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Storia di Brindisi nel XV secolo: il terribile terremoto e l’assalto dei Turchi – parte III

Reading Time: 8 minutes

 

livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XV SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: Puglia, Brindisi, Aragonesi, Regno di Napoli

 

Il terremoto del 1456
Nel 1456, alle tre del mattino di domenica 5 di dicembre, un terribile terremoto interessò una buona parte del regno di Napoli, che era governato dal re aragonese. Molti paesi furono rasi al suolo e a Napoli furono registrati ingenti danni, tra cui il crollo del campanile della basilica di Santa Chiara e il cedimento della chiesa di San Domenico Maggiore, che dovette essere ricostruita.

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Il papa Pio II, in una lettera inviata all’imperatore Federico III d’Asburgo, raccontò che nel napoletano crollarono trentamila palazzi e quasi tutte le chiese furono danneggiate. Si verificò anche un maremoto che colpì le coste ioniche tra Gallipoli e Taranto e lo sciame sismico durò diversi anni. Il bilancio delle vittime, condotto in base alle cronache dell’epoca, ne stimò circa trentamila. Angelo Costanzo, nella sua Storia del reame di Napoli scrisse:

Caddero molte cittadi, e fra l’altre Brindisi, ch’era popolarissima, che con la rovina coperse e seppellì tutti i suoi cittadini, e restò totalmente disabitata“.

E nella sua Storia di Brindisi scritta da un Marino Ferrando Ascoli scrisse: “La solidità dei muri, la robustezza delle colonne, la resistenza delle volte, a nulla valsero. Dovunque ammassi di pietre miste a travi, a canne, a masserizie, a mobilia. Desolazione presente, e miseria futura” riferendosi probabilmente con ciò alla peste che successivamente si diffuse in città, completando lo sterminio delle vite scampate alla prima calamità.

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Brindisi. Dalla carta nautica “L’Adriatico” di Willem Barentszoom – 1595 (Fototeca Briamo presso Biblioteca Arcivescovile A. De Leo)

Nonostante i tanti riferimenti bibliografici, studi e ipotesi più recenti hanno avanzato alcuni seri dubbi sulla veridicità della reale gravità delle conseguenze fisiche di quel sisma sulla città di Brindisi: i provvedimenti regi che pur con gli aragonesi interessano la città, non menzionano il terremoto come causa dello spopolamento e della rovina della stessa; e varie strutture difensive, palazzi, monasteri, chiese, eccetera, esistenti all’epoca del sisma, così come le due famose colonne romane, rimasero in piedi.” 

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L’assalto a Otranto e la conseguente occupazione dei turchi
«… Con la caduta di Costantinopoli, Maometto II rivendicò apertamente i suoi diritti di possesso su Brindisi, Otranto e Gallipoli, come antiche parti dell’impero bizantino da lui conquistato. E già nel 1454 veniva relazionato al re Alfonso I di Napoli, che il sultano “fondandosi su antiche predizioni e interpretazioni, aveva intenzione di erigersi a signore d’Italia e della città di Roma, ritenendo che, come si era impossessato della figlia, cioè di Bisanzio, così avrebbe potuto conquistare anche la madre, cioè Roma. A tal fine, Maometto II si era già assicurato della facile realizzazione del passaggio da Durazzo a Brindisi, dove peraltro, l’impressione dell’ineluttabilità di uno sbarco turco era fortissima, anche in relazione ai frequenti arrivi di profughi dalle terre conquistate dai maomettani…» ‐V. Zacchino.

Il momento era del resto propizio a Maometto II. Non era da temere un serio contrasto al passaggio di una flotta invasora, giacché le armate aragonesi e pontificie erano impegnate dal 1478 contro Firenze e la pace, che nel 1479 aveva chiuso la lunga guerra turco‐veneta, manteneva Venezia ufficialmente neutrale e serviva da copertura alla sua intrinseca ostilità verso il re di Napoli, al quale voleva togliere le città pugliesi.

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Gedik Ahmet Pascià

Anche se fu abbastanza accreditata l’idea che l’ammiraglio ottomano Gedik Ahmet Pascià avesse puntato su Brindisi prima di dirottare su Otranto per ragioni circostanziali, in effetti, la scelta di Otranto probabilmente non dovette essere solo un ripiego occasionale: Otranto, infatti, era palesemente indifesa, mentre Brindisi aveva ricevuto rinforzi aragonesi e, in più, era infestata da una temibile peste. All’alba del 28 luglio del 1480, alcune decine di migliaia uomini a bordo di un’imponente flotta composta da un paio di centinaia di navi, giunsero da Valona sulle coste salentine e sbarcarono poco a nord di Otranto, presso i laghi Alimini, nella baia poi detta dei turchi, e da lì si diressero verso la città.

Fatta razzia del borgo fuori le mura, Gedik Ahmet Pascià propose ai cittadini una resa umiliante e di fatto inaccettabile, obbligando gli abitanti di Otranto a difendersi dall’inevitabile assedio. Il contingente aragonese di stanza a Brindisi fu tra i primi ad accorrere in soccorso, guidato dal Filomarino, ma restò bloccato a Scorrano dall’ordine di Ferrante di attendere l’arrivo del figlio Alfonso, permanendo inoperoso finché, caduta Otranto, se ne tornò a presidiare la piazza di Brindisi. Ben due settimane durò la tenace resistenza finché, l’11 agosto, l’armata turca riuscì ad aprire un varco tra le mura della città, e da lì si riversò nel centro, avanzando con razzie e crudeltà indicibili: le vie furono inondate da sangue e coperte da corpi martoriati.

Dal varco delle mura, i turchi giunsero fino alla cattedrale dove un gruppo di fedeli vi si era barricato. I turchi recisero il capo all’arcivescovo Stefano Pendinelli e la strage continuò sino a che l’ultimo degli otrantini rifugiato fu ucciso. Ahmet Pascià radunò i suoi uomini e gli abitanti superstiti e ordinò che tutti gli abitanti di Otranto, di sesso maschile e di età superiore a quindici anni, abbracciassero la religione islamica. Gli ottocento uomini presenti si rifiutarono e furono tutti decapitati. I turchi, occupata Otranto, la utilizzarono come base per scorrazzare indisturbati in tutto il Salento, seminando terrore e morte fino al Gargano, mentre la reazione aragonese indugiò a manifestarsi, anche perché Venezia persisteva nella sua neutralità e gli altri stati italiani erano interessati più alle guerre in terraferma che sul mare, mentre i turchi ricavarono il tempo per fortificare Otranto.

« … Pascià spedì a Brindisi un proprio messo con una lettera per l’arcivescovo Francesco de Arenis, nella quale ingiungeva la pronta consegna della terra che considerava retaggio dell’antico impero bizantino, minacciando, altrimenti, che “si non me date la terra, io con tutto lo mio sforzo vengerò da vui, et farò più crudelitate che non è facto ad Otranto”. Fortunatamente le minacce rimasero sempre tali per quanto, più d’una volta, in seguito, corsero dicerie e si paventò anche negli ambienti della corte l’eventualità di un attacco turco a Brindisi…» ‐ V. Zacchino.

Saldo sulle sue posizioni, nell’ottobre del 1480, Gedik Ahmet Pascià ripassò il canale di Otranto con gran parte delle sue truppe dopo aver ripetutamente devastato con continue scorrerie i territori di Lecce, Taranto e Brindisi, lasciando a Otranto solo una guarnigione di 800 fanti e 500 cavalieri. Mentre gli aiuti promessi dalla cristianità italiana ed europea tardavano ad arrivare, tra le incomprensioni, gli interessi e le evidenti disparità tra le possibili forze da mettere in campo, l’inverno del 1481 trascorse senza un’effettiva reazione, mentre gli ottomani ricevevano gli aiuti via mare, senza grandi contrasti.

Il 25 febbraio del 1481, salpò da Brindisi un’armata cristiana per contrastare il ritorno di Pascià da Valona, conseguendo nelle acque di Saseno una prestigiosa vittoria che risollevò il morale della depressa cristianità e assicurò il controllo dell’Adriatico. Con l’arrivo della buona stagione, il re aragonese di Napoli Ferrante poté intraprendere con suo figlio Alfonso le operazioni di assedio a Otranto, grazie agli aiuti ottenuti dagli stati italiani che finalmente si resero conto del pericolo per la loro sopravvivenza rappresentato dall’occupazione turca. La città fu stretta d’assedio, sia per terra sia per mare, e a risolvere finalmente la situazione fu la morte del cinquantaduenne sultano Maometto II, sopraggiunta improvvisamente nella notte tra il 3 e il 4 maggio 1481.

Mentre la successione del sultano ottomano aveva suscitato le ostilità tra i suoi figli, Bayezid e Cem, aprendo una nuova grave crisi per l’impero turco, gli ottomani a Otranto, privi di rinforzi e pressati dalle milizie cristiane, furono costretti a cedere, e così Ahmet Pascià accettò la resa incondizionata il 10 settembre 1481, riconsegnando la città al duca di Calabria, Alfonso, e tornandosene tranquillamente a Valona.

Il tentativo dei veneziani di occupare Brindisi sventato da Pompeo Azzolino
Sventato il pericolo turco, il re Ferrante progettò di punire Venezia per essere stata, a suo avviso, partigiana degli ottomani quanto meno per omissione, e pretese dal papa Sisto IV un sostegno attivo alla realizzazione di quel suo obiettivo. Poi, di fronte alla risposta negativa del papa, attaccò lo stato pontificio e i veneziani approfittarono quella favorevole congiuntura militare, per assillare i sempre ambiti porti pugliesi del regno napoletano.

Fu così che sul finire del 1483, i veneziani tentarono la conquista di Brindisi allestendo una flotta forte di 56 vele salpata da Corfù al comando di Giacomo Marcello, il quale pensò non attaccare la città dal mare e sbarcò poco a nord, sulla spiaggia di Guaceto, da dove iniziò la marcia su Brindisi.
Le truppe invasore occuparono e saccheggiarono Carovigno e San Vito degli Schiavoni – oggi dei Normanni – e quindi si diressero, tronfi e baldanzosi, alla volta di Brindisi con il proposito di occuparla. In città però, Pompeo Azzolino, un nobile brindisino che già si era distinto nelle azioni militari per la liberazione di Otranto, appena informato degli eventi, organizzò in armi un nutrito gruppo di giovani cittadini e uscì all’incontro di Marcello, affrontandolo e sconfiggendone le truppe sulla strada per Brindisi. Lo fece retrocedere, costringendo i veneziani a intraprendere una precipitosa fuga ‐ in cui lo stesso Marcello rischiò di essere ucciso ‐ incalzati fino al porto di Guaceto nelle cui acque era alla fonda l’armata veneta che, dopo aver cannoneggiato gli inseguitori brindisini e aver accolto i malconci fuggitivi, sciolse le ancore e prese il largo.

Rientrato in città, Azzolino fu ricevuto con grandi onori dai suoi concittadini, che lo salutarono come salvatore della patria e, per volontà del re aragonese, fu ricordato per quel suo atto eroico con una epigrafe apposta sul muro della sua casa, nel quartiere marinaro delle Sciabiche. Questa la sua trascrizione tradotta dall’originale in latino:

CESARE MISE IN FUGA POMPEO E DA QUESTO STESSO LUOGO IL NOSTRO POMPEO, FORTE QUANT’ALTRI MAI, AFFRONTÒ INNUMEREVOLI NEMICI. SALGA DUNQUE ALLE STELLE LA FELICE CASA DEGLI AZZOLINO CHE GENERA TALI PETTI DA OPPORRE ALLE ARMI DEGLI UOMINI

Quindi, al generale Giacomo Marcello, la Serenissima ordinò di dirigersi su Gallipoli, con la per nulla velata intenzione di colpire Genova, che nella città ionica aveva costituito una fiorente ed assai prospera colonia commerciale rivale. « … Marcello, al comando della sua flotta, sbarcò sulla costa di Gallipoli nel maggio del 1484 ed attaccò la città poco guarnita. I combattimenti però, si protrassero violentissimi dal 16 al 19 maggio e la città di Gallipoli oppose una caparbia e strenua resistenza che lasciò sul campo durissime perdite veneziane, più di cinquecento uomini tra cui lo stesso generale Giacomo Marcello la cui morte fu mantenuta segreta tra le truppe per evitare che cadessero in panico e che finalmente, comandate dal secondo generale, Domenico Malipiero, al terzo giorno riuscirono a impadronirsi della città, abbandonandosi a un saccheggio incontrollato ed estremamente crudele, che solamente risparmiò la violenza sulle donne. Poi, finalmente, giunto settembre, i veneziani abbandonarono la città …» ‐ L. De Tommasi

Fine parte seconda – continua

Gianfranco Perri

 

BIBLIOGRAFIA
Ascoli F. La storia di Brindisi scritta da un marino‐1886
Carito G. Brindisi Nuova guida‐1994
Carito G. Le fortezze sull’isola di Sant’Andrea fra il 1480 e il 1604‐2011
De Tommasi L. Brindisi e Gallipoli sotto gli Aragonesi‐1975
D’Ippolito L. L’isola di San Andrea di Brindisi e le sue fortificazioni‐2012
Galasso G. Los territorios italianos – pag. 129‐142 in:
Belenguer Cebrià E. & Garín Llombart F.P. La Corona de Aragón: Siglos XII al XVIII‐2006
Della Monica A. Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi‐1674
Guerrieri G. Le relazioni tra Venezia e Terra d’Otranto fino al 1530‐1904
Moricino G. Antiquità e vicissitudini della città di Brindisi dalla di lei origine sino al 1604
Perri G. Brindisi nel contesto della storia‐2016
Speranza V. Storia della Puglia nel periodo di Alfonso il magnanimo‐2014
Squitieri A. Un barone napoletano del 400 G.A. Orsini principe di Taranto‐1939
Vacca N. Brindisi ignorata‐1954
Zacchino V. Brindisi durante l’invasione turca di Otranto‐1978

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