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L’avventura del cinema sott’acqua, la seconda guerra mondiale e la rivoluzione dell’erogatore Cousteau-Gagnan – parte II di Marina Cappabianca

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: FILMOGRAFIA SUBACQUEA
parole chiave: cinematografia, underwater filming
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Negli ultimi anni della II Guerra Mondiale, Jacques Cousteau realizza il secondo film, Épaves (Relitti), utilizzando nelle immersioni i nuovi erogatori. Li cita anche nei titoli di testa “scafandri autonomi ‘Air Liquide’ – sistema Cousteau”. E l’amico Gagnan, viene da chiedersi? Sebbene vada fiero tutta la vita della sua equipe, Cousteau è indubbiamente un ottimo manager di se stesso: in copertina ci sta lui. A lui l’onere di trovare finanziatori, a lui l’onore della prima pagina. Succederà anche con il libro Le monde du silence pubblicato nel 1953 insieme a Frédéric Dumas, dei cui diari riporta testualmente ampi brani. Nelle edizioni successive, il nome di Dumas sparirà dalle copertine, relegato in una pagina interna come “collaborazione di”.  Succederà ancora con l’omonimo film, Premio Oscar come Miglior Documentario e Palma d’Oro a Cannes nel 1956, che resterà nella storia come “un film di Jacques Cousteau”, dimenticando la co-regia di un giovane e promettente Louis Malle. Nei titoli di testa del film Épaves, è scritto anche, con evidente orgoglio, che il film “è stato girato nel Mediterraneo nel corso di immersioni libere fino a 62 metri di profondità”. E con quel “libere” si vuole sottolineare la novità di un sistema svincolato dalla superficie.

Non solo, mostrare per la prima volta il relitto di una nave sott’acqua ha un impatto emotivo paragonabile a quello de “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei fratelli Lumière: qualcosa di impressionante che non si era mai visto. Se gli abissi marini hanno sempre suscitato timori di mostri, non parliamo di un gigante d’acciaio, emblema di potenza, che evoca dolore e tragedie quando giace trasfigurato su un oscuro fondale. E per la prima volta, uomini in grado di respirare sott’acqua si muovono agili e senza peso attraverso un relitto, portando in superficie le immagini della sua nuova vita tra moltitudini di pesci indisturbati … indisturbati finché Dumas non cede alla tentazione, come lo stesso commento di Cousteau sottolinea, di imbracciare il suo fucile subacqueo. Nelle sue prime opere c’è sempre questo crescendo di tensione che culmina nelle scene di caccia. Il film ci introduce alla vita marina tra folti banchi di pesci che nuotano lenti e armoniosi: non è un mare di mostri, è natura ordinata e organizzata; ma poi il ritmo si sconvolge nei combattimenti quasi corpo a corpo tra Dumas e gigantesche cernie. Anche se il soggetto del film sono i relitti, il vero protagonista è l’uomo che conquista i mari.

Un periodo difficile
Non ci si deve scordare le condizioni e i tempi in cui questi film sono stati realizzati. Dal giugno del ‘40 buona parte della Francia del nord era occupata dalle truppe tedesche. Nel novembre del ’42, Hitler decide di invadere anche il sud – rimasto fino allora zona libera sotto un Governo con sede a Vichy – e impossessarsi della flotta. La Marina Militare francese ordina allora, come extrema ratio, l’autoaffondamento nella base navale di Tolone. Un duro colpo per Cousteau e i suoi compagni ufficiali, che da un giorno all’altro si ritrovano senza una nave. Ben presto, però, la tragedia si trasforma nell’occasione per affrontare un tema molto sentito, soprattutto tra le popolazioni costiere e in particolare a Tolone dove diverse navi sabotate e semi affondate restano sotto gli occhi di tutti in una visione quasi spettrale. Grazie al successo del suo primo film, Cousteau ottiene dal Governo di Vichy un permesso speciale per realizzare altre riprese cinematografiche. Sceglie come base il faro dell’isola di Planier, al largo di Marsiglia, nelle cui acque, nel 1928, è affondata la nave a vapore inglese Dalton. E’ uno scenario ideale per realizzare immagini di forte impatto emotivo e un ottimo terreno per testare le nuove attrezzature, descritte in dettaglio all’inizio del film.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è CINEMA-Kinamo-N25_5415.jpg

Zeiss Ikon Kinamo N25  – Fonte/Autore Tomáš RaslKinamoN25 5415.jpg – Wikimedia Commons

Alla cinepresa Kinamo, usata fino allora, affianca una nuova macchina, una Leblé 35 mm che userà fino al 1955. A differenza della Kinamo, che montava rulli da 16 metri, la Leblè monta quelli da 30 che consentono un tempo di ripresa doppio, prima di dover risalire per cambiare pellicola e ricaricare il motore a molla. Entrambe le macchine sono fissate su un’asta che deve essere impugnata come un fucile, consentendo movimenti in panoramica più fluidi: resterà questa una caratteristica di tutte le sue cineprese subacquee. Per compensare la pressione in profondità, la custodia è messa in leggera sovrappressione mediante una valvola e una piccola bombola d’aria compressa. Il permesso gli consente anche di ottenere delle pellicole, un vantaggio non da poco in tempi di guerra. In varie occasioni, per sopperire alla mancanza di pellicole cinematografiche, Jacques e Simone avevano dovuto fare incetta di rullini fotografici e giuntarli, in una camera oscura improvvisata sotto le coperte, fino a comporre un rullo per la cinepresa. Il film viene girato nell’arco di 5 mesi e in 110 ore di immersione.

Il relitto del Dalton occupa una buona parte dei ventotto minuti montati, ma non mancano anche scene di affondamento, immagini delle navi sabotate a Tolone (tra queste anche il Mars di Vèche) e altre nelle quali i palombari recuperano da relitti parti metalliche che saranno in seguito riutilizzate nell’industria pesante. La vita di una nave continua, insomma, per gli organismi che la colonizzeranno sul fondo del mare oppure generando nuovi strumenti per l’uomo. Il film, che uscirà alla fine della guerra, resta una pietra miliare nella produzione cinematografica subacquea, anche se oggi è difficile non essere infastiditi dai tanti animali uccisi, dalla disinvoltura con cui si segano e si asportano pezzi dal relitto.

Come sempre, bisogna saperlo vedere con gli occhi di quei tempi: un gruppo di visionari capaci di condurci oltre una frontiera ritenuta fino allora invalicabile. Grazie al successo del film, Cousteau, Tailliez e Dumas riceveranno dalla Marina l’incarico di fondare un Gruppo di Ricerche Subacquee (GRS) con il quale intraprenderanno nuove esplorazioni, sminamenti subacquei per conto della Marina francese, missioni archeologiche, ricerche ed esperimenti tecnici e fisiologici… una varietà di nuovi ambiti di studi che ispireranno intere generazioni. In un’intervista Cousteau dichiarerà di aver capito il potere delle immagini dopo aver proiettato Épaves al suo Stato Maggiore.

Nel 1950, lasciata la Marina Militare francese, Cousteau sceglie definitivamente la sua strada e incomincia l’avventura con la Calypso, il tassello che gli mancava per completare la sua visione: una barca da ricerca non solo sotto il suo comando, ma di sua proprietà. Ancora una scelta parallela a quella di Hans Hass che nel 1951, dopo aver vinto il Premio come Miglior Documentario al Festival di Venezia con il film “Abenteuer im Roten Meer” (Avventura in Mar Rosso), acquista a Copenhagen lo scafo d’acciaio di un veliero del 1927 dal quale costruirà la sua nave oceanografica, la Xarifa.

Cousteau ritiene che i nuovi pionieri del mare debbano essere ricercatori scientifici dotati di strumenti d’avanguardia. E vuole che la Calypso, equipaggiata con la migliore tecnologia del momento, sia uno strumento a loro disposizione. Un progetto ambizioso e dispendioso, nel quale lui e Simone impegnano i loro averi e che lo costringerà ad accettare molti compromessi. Sulla Calypso, Cousteau crea una vera e propria squadra di lavoro, con la quale continua a migliorare gli aspetti tecnici dell’immersione, ma anche e soprattutto – anzi direi in funzione di – tutto quello che riguarda la cinematografia.

Un progetto che farà di lui il Comandante Cousteau che conosciamo, l’esploratore, il navigatore, il documentarista che a partire dagli anni ’50 contagia un’orda di emuli in una vera e propria sindrome di Cousteau. Ma questa è ancora un’altra storia.

Marina Cappabianca

 

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Marina Cappabianca
Dopo aver frequentato il corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Torino e conseguito il Diploma di Interprete Parlamentare alla Scuola Superiore Interpreti e Traduttori di Firenze, Marina raccoglie una lunga esperienza nel campo dei viaggi e della comunicazione. Dal 1987 lavora nella produzione di documentari naturalistici, scientifici e sociali in qualità di produttore e regista. Ha partecipato alla realizzazione di documentari per il mercato nazionale ed internazionale negli Stati Uniti, in Canada, America Latina, Vietnam, Africa e in gran parte dell’Europa.

Credits: 
Ritratti di Natura (30′ x 5 serie) (2013): Autore
L’ enigma del polluce (52′) (2006): Produce
L’ eldorado dei faraoni (47′) (2004): Producer
Pescatori del nord (52′) (2004): Autore
L’ oro dei faraoni (52′) (2003): Producer

 

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gianfranco simonini
Ospite
28/06/2020 14:27

E’ sempre con immenso piacere che si legge qualcosa sulla storia di personaggi ai quali dobbiamo il privileggio di vivere momenti di subaquaticità. Quando però sono così magistalmente descritti, la storia appare come magia. Grazie Marina

ALBERTO ROMEO
Ospite
ALBERTO ROMEO
22/03/2018 12:18

INTERESSANTISSIMO !

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