Accordo italo-francese per la delimitazione dei mari territoriali e delle zone di giurisdizione nazionale. Quanta confusione … cerchiamo di fare chiarezza

Andrea Mucedola

26 Marzo 2018
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: mare territoriale


Ricordate le notizie apparse sui giornali al termine dell’accordo italo-francese per la delimitazione dei mari territoriali e delle reciproche zone di giurisdizione nazionale? Un accordo importante che, dopo sei anni di contrattazioni, aveva lo scopo di definire un’unica linea di “frontiera marittima” tra le rispettive acque territoriali, la Zona economica esclusiva (ZEE) francese da un lato, e la Zona di protezione ecologica (ZPE) italiana dall’altro, nonché il sottostante fondale della piattaforma continentale. L’accordo fu siglato a Caen il 21 marzo 2015 e firmato dal governo Gentiloni suscitando da subito dubbi e polemiche.  A seguito di vari “incidenti” reali, le fake news (per cortesia vogliamo ritornare a chiamarle semplicemente notizie false) sui media scatenarono reazioni contrastate nell’opinione pubblica, ovviamente non al corrente delle sottigliezze giuridiche e amministrative di questi processi. In un bailamme di forti dichiarazioni diventò quindi difficile capire se l’accordo era stato una svista politica dei passati Governi (ribadisco che le trattative erano durate 6 anni), incomprensione reciproca, un gioco politico (per fini ancora non chiari) e, soprattutto, se alla fine quel pasticciaccio era reversibile. Purtroppo la confusione sta ancora perdurando con dichiarazioni che ipotizzano scenari di possibili cessioni di sovranità su aree geografiche di interesse nazionale, per fortuna basate su ipotesi ancora non ratificate da parte del Governo italiano.

Comunque state tranquilli, per ora, l’Italia non ha ratificato ancora nulla per cui i giochi con la Francia devono essere ancora fatti. Questo significa che, nelle more di una nuova contrattazione con i Francesi, bisognerà essere attori ancor più preparati ed incisivi per difendere un patrimonio economico e strategico di interesse nazionale. 

De facto, il casus belli avvenne nel gennaio 2016 quando un peschereccio sanremese, il Mina, venne sequestrato dalla Guardia Costiera francese sostenendo che fosse impegnato nella pesca del gambero in acque francesi ovvero di aver violato il nuovo limite delle acque territoriali in zona Mentone. La prima reazione fu il blocco del processo di ratifica da parte italiana, atteso con ansia dai cugini d’oltralpe che lo avevano già ultimato. Per i tecnici del suono, immediatamente lanciatisi alla ricerca dei testi originali sull’accordo ci furono immediatamente difficoltà. Da un lato (quello francese), si trovava disponibile un testo apertamente diffuso, dall’altro (quello italiano) alcune incertezze, inaccettabili per un documento importante per gli interessi nazionali, mai reso ufficialmente pubblico in maniera integrale in Italia.

In realtà furono diffuse, da parte del governo italiano, varie informazioni tecniche sull’accordo che mettevano in luce l’equità (?) per le due parti secondo la Convenzione del diritto del mare (Unclos) relativamente alle delimitazioni marittime, basate, e correggetemi se sbaglio, sul concetto dell’equidistanza per la fissazione del limite delle acque territoriali, per la delimitazione di ZEE e della piattaforma continentale, una ricchezza non ancora completamente fruibile ma potenzialmente strategica per i paesi rivieraschi.

Come affermato da Fabio Caffio, noto esperto italiano di Diritto internazionale marittimo che abbiano già incontrato più volte sul nostro magazine, questi principi, sebbene citati nel preambolo dell’accordo di Caen, non sono ben esplicitati nell’UNCLOS e vengono in genere vengono dedotti sulla base della giurisprudenza internazionale o nella prassi negoziale tra gli Stati.

A questo  punto, mi domando quali metodiche siano state applicate da Italia e Francia nel pluriennale negoziato del confine concordato nel 2015. Come suggerito da Caffio, procedendo per ipotesi tecniche, il processo negoziale seguito dai due Paesi ebbe probabilmente inizio valutando la linea di equidistanza costruita geometricamente dalle rispettive coste. In considerazione delle particolari circostanze sembrerebbe che furono fatte delle variazioni minime locali per adattarsi alle situazioni specifiche. Di certo, i presupposti non furono facili in quanto già dal 1972 erano stati intrapresi  dei colloqui con la Francia per la delimitazione della piattaforma continentale, poi abbandonati nel 1974 per le difficoltà comuni di raggiungere intese parimenti accettabili.

Questo comportava che, sino alla stipula del nuovo accordo del 2015, i confini marittimi tra i due Paesi non erano (e non essendo terminato il processo di ratifica, non sono ancora oggi)  definiti consensualmente.
Ad esempio, le rispettive acque territoriali si spingevano sino al limite della mediana nel tratto prossimo a Mentone (dove però nel 1892 era stata stabilito de facto un confine valevole per la pesca esteso per 2 miglia verso il largo) e nel Canale di Corsica. Caffio nel suo articolo ci esplicita che “l’unico trattato in vigore era quello del 1986 relativo alle Bocche di Bonifacio, che l’accordo di Caen ha fittiziamente abrogato, salvo recepirlo nuovamente tra i suoi contenuti, anche nella parte riguardante una zona comune di pesca a ponente delle Bocche“. In particolare per la piattaforma continentale ognuno dei due Stati dichiarava di aver titolo sino ai “limiti consentiti dal diritto internazionale”, mentre per la ZEE e ZPE, essi avevano proceduto unilateralmente a proclamare  zone estese al di qua dell’ipotetica equidistanza lasciando uno “spazio” di alto mare da delimitare successivamente.

In pratica, la Francia nel 2002 aveva istituito la ZPE, poi trasformata nel 2012 in ZEE. L’Italia aveva invece creato una ZPE (speculare rispetto a quella francese) con D.P.R., 27/10/2011 n° 209, G.U. 17/12/2011. Ripeto siamo sempre ad un livello unilaterale il cui valore internazionale è praticamente minimale. Di fatto, per quanto riportato in molti giornali, il nuovo accordo non è ancora in vigore. Ed il fatto che la Francia, pur essendo consapevole del fatto, abbia diffuso cartine riportanti i nuovi confini dell’accordo, è molto grave. Vogliamo credere che si tratti di un errore madornale. Una volta tanto, grazie a notizie tecnicamente non sempre esatte, sono state rese note delle situazioni che avrebbero potuto causare conseguenze gravi per il nostro Paese se l’accordo fosse stato ratificato. Per essere corretti politicamente, la Francia, ha in seguito comunque ammesso l’errore, come sottolineato in un comunicato de Ministero degli Esteri italiano del 18 marzo.

In sintesi, Italia e Francia, alla luce dei punti emersi di discordanza emersi, dovranno affrontare nuovamente questo “contenzioso” alle prossime consultazioni bilaterali. Attività comunque  previste dalla normativa dell’Unione europea per migliorare ed armonizzare la gestione delle risorse marine tra Paesi confinanti, nel quadro del diritto esistente e, aggiungerei,  delle direttive previste dalla Marine Strategy.

I punti da chiarire e concordare sono:
– la parità di accesso dei pescatori italiani alle acque attualmente sotto giurisdizione francese, sulla base del Regolamento comunitario 1380/2013;

– accordo sulle aree di ricerca di idrocarburi ad ovest delle Bocche (qui le specifiche sull’area italiana in merito alla cessione alla Francia di zone di sfruttamento).

– tutela ambientale nelle rispettive aree di giurisdizione, ed in particolare nelle Bocche e nell’adiacente Santuario dei Mammiferi (RAMOGE), dove esistono forme di cooperazione che potrebbero ora allargarsi all’impiego di Unità navali antinquinamento delle rispettive Marine (la sorveglianza ambientale è assegnata alla Marina Militare Italiana dall’art. 115 del Codice ordinamento militare).

Problema quindi risolto?
Assolutamente no. Siamo ancora in alto mare. Questo guazzabuglio evidenzia che,  anche nel nostro Paese, stia lentamente  maturando, soprattutto a livello delle singole Regioni interessate, l’importanza ed il valore del mare come patrimonio collettivo. Un valore che è stato da troppo tempo trascurato dalla classe politica italiana. Il mare e le sue risorse sono di fatto elemento fondamentale per la prosperità di ogni Stato, che vanno opportunamente sfruttate con accordi di mutuo interesse. Questo non sempre avviene in campo europeo dove esistono deroghe pericolose che hanno consentito uno sbilanciamento dello sfruttamento delle risorse ittiche e del fondo del mare a sfavore del nostro Paese. Essendo l’Italia una nazione con forti interessi marittimi, dal campo armatoriale, alla pesca fino alle risorse economiche legate al turismo, si attende dal nuovo Governo una decisa azione a livello comunitario e nei rapporti con i Paesi vicini per risolvere i tanti contenziosi ancora aperti per la salvaguardia dei nostri interessi. Basti pensare al contenzioso con Malta, risalente agli anni Sessanta, che riguarda una vastissima area di piattaforma continentale ed una ZEE di grande importanza geopolitica. E quelli con Croazia, Grecia, Libia, Tunisia (il famoso “Mammellone” che si basa su un limite risalente al 1971 sulla piattaforma continentale, teatro di sequestri di pescherecci e contenziosi).

Tornando all’accordo di Caen, ritengo sia necessaria una sua rivisitazione integrata con un protocollo di cooperazione transfrontaliera da effettuarsi prima della comune ratifica a salvaguardia degli interessi nazionali.

Un documento multidisciplinare che, per le sue importantissime ricadute politico-economiche, dovrebbe essere preparato dal Ministero degli Affari Esteri con il contributo sinergico di tutti i Ministeri interessati, ivi compresa la Difesa, in forza dei suoi interessi strategici e del ruolo svolto dalla Marina Militare nell’alto mare. Un suggerimento per il prossimo Presidente del Consiglio.

Andrea Mucedola

 

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