinesi sono già sul territorio … ma pochi lo dicono.

 Andrea Mucedola

 

1 L’influenza di Kissinger fu notevole sugli establishment politici presidenziali per molti anni: appezzato per la sua lucidità di analisi fu però spesso criticato per il suo approccio estremamente pragmatico e realista, non sempre condiviso dagli idealisti. Kissinger sosteneva la necessità della ricerca di un equilibrio tra le potenze con la creazione di un ordine mondiale da mantenere insieme e non in contrapposizione con i rivali strategici. Un’evoluzione/devoluzione del classico sistema vestfaliano che prevedeva la creazione di relazioni stabili accettando la possibilità di conflitti regionali, che secondo lo statista rientravano nei rischi delle relazioni internazionali. Queste relazioni avrebbero trovato nelle Alleanze la possibilità di gestire le crisi e limitarne la portata senza escludere qualsiasi tentativo di influenzare le politiche comuni. 

2 Dopo il crollo del Patto di Varsavia e il disfacimento dell’URSS, la Russia sembrava aver intrapreso un cammino di avvicinamento all’Occidente. Le politiche interne e il forte nazionalismo perpetuato da Putin hanno velocemente ricondotto l’enorme Paese in una situazione di crisi internazionale.

3 Batterie e pannelli solari vengono prodotti dalla Cina con lavorazioni altamente inquinanti e poi offerti al resto del mondo come panacea per contrastare i cambiamenti climatici con la complicità delle lobby internazionali. Va compreso che sebbene la richiesta di fotovoltaico continui a crescere a livelli record, si tratta di una diffusione ancora disomogenea e concentrata. Secondo l’autorevole sito Rinnovabili.it, dei 597 GW messi in esercizio nel 2024, ben 329 GW appartengono solo alla Cina (55% della nuova capacità FV mondiale) per cui il Dragone domina in maniera indiscussa la top ten dei mercati solari.

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Non discuto la necessità di una transizione ecologica, assolutamente necessaria per dare un futuro ad una società viziata e diseducata come quella in cui viviamo, ma i rapporti costo efficacia dovrebbero essere considerati. Purtroppo, ad un auspicabile confronto scientifico su questi temi si preferisce da una parte il negazionismo o, ancor peggio la disinformazione, dall’altro il fondamentalismo ambientalistico che non tiene conto delle conseguenze collaterali.
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