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Studiare il DNA ambientale nel Mediterraneo di Gabriele Vallarino

livello medio

 

ARGOMENTO: BIOLOGIA
PERIODO: ODIERNO
AREA: ITALIA
parole chiave: eDNA

 

Una collaborazione tra Università Bicocca, Acquario di Genova e ISPRA, è il primo progetto italiano che sfrutta le tracce di DNA rilasciate dagli organismi nell’ambiente marino per stimare l’abbondanza delle specie del Mediterraneo.

Elena Valsecchi, biologa dell’Università Bicocca

Da sempre l’essere umano osserva le tracce per scoprire quanti e quali organismi popolano un ambiente. Per indagare il passato guarda ai fossili, per il presente osserva orme, ciuffi di peli, tane, graffi sugli alberi; tuttavia negli ultimi anni la biologia molecolare ha permesso di andare oltre le forme, oltre l’osservazione macroscopica, per seguire piste microscopiche, “leggendo” le molecole biologiche rilasciate nell’ambiente: studiando quello che viene definito il DNA ambientale (eDNA). Il battesimo per l’Italia per lo studio del DNA ambientale marino arriva con un progetto pilota dell’Università degli Studi Bicocca di Milano: “Con eDNA si intende l’insieme delle tracce di molecole di DNA rilasciate dagli organismi viventi in un determinato campione ambientale, la cui provenienza può essere, per esempio, il suolo, l’aria, i fiumi o il mare” –  ha spiegato ad Oggi Scienza la dottoressa Elena Valsecchi, biologa dell’Università Bicocca, ideatrice e coordinatrice del progetto – “si parla di tracce perché le molecole di DNA ambientale che derivano per lo più da cellule morte – attraverso secrezioni, escrementi, frammenti di pelle, gameti – vengono degradate molto velocemente dagli agenti chimici, biotici ed atmosferici”.


Tuttavia, anche se in mano agli scienziati non arriva un DNA completo ma solo una traccia, non è affatto un problema: “Le parti del DNA informative che servono per identificare l’organismo da cui esso proviene sono molto brevi, 100-200  paia di basi, quindi si hanno buone probabilità di trovare frammenti che includano la sequenza diagnostica intatta,  dato che la degradazione è un processo casuale e riguarda una molecola enorme, pensiamo solo al genoma umano che non è il più grosso dei genomi ed è costituito da circa 3 miliardi di basi”. 

Inoltre, il fatto che l’eDNA si degradi in fretta ha il suo lato positivo. “Ci assicura che siano eliminate le tracce vecchie, quelle lasciate da organismi che non si trovano più da tempo in quell’ambiente”.

Trattandosi di un approccio innovativo, l’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha scelto i  laboratori dell’Acquario di Genova per sviluppare modelli da utilizzare in natura per mettere a punto e standardizzare la migliore strategia di campionamento. Di fatto la struttura genovese, con le sue grandi vasche espositive, rappresenta un laboratorio gigante per simulare, anche se a scala ridotta, il mare.

Il campionamento che effettueremo consiste nella raccolta di un cospicuo quantitativo di acqua – circa 15 litri – da vasche di varia tipologia, sia per dimensioni che per composizione della fauna ospitata al loro interno”.

La scelta dell’Acquario di Genova è motivata dalla ricchezza di fauna, in particolare perché la struttura offre sia vasche mono specifiche come quella dei delfini, delle foche, ma anche multi specifiche come quella degli squali, dei pinguini e dei lamantini. Inoltre, i grandi vertebrati marini costituiscono il target principale del campionamento che verrà effettuato in mare aperto: trovandosi ai vertici della catena alimentare, sono ottimi bioindicatori dello stato di salute del mare. 

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia

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