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La minaccia delle mine navali, da Suez alla guerra del Golfo

Reading Time: 12 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: SICUREZZA MARITTIMA
parole chiave: mine


Quadro politico medio orientale negli anni ’80
In quegli anni avvenne un evento che segnò per sempre gli equilibri medio orientali: il rovesciamento in Iran del regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi seguito dalla presa del potere da parte dei rivoluzionari di fede sciita. Con la caduta dello Scià, e l’ascesa al potere di Khomeini, rientrato in Iran dopo la caduta del monarca, si scatenò il caos; nel maggio del 1979, il nuovo governo, stabilì nuovi piani di sviluppo per l’energia nucleare del Paese, e annunciò la cancellazione dell’intero programma per la costruzione del reattore nucleare franco-tedesco. Le esportazioni di petrolio dell’Iran, circa tre milioni di barili giornalieri, furono repentinamente bloccate in quanto furono ritenuti vantaggiosi gli accordi precedenti. 

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Anche la produzione petrolifera saudita, nel gennaio 1979, fu ridotta a due milioni di barili al giorno e la British Petroleum proclamò lo stato di necessità cancellando i contratti di fornitura del petrolio. Questa situazione provocò la salita dei prezzi nel mercato di Rotterdam, fortemente influenzati dalle maggiori compagnie commercianti in petrolio.

La conseguenza economica per i Paesi occidentali fu devastante, rivelando forse per la prima volta l’indebolimento dei Governi nazionali a vantaggio dei poteri transnazionali. Le scorte petrolifere delle multinazionali petrolifere (le famose Sette Sorelle) provocarono un’enorme crisi del prezzo del petrolio con un aumento del costo del greggio da 14 dollari al barile del 1978 a 40 dollari al barile (per alcune qualità di greggio). Ricorderete le lunghe code ai distributori di benzina in tutti gli Stati Uniti e le politiche di austerity in tutta Europa. Questo portò la politica estera statunitense a contrastare ogni sforzo europeo, in particolare della Germania e della Francia per sviluppare accordi commerciali e diplomatici con il vicino sovietico. Anni che portarono da un lato ferite che ancora stiamo pagando con il mondo mediorientale e dall’altro la caduta del muro di Berlino ed un nuovo equilibrio con il mondo dell’Est europeo.

Gli errori del passato che si pagano ancora
Torniamo al 1979. Politiche economiche maldestre e scoordinate di alcuni paesi occidentali portarono a peggiorare la situazione in Iran e, a seguito del rifiuto degli Stati Uniti di consegnare lo Scià al nuovo regime, iniziarono manifestazioni di protesta anti-americane da parte degli studenti universitari iraniani. Il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti penetrarono nell’ambasciata americana di Teheran e presero in ostaggio 52 diplomatici e funzionari. Il 24 aprile 1980 il presidente statunitense Carter ordinò una maldestra operazione di salvataggio (Eagle claw) che si concluse disastrosamente con la morte di otto militari statunitensi.

Operazione Eagle Claw: il fallito tentativo di porre fine alla crisi degli ostaggi in Iran per salvare 52 membri dell’ambasciata tenuti prigionieri presso l’ambasciata degli Stati Uniti, a Teheran, il 24 aprile 1980

Gli ostaggi furono liberati nel gennaio 1981 in cambio della fornitura di armi al regime iraniano da parte della nuova amministrazione Reagan a sostegno della guerra contro l’Iraq. Questa guerra tenne impegnati i due Paesi dal settembre 1980 fino all’agosto 1988 con migliaia di morti.

L’effetto palla di neve arrivò nel Mediterraneo
La situazione di grave instabilità che si generò si sparse a macchia d’olio in molti Paesi orientali fino al litorale nord-africano con la diffusione dell’integralismo islamico di cui ancor oggi subiamo gli effetti. La confusione politica mediorientale catalizzò la situazione libanese, già critica dal 1975, provocando nel 1982 l’intervento diretto delle forze israeliane, protagoniste dell’operazione “Pace in Galilea“. Fu l’intervento di una Forza Multinazionale di Pace (MFO) ad impedire un ulteriore sviluppo della crisi.

mtm san marco.
La partecipazione italiana fu subito impegnativa. La Marina militare italiana fu impegnata, dal settembre 1982 al marzo 1984, sia nelle operazioni di controllo e pattugliamento davanti alle coste libanesi, sia nella scorta al naviglio mercantile e militare impiegato per il trasporto dei primi reparti di proiezione dell’Esercito e del Battaglione “San Marco” a Beirut. Compito che la Marina miltare italiana assolse nonostante le indubbie difficoltà tecniche di trasferire reparti così numerosi da una parte all’altra del Mar Mediterraneo. La Marina italiana non era preparata ed i mezzi non erano sufficienti e obsoleti. Solo in seguito, con l’approvazione della legge navale e la costruzione di nuove unità per il trasporto truppe, la Marina militare italiana acquisì i mezzi necessari per la proiezione di contingenti oltre le acque territoriali. A questa situazione di conflittualità, più o meno latente, a volte mascherata da crisi locali, si associarono fattori destabilizzanti sostanzialmente legati alla volontà dell’URSS di consolidare le proprie posizioni nel Mediterraneo attraverso il potenziamento delle forze armate di Siria e Libia. Queste Nazioni, sebbene di religione musulmana, erano legate a Mosca da vari trattati di amicizia e cooperazione e fornivano un concreto supporto e rifornimento alle navi sovietiche nel Mediterraneo.

In una situazione politica di instabilità le mine navali possono diventare armi strategiche  altamente costo efficaci
Ora vi chiederete il perché di questa lunga introduzione alle politiche internazionali mediorientali negli anni ottanta in un articolo dedicato all’uso moderno delle mine navali. Il motivo è la necessità di far comprendere come politiche transnazionali, spesso non chiaramente condivise tra i Governi occidentali, causarono crisi che sfociarono nell’uso di queste armi infide. Va compreso che la pericolosità delle mine non è nel loro carico distruttivo ma nel loro potenziale politico e psicologico che induce politicamente paura e incertezza. La paura genera reazioni imprevedibili che sfociano in instabilità locali, spesso mal gestite. Per fare un esempio, solo l’idea che vi possano essere ordigni in un porto può provocarne l’immediata chiusura con danni di milioni di euro al giorno. Non esiste un’arma strategica di minor costo. 

Torniamo a quegli anni, a quella calda estate del 1984 quando tutto cominciò.
Nel luglio del 1984,  nella zona dei laghi Amari, a sud del canale di Suez, alcune improvvise esplosioni subacquee provocarono l’interruzione della navigazione commerciale, come risultato di un’operazione terroristica su vasta scala che riportò alla ribalta la minaccia delle mine navali.

Nacque così l’esigenza di bonificare quelle aree di grande importanza economica in tempi ristretti per ridurre il rischio di transito per le navi mercantili.

mine 1984 locatiomAnche la Marina militare italiana partecipò alle operazioni di bonifica nel Mar Rosso con l’invio del XIV gruppo navale. Il primo evento, mai chiarito nella sua vera entità, avvene il 9 luglio ad un cargo russo, il Knud Jesperson. Gli eventi in Mar Rosso si ripeterono e, dal 27 luglio, ben sei navi mercantili furono danneggiate a causa dell’esplosione di ordigni di natura non nota. Tra di esse la liberiana “Midi sea” e, poche ore più tardi, al cargo giapponese “Meiyo Maru“. Il giorno successivo furono danneggiate una nave mercantile panamense, la “Bogorange XII” e la Linera, una nave cipriota.

mine 1984Il 31 luglio fu la volta della petroliera Peruvian refeer, battente bandiera delle Bahamas ma di proprietà di una società danese, una nave, di  6.010 tonnellate, fu colpita a 90 chilometri dallo stretto di Bab el Mandeb,  ed il cargo cinese “Hui Yang“. Il due agosto altre quattro navi “attivarono” i misteriosi ordigni esplosivi, la “Kriti Koral” greca, la “Georg Schumann” tedesco-orientale, il Dui Hong Dan (Nord Corea) ed il cargo turco “Morgul“. 

I Lloyds di Londra, allarmati dal susseguirsi degli incidenti, comunicarono che nessun marinaio era rimasto ferito ma che il transito nel canale era considerato pericoloso. Non essendoci prove concrete sulle cause degli incidenti, gli assicuratori londinesi avanzarono l’ipotesi della presenza di mine navali nello stretto di Suez.

miss grup 14 2L’ipotesi fu considerata probabile anche  a seguito di una telefonata ad una agenzia di stampa internazionale, da parte di un fantomatico portavoce della “Jihad islamica” che rivendicò  la posa di numerose mine nel canale di Suez e più  a sud, nello stretto di Bab el Mandeb, per “ostacolare l’espansionismo dell’imperialismo occidentale”.
Gli incidenti allarmarono non solo gli Stati del Mar Rosso, interessati ai traffici nel canale di Suez, ma anche tutte le compagnie armatoriali mondiali. Il portavoce del Dipartimento alla Difesa statunitense, Michael Burch, comunicò che militari esperti in “bonifica” delle mine marine, erano stati inviati  in Egitto in supporto dei militari egiziani. Il governo egiziano fece quindi richiesta di un intervento internazionale di bonifica delle acque considerate crocevia di traffico di importanza mondiale.

Parallelamente  fece richiesta anche al governo italiano per l’invio di unità navali di contromisure mine della Marina Militare. Il 13 agosto lo Stato Maggiore della Marina militare italiana inviò in Egitto una propria delegazione per acquisire gli elementi necessari alla pianificazione dell’eventuale intervento ed il 14 agosto le autorità egiziane illustrarono i criteri di suddivisione delle zone di operazione con l’impiego a nord di forze britanniche, e verso sud italiane, americane e francesi.

grup 14 mis 3Nel corso di una seconda riunione, il 16 agosto, vennero ridefinite le zone di assegnazione con la conferma delle zone assegnate ad americani e francesi, una leggera modifica dell’area assegnata ai britannici, mentre vennero assegnate alle forze italiane le zone del Grande Lago Amaro e della Baia di Suez come prima priorità, e in seconda priorità, una zona compresa tra quella britannica e quella americana, mentre agli egiziani vennero riservate le acque del Mediterraneo antistanti Porto Said.

L’operazione, denominata Red Sea Demining,  fu condotta tra la fine di agosto e la fine di ottobre 1984. L’operazione, in ambito italiano Missione Mar Rosso, ebbe inizio il 21 agosto quando venne costituito il 14º Gruppo Navale al comando del capitano di vascello Fernando Cinelli. Il gruppo comprendeva la nave appoggio Pietro Cavezzale (CF Angelucci), con compiti di unità comando e supporto, e i cacciamine Frassino (TV Salvatore Cossellu), Loto (TV Claudio Herbstritt) e Castagno (TV Giovanni Dessena), ex dragamine classe Legni trasformati in cacciamine.

cavezzale

nave Pietro Cavezzale – La Marina Militare inviò per le operazioni di bonifica il 14  gruppo navale formato da tre cacciamine e dalla nave appoggio Cavezzale

Per quanto riguarda le caratteristiche dei tre cacciamine, erano unita’ minori in legno con un dislocamento di circa 400 tonnellate ed una lunghezza di 40 metri. L’equipaggio fu rinforzato con personale subacqueo aggiuntivo. Le unità classe Legni  erano state costruite, su progetto americano, intorno al 1955 ed avevano inizialmente prestato servizio come Dragamine costieri fino agli anni ’70 quando ne fu decisa la trasformazione in cacciamine. Esse furono dotate di un propulsore ausiliario Voith costituito da un’elica intubata, sistemata nella zona poppiera, in grado di assicurare la necessaria silenziosità e manovrabilità dell’unità all’interno dei campi minati ed un sistema per la caccia alle mine dotato di un sonar VDS AN/SQQ 14, americano ma di costruzione italiana, impiegato tramite due consolle (di ricerca e di classifica) poste nella centrale operativa.

frassino

nave Frassino

Il sistema, destinato ad assolvere le funzioni di ricerca, classifica, identificazione e neutralizzazione delle mine, utilizzava un tavolo tattico di tracciamento analogico (in pratica un tavolo orizzontale con un pennello che tracciava sulle carte la posizione istantanea) collegato ad un sistema di posizionamento Mini Ranger Motorola che consentiva la navigazione di precisione. Per l’occasione fu imbarcato su ogni cacciamine un nucleo di sei operatori subacquei con un battello pneumatico attrezzato per il trasporto dei loro materiali.

I sommozzatori per la neutralizzazione degli ordigni utilizzavano cariche esplosive di contro minamento che venivano rilasciate, su guida sonar, sulla verticale della mina. Il cacciamine era in possesso di una camera di decompressione Galeazzi posta su una tuga poppiera. Per l’operazione fu impiegato anche un ROV (remote operated vehicle) della Gay Marine, il Filippo (in pratica una telecamera filo-guidata inserita all’interno di una palla presso-resistente dotata di eliche di manovra) da impiegarsi per l’identificazione ottica degli oggetti sul fondo in alternativa ai sommozzatori.

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La nave appoggio Cavezzale fu assegnata con compiti di unità comando e supporto essendo stata in precedenza impiegata con compiti analoghi nel corso di esercitazioni della NATO, in occasione di impiego delle unità CMM in Turchia, Grecia e nel Mediterraneo occidentale. Sulla Nave Cavezzale, comandata dal CF Angelucci, trovarono posto il Comando e lo staff del XIV Gruppo navale, un nucleo di tecnici specialisti degli apparati di CMM, scorte di materiale e apparati di rispetto, personale subacqueo aggiuntivo e personale sanitario; in pratica tutto quello che si reputava necessario per dare completa autonomia tecnica e logistica alle unità.

Il Comandante Cinelli scrisse un breve resoconto sulla missione che riassumo per memoria della missione.
gr 14 miss 14 3Le unità del XIV Gruppo Navale lasciarono la base delle forze di contromisure mine di La Spezia il mattino del 22 agosto e, dopo aver transitato il canale di Suez il 29 agosto giunsero nella stessa sera nella base navale di Adabiya. I cacciamine iniziarono le operazioni il mattino del 31 agosto nella Baia di Suez, la zona considerata di maggiore priorità; tali operazioni durarono fino al 17 settembre. Il 18 settembre le unità si trasferirono al Grande Lago Amaro dove le operazioni iniziarono il 19 settembre ma vennero interrotte la sera del 20 settembre a seguito della richiesta egiziana di intervenire urgentemente nell’area di seconda priorità nel Golfo di Suez, dopo che era stata registrata una nuova esplosione nella parte centrale del Golfo che era stata  inizialmente assegnata agli inglesi. Il 21 settembre il Gruppo Navale si trasferì nella nuova area operando dal 23 settembre al 3 ottobre impiegando giornalmente tutte le unità dall’alba al tramonto.

mar rosso

i tre cacciamine in formazione nel mar Rosso

Ultimate le operazioni le unità lasciarono la zona facendo rientro ad Adabiya da dove, il 5 ottobre, si trasferirono al Grande Lago Amaro per completare le operazioni interrotte precedentemente. Dopo un trasferimento ad Ismailia per uno scalo tecnico il 10 ottobre, le unità iniziarono il viaggio di ritorno verso l’Italia, giungendo a La Spezia sede delle forze di contromisure mine,  il mattino del 19 ottobre 1984.

Analisi
La missione impegnò le unità di contromisure mine per 59 giorni, di cui 42 trascorsi nelle zone di operazioni, esplorando in totale un’area di 124 miglia quadrate, effettuando in totale 2.485 ore di moto e percorrendo 15.644 miglia. Furono localizzati 483 contatti, di cui 236 investigati e classificati come «non mine».  Considerando l’epoca ed i mezzi disponibili, i risultati furono degni di nota grazie allo spessore dei Comandanti e degli equipaggi. Le condizioni operative in cui gli uomini ed i mezzi lavorarono furono decisamente diverse da quelle abituali effettuate in Mediterraneo e le lezioni acquisite furono numerose.

Tra le tante, forse le più importanti, che in seguito condizionarono lo sviluppo della componente di guerra di mine, voglio ricordare:

– la distanza delle zone assegnate per la bonifica dalla base logistica locale (necessaria per assicurare il supporto tecnico ed operativo) suggerì la necessità di utilizzare in queste circostanze un’unità di appoggio posta nelle prossimità con caratteristiche idonee al supporto dei mezzi (forward support unit);

– le condizioni climatiche ed ambientali estreme (caratterizzate da alte temperature e forti venti con tempeste di sabbia) del Mar Rosso richiedevano modifiche agli impianti di condizionamento e motori; questi accorgimenti tecnici vennero poi implementati nelle classi Lerici costruite successivamente;

i ritmi di lavoro standard, previsti dalla normativa, si rilevarono non adatti in una situazione reale di combattimento a causa dell’alto carico emotivo sugli equipaggi.

Ma cosa  avvenne realmente in Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb?
Sebbene le fonti non siano mai state confermate dai Libici, si  presume che il Governo di Tripoli, per aumentare le sue pressioni sul governo egiziano, utilizzò una nave mercantile, il RoRo Ghat per posare delle mine nel Mar Rosso. Sulla nave aveva imbarcato del personale militare addestrato per la posa di un ancor oggi  imprecisato numero di mine da fondo di costruzione sovietica. Non c’è da meravigliarsi in quanto in quel periodo le navi sovietiche si rifornivano in solo due basi del Mediterraneo, ovvero in Siria ed in Libia, Paesi con i quali Mosca manteneva un rapporto privilegiato.

RoRo Ghat e le mine del Mar Rosso, 1984

RoRo Ghat e le mine del Mar Rosso, 1984

Le armi utilizzate, come fu possibile accertare dopo il ritrovamento ed il recupero di una di esse da parte degli Inglesi, erano relativamente moderne. Sebbene dotate di congegni sofisticati, erano armate solo con una parte della carica di esplosivo previsto (100 kg anziché 600 kg).

Perché questa missione fu importante?
L’evento nella sua drammaticità iniziale fu molto importante politicamente. Per la prima volta, al di fuori di un conflitto aperto, si  verificò  una pronta, efficace e coordinata risposta delle nazioni occidentali per far fronte ad una crisi del traffico mercantile in un’area di alta importanza economica. Se vogliamo fu effettuato il primo intervento di reazione rapida a sostegno delle economie occidentali contro una minaccia asimmetrica. Sebbene Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti, operarono indipendentemente, ognuno con propri accordi bilaterali con l’Egitto, non ci fu sovrapposizione di intenti. L’Egitto, anziché subire un danno economico, conseguì un notevole successo politico, rafforzando la propria immagine di leader del mondo arabo moderato con capacità  di  coordinare attività di forze di diverse nazioni in un area complessa come il canale. Azioni irresponsabili come quelle del minamento del Mar Rosso, de facto, confermarono l’efficacia strategica delle mine navali.

Una constatazione amara
Questo tipo di minaccia è tuttora affrontata con poca lungimiranza e solo in caso di emergenza. Da Wonsan ai giorni nostri le lesson learned non sono mai state completamente digerite. 

Di fatto, la Marina delle “corazzate” è finita da tempo. Le unità moderne sono impiegate sempre più in compiti di polizia marittima dell’alto mare e di salvaguardia degli interessi nazionali. Le unità sono dotate di capacità C4ISR per il coordinamento delle risorse che sono ormai quadridimensionali. Uno scontro diretto tra unità navali e subacquee è poco probabile ma la minaccia asimmetrica causata da attacchi terroristici o armi standoff è stata comprovata da incidenti a margine degli ultimi conflitti. Per la protezione della flotta e del traffico mercantile sono ancora necessari strumenti altamente specialistici per contrastare rapidamente la minaccia asimmetrica delle mine navali.

Il personale impiegato nei Reparti delle contromisure mine è composto da specialisti di alto spessore che non possono essere completamente sostituiti da sistemi tecnologicamente evoluti. Non voglio essere frainteso … la ricerca e lo sviluppo di nuovi mezzi è fondamentale in questa forma di lotta  asimmetrica, limitata solo dalla fantasia umana ma, voglio sottolineare, la preparazione e l’addestramento degli equipaggi, degli operatori subacquei e degli stati maggiori specialistici deve essere mantenuto per non incorrere ad improvvisazioni che nell’emergenza  si  potrebbero pagare in termini di vite umane.

Nel prossimo articolo parleremo delle crisi di Hormuz e delle operazioni di sminamento a seguito della guerra del golfo.

 

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2 commenti

  1. grossi giulio cesare grossi giulio cesare
    01/03/2016    

    Molti sono i retroscena che non credo emergeranno ! Eccellenti gli Uomini dello “Staff di Comando e dei tecnici al seguito” ; meno eccellenti i mezzi con cui hanno dovuto operare !

    • admin admin
      01/03/2016    

      Certamente, come ho scritto, eravamo nel 1984, all’alba della cacciamine. La partecipazione a quelle operazioni forni’ un bagaglio di lessons learned che e’ stato acquisito ed ha permesso gli sviluppi odierni. Basti pensare alle unita’ classe Lerici.

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