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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Rischi legati alla salute a seguito dell’ingestione di alimenti e bevande contaminate da micro e nano plastiche

Le microplastiche sono ormai onnipresenti in tutti gli ecosistemi. Quale è il loro impatto sugli esseri umani?

Da un recente studio effettuato negli Stati Uniti è emerso che mediamente una persona ingerisce almeno 50.000 particelle di microplastica all’anno ma purtroppo con la respirazione ne incamera una quantità simile.

 

I ricercatori statunitensi, hanno effettuato un’analisi basata sulle quantità consigliate della American dietary ed hanno poi valutato il numero di particelle microplastiche negli alimenti comunemente consumati in relazione alla assunzione giornaliera raccomandata. Nel conteggio sono stati considerati i dati di inalazione aerea di microplastiche e in che modo il consumo di acqua in bottiglia di plastica (PET) influisca nell’assimilazione globale delle microplastiche. L’analisi ha considerato i dati di 26 studi che avevano coperto oltre 3600 campioni trattati.

In realtà, la valutazione si è basata sul 15% dell’apporto calorico consigliato negli Stati Uniti, ed ha fornito un consumo annuale di microplastiche variabile da 39000 a 52000 particelle di plastica a seconda dell’età e del sesso. Queste stime aumentano a 74000 e 121000 quando si prende in considerazione l’inalazione di tali particelle. Inoltre va aggiunta la quantità assunta attraverso le bottiglie di plastica di 90000 microplastiche all’anno (rispetto alle 4000 microplastiche per coloro che consumano solo l’acqua di rubinetto). Questo è dovuto alla contaminazione dell’acqua a causa della degradazione naturale del PET che non avviene nell’acqua delle tubature. Questo potrebbe significare che l’acqua da imbottigliare in certi casi potrebbe presentare microplastiche provenienti dalla fonti idriche. 

valori dietari raccomandati (solo US) per fasce di sesso e età per determinare la quantità di microplastiche

Voglio sottolineare che queste stime sono state fatte basandosi sui valori raccomandati per fasce di età negli Stati Uniti. Le analisi sono state effettuate su prodotti in vendita localmente e, in prima analisi mostrano una notevole  variazione quantitativa nei dati ottenuti. Questi risultati dimostrano comunque che, in attesa di ottenere valutazioni più estese, sia in termini qualitativi che quantitativi, allargando il campione, il problema comunque esiste e  i valori citati nello studio potrebbero essere verosimilmente sottostimati (in quanto solo un piccolo numero di alimenti e bevande è stato analizzato). 

 

Fig. S1. Metodi di identificazione dei polimeri, comprendenti la spettroscopia a infrarossi con trasformata di Fourier (FTIR), spettrometria di massa al plasma accoppiato induttivamente (ICP-MS), spettroscopia Raman e macchia Rosa del Bengala utilizzata per verificare le concentrazioni di particelle microplastiche (MP) in (A) frutti di mare compresi bivalvi, crostacei e pesci, (B) miele, sale e zucchero e (C) liquidi inclusi birra e acqua. Le barre di errore rappresentano la deviazione standard.

 

Un impatto ancora sconosciuto ma da non trascurare
Quale sia il loro impatto sulla salute degli Umani è sconosciuto, ma il rilascio di sostanze potenzialmente tossico non è negabile. Ad esempio a livello di nanoplastiche possono penetrare nei tessuti umani dove potrebbero scatenare reazioni immunitarie.

risultati da diverse ricerche considerate dallo studio citato.

L’argomento è scottante e ricercatori di tutto il mondo trovano microplastiche ovunque guardino: nell’aria, nel suolo, nei fiumi e negli oceani più profondi del mondo. Sono stati rilevati nell’acqua in bottiglia, negli alimenti ed addirittura nella birra. Come ricorderete sono stati recentemente trovati per la prima volta anche in campioni di feci umane, confermando che le persone di fatto le ingeriscono. Non ultimo su campioni di microplastica sono stati ritrovati virus e batteri pericolosi per l’Uomo, che si annidano facilmente nelle porosità microscopiche del materiale.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Environmental Science and Technology, ha considerato ben ventisei studi precedenti che hanno misurato la quantità di particelle microplastiche in diversi alimenti, nell’acqua, oltre che nell’aria delle città. La scelta dei cibi campionati necessita però di essere allargata in quanto alimenti come il pane, i prodotti trasformati, la carne, i latticini e le verdure, potrebbero contenere altrettanto se non maggiore plastica aggravando il bilancio della quantità assunta nel nostro corpo.

Altro fattore, non sempre direttamente derivante dalla procedura di confezionamento, è quello legato al deposito di particelle di plastica nell’aria sui cibi che potrebbero aggiungere altre decine di migliaia di microelementi alla quantità annuale consumata.

I migliori dati disponibili sono sull’acqua, con acqua in bottiglia che contiene in media 22 volte più microplastiche dell’acqua del rubinetto (non è chiaro se le nano plastich esonostate incluse). In pratica, negli Stati Uniti una persona che beve solo acqua in bottiglia di plastica potrebbe avere un consumo di 130.000 particelle all’anno (solo da quella fonte) a fronte dei 4.000 ingeriti nel caso bevesse l’acqua del rubinetto.

Commento
Sono dati importanti che danno un segnale di allarme per tutti. Si auspica che anche in Italia si effettuino simili analisi considerando gli alimenti della dieta mediterranea che fanno parte della nostra vita di ogni giorno. Gli effetti sulla salute legati all’ingestione di queste particelle sono sconosciuti ma esse sono abbastanza piccole da entrare subdolamente nei tessuti umani dove potrebbero scatenare reazioni immunitarie e rilasciare sostanze tossiche.

Stephanie Wright, del King’s College di Londra, non coinvolta nella ricerca, ha dichiarato al The Guardian: “Queste stime attuali suggeriscono che l’esposizione alla microplastica è relativamente bassa rispetto ad altre particelle. Ad esempio, è stato stimato che la dieta media occidentale espone i consumatori a miliardi di microparticelle di biossido di titanio, un additivo comune, ogni giorno. Tuttavia, ciò che le esposizioni microplastiche relativamente basse significano per la salute non è noto.

Potremmo aggiungere che comunque vanno ad aggiungersi agli altri contaminanti e, come affermato dai principali consulenti scientifici della Commissione europea, “Le prove [sui rischi ambientali e per la salute delle microplastiche] forniscono motivi di preoccupazione sincera e di precauzione da esercitare … La crescente evidenza scientifica sui rischi di inquinamento microplastico incontrollato, combinata con la sua persistenza a lungo termine e irreversibilità, suggerisce che dovrebbero essere prese misure ragionevoli e proporzionali per prevenire il rilascio di microplastiche“.

Cambiare ma non demonizzare
In sintesi, non mi stancherò di sottolineare come il nostro mondo attuale non possa più fare a meno della plastica che non deve essere demonizzata ma gestita con intelligenza. Quello che invece va perseguita è una politica di mitigazione dell’impatto ambientale, favorendo contenitori biologici (sono già in produzione bioplastiche estremamente interessanti tra l’altro con brevetti italiani) e sostenendo le aziende che si stanno allontanando dagli imballaggi in plastica che hanno un impatto significativo nell’ambiente. Aspettiamo futuri studi che ci aiutino a comprendere il fenomeno dell’impatto sull’organismo umano e, in particolare gli effetti delle nanoplastiche che sappiamo coinvolgono sia gli alimenti sia le acque residue a seguito del lavaggio dei vestiti.

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