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Le armi segrete degli incursori britannici durante la seconda guerra mondiale, i chariot

Reading Time: 8 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: chariot

 

Dopo le vittoriose azioni dei mezzi di assalto italiani durante la seconda guerra mondiale, la Royal Navy dovette affrontare un gap tecnologico non da poco. Fu realizzato così il primo chariot, il Mk I, un mezzo insidioso frettolosamente costruito ed introdotto in servizio nel 1942 come risposta all’attacco dei siluri a lenta corsa (SLC) italiani che, il 20 dicembre 1941, avevano affondato due importanti corazzate inglesi ad Alessandria.

L’evento aveva colpito nel cuore la marina britannica al punto che anche Churchill commentò con viva amarezza e sconcerto l’accaduto:

Please report what is being done to emulate the exploits of the Italians in Alexandria Harbour and similar methods of this kind. At the beginning of the war Colonel Jeffries had a number of bright ideas on this subject, which received very little encouragement. Is there any reason why we should be incapable of the same scientific aggressive action the Italians have shown? One would have thought we should have been in the lead. Please state the exact position.

In fretta e furia
La risposta della Royal Navy, e non poteva essere diversa, fu quella di “copiare” l’SLC italiano nella sua interezza. Lo sviluppo del primo chariot iniziò  nell’aprile del 1942, grazie a due ufficiali della Royal Navy, il capitano di fregata Geoffrey Sladen ed il capitano di corvetta William Richmond. La formazione degli equipaggi fu effettuata impiegando una vetusta nave supporto sommergibili, la HMS Titania, inizialmente di stanza a Gosport, e poi trasferita in Scozia. Le attività di sperimentazione avvennero  in tre laghi, Loch Erisort (noto come base HZD), Loch Choire (HHX) e Loch Cairnbawn (HHZ).

Il primo chariot fu realizzato nel 1942. Il mezzo aveva un lunghezza di 6,8 m (22 piedi e 0,9 m di larghezza, 1,2 m di altezza, e poteva raggiungere una velocità media  di 2,5 nodi. Poteva immergersi ad una quota massima di immersione di 27 m. Il suo motore aveva tre impostazioni di velocità: lenta, media e massima (circa 3,5 nodi). Il motore era alimentato da una batteria che forniva una autonomia di circa sette o otto ore a 2,9 nodi in assenza di corrente. La testata esplosiva era rimovibile e conteneva 600 libbre di Torpex.

Il chariot era condotto, come quelli italiani, da due operatori, che indossavano una muta stagna del tipo Sladen Suit. Questo tipo di muta era realizzato con un leggero laminato gommato, simile a quello utilizzato per il Diving standard prodotto da Macintosh & Son. Incorporava un diaframma modificato composto da una gonna tubolare nella parte anteriore per consentire di indossarlo. La gonna era stata resa impermeabile ripiegandola e poi serrando le pieghe tra due placche rettangolari in ottone stagnate ad ogni estremità con dadi e alette. Il collo era stato adattato per incorporarlo nel cappuccio di gomma con una valvola di scarico. La maschera facciale dal set “Salvus” era tenuta aderente al cappuccio con delle cinghie. Di certo doveva essere moto ingombrante visto che non era amato dai sommozzatori. Una modifica alquanto bizzarra fu l’inserimento di una visiera Perspex rettangolare incernierata in alto per consentire l’utilizzo di binocoli per operazioni di ricognizione spiaggia. Il disagio di indossarla negli spazi ristretti dei sommergibili, causando un abbondante sudorazione prima ed un gelido abbraccio all’uscita in acqua le fece guadagnare il soprannome di “morte umida”. Gli operatori impiegavano autorespiratori adattati dal Davis Submerged Escape Apparatus che erano in dotazione di emergenza agli equipaggi dei sommergibili.

Al Mk I successe un nuovo mezzo, il Mk II caratterizzato da un design completamente nuovo. La principale differenza era che l’equipaggio si trovava all’interno dello scafo del Chariot Mk II invece di cavalcarlo come nel modello precedente. In pratica un mezzo molto simile al SSB italiano (Siluro San Bartolomeo).

Il MK II fu prodotto dall’inizio del 1944, ed era lungo 6,3 m con un’altezza massima 3 m. Il peso era maggiore (2359 kg) ma poteva raggiungere una velocità massima di 4,5 nodi con un autonomia di 5-6 ore. Lo scafo aveva un diametro maggiore ed era più robusto del suo predecessore. Poteva quindi essere trasportato esternamente da un sottomarino invece di richiedere contenitori sigillati da avvitare all’esterno del battello.

il chariot Mk II portava una testa in guerra maggiore da 450 kg. Per ridurre la resistenza, i membri dell’equipaggio erano seduti uno di fronte all’altro con il secondo operatore seduto all’indietro. 

Furono prodotti  80 tra Mk I e Mk II da Stothert & Pitt, i produttori di gru di Bath, Somerset.  Il primo gruppo di operatori fu dichiarato pronto all’azione nel settembre 1942.

In operazione
Il primo tentativo di impiego di questi mezzi insidiosi fu con l’operazione TITLE;  era l’ottobre 1942 e due chariot furono trasportati con un battello da pesca, nelle acque norvegesi per attaccare la nave da battaglia Tirpitz, nel fiordo di Trondheim. Per evitare di essere scoperti dai tedeschi i mezzi vennero trainati sommersi sotto il peschereccio per buona parte del trasferimento ma, a causa della rottura del cavo di rimorchio, furono persi in mare.

Alla luce dell’accaduto fu deciso di trasferire i mezzi tramite sommergibili, grazie a contenitori stagni lunghi 24 piedi (circa 8 metri) posti sul ponte degli stessi. Al loro interno erano alloggiati su selle, una soluzione che era stata mutuata dall’analoga sistemazione impiegata anche dagli italiani. Nel gennaio 1943 vennero impiegati nell’ambito dell’operazione PRINCIPAL, contro il porto di Palermo e quello de La maddalena.

I mezzi insidiosi britannici dovevano essere rispettivamente rilasciati dai sommergibili HMS Thunderbolt (ex HMS Thetis) e HMS Trooper per l’attacco a Palermo e dal HMS P311 per La Maddalena. Dopo essersi separati facendo rotta rispettivamente sui due obbiettivi, nel transito verso La Maddalena, il sommergibile HMS P 311 scomparve con i suoi due chariot senza lasciare traccia, probabilmente vittima di uno dei tanti sbarramenti di mine navali dell’asse.  Il suo relitto è stato scoperto da un italiano, nel 2015 ad oltre cento metri di profondità, nei pressi di Tavolara. Il relitto è praticamente intatto e probabilmente nasconde ancora al suo interno i suoi segreti.

Nella notte tra il 2 ed il 3 gennaio, gli altri due sommergibili inglesi rilasciarono cinque chariot per attaccare il porto di Palermo.  Tre di questi mezzi insidiosi  furono abbandonati a causa di avarie e problemi con gli autorespiratori degli operatori (come vedete non capitava solo agli italiani) ma l’equipaggio del chariot XXII (Lieutenant Greenland e petty officer Ferrier) riuscì ad applicare con successo la carica principale all’incrociatore leggero Ulpio Traiano, ancora in fase di allestimento, ed una serie di cariche limpet secondarie agli scafi del cacciatorpediniere Grecale, della torpediniera Ciclone e del piroscafo Gimma (che però non detonarono). L’altro equipaggio, quello del chariot XVI (sub-lieutenant Dove e petty officer Freel), riuscì invece a minare lo scafo della motonave trasporto truppe Viminale, anche se non produsse danni significativi.

Il sommergibile HMS Unruffled, incaricato di recuperare gli operatori al termine dell’attacco, riuscì a trarne in salvo solo due: uno dei sommozzatori morì e gli altri furono presi prigionieri. In quell’occasione uno dei chariot fu recuperato quasi intatto da parte degli italiani.

HMS Thunderbolt

L’HMS Thunderbolt condusse, nella notte tra il 18 e il 19 gennaio 1943, un nuovo attacco con due mezzi contro le navi in porto a Tripoli (Libia) per l’Operation WELCOME, ma ancora una volta i mezzi andarono perduti a causa di gravi avarie. La sempre maggiore incertezza sull’effettiva affidabilità dei mezzi spinse la Royal Navy a ricercarne un uso molto differente ovvero come mezzi occulti da ricognizione costiera.

Nei mesi di maggio e giugno del 1943, nell’ambito dell’Operazione HUSKY, effettuarono missioni occulte lungo le coste siciliane per raccogliere informazioni necessarie per pianificare l’invasione alleata in Sicilia. I mezzi furono trasportati sull’obiettivo dai sommergibili HMS Unseen e HMS Unrivalled.

Dopo l’armistizio, il 2 giugno 1944, un operazione congiunta (detta Operazione QWZ), fu effettuata da veterani della Xª Flottiglia MAS e da sommozzatori britannici nel porto di La Spezia per impedire che gli incrociatori Bolzano e Gorizia, ormai abbandonati dalla flotta italiana, fossero impiegati dai tedeschi per bloccare l’accesso al porto. 

Il Gorizia nel 1945 in abbandono a la Spezia

Dei due mezzi, uno esaurì le batterie ed affondò e l’altro, guidato dal sub-lieutenant Causer e Able seaman Smith, con l’assistenza dei gamma italiani, riuscì a raggiungere il Bolzano e a rilasciare delle limpet mine contro lo scafo. Nell’aprile del 1945, quando gli alleati entrarono a La Spezia, il Bolzano fu ritrovato affondato e capovolto in rada. Recuperato fu subito avviato alla demolizione.

Ultimo impiego noto del Chariot (con dei Mk II) avvenne nell’ottobre del 1944 in Estremo Oriente. Il 20 ottobre il sottomarino HMS Trenchant lasciò Ceylon per raggiungere il porto di Phuket in Tailandia. Due Mk II erano stati assicurati alle cisterne della zavorra ai lati del battello. I Chariot furono lanciati alle 22:00 del 27 ottobre a circa 6.5 miglia dall’ingresso del porto. Ogni mezzo aveva un soprannome e un bersaglio specifico: Tiny doveva attaccare il trasporto truppe Sumatra Maru mentre Slasher doveva attaccare una nave più piccola, la Volpi.

Nonostante i dettagli non furono rivelati, sembra che l’attacco fu quasi da manuale; entrambi i mezzi raggiunsero i loro obiettivi e dopo aver posto le loro cariche furono in grado di tornare al sommergibile cinque ore dopo. Due ore dopo, gli obiettivi esplosero segnando l’ultima operazione della guerra dei British Chariot.

Servizio post guerra
Alla fine della guerra c’erano solo sei Chariot Mk II rimasti nel Regno Unito e nel 1950 ce n’erano ancora meno. Con i tagli alla difesa del dopoguerra non c’era alcuna seria considerazione di approvvigionarne dei nuovi. Furono comunque tenuti in servizio limitato e gestiti dai Royal Navy Clearance Divers.

Durante la guerra fredda si studiarono tattiche per impiegare i Chariot contro i porti sovietici dai sottomarini midget X-Craft. I test furono eseguito con XE-7 nell’ottobre del 1950. Due chariot furono attaccati all’esterno dell’X-Craft al posto delle “cariche laterali”. Questa configurazione diede a X-Craft una capacità di stand-off. Sebbene i test furono considerati efficaci, la configurazione non fu mai completamente operativa.

schema dell’installazione dei chariot ad un XE craft.

Alla fine della guerra c’erano solo sei Chariot Mk II rimasti nel Regno Unito e nel 1950 ce n’erano ancora meno. Con i tagli alla difesa del dopoguerra non c’era alcuna seria considerazione di procurarsi di più. Erano comunque tenuti in servizio limitato e gestiti da Royal Navy Clearance Divers. Negli anni ’50 i sommozzatori della Royal Navy furono organizzati nel Clearance Diving Branch che, come suggerisce il nome, era incentrato sullo sminamento come continuazione del tempo di guerra del Port-Party che liberò i porti dalle mine navali.

I Chariot rimanenti furono sperimentati anche per scopi di sminamento e impiegati come mezzo di propulsione per aumentare la velocità e portata degli operatori subacquei. Alcuni Chariot furono modificati ricavando un terzo loculo al posto della carica esplosiva e furono chiamati Nellie, di fatto avvicinandosi al concetto operativo degli SDV (Seal Delivery Vehicle). Il principale sviluppo tattico fu quello di studiare come rilasciare dei mezzi occulti ad uso dei sea raider trasportati in zona di operazione con dei sottomarini midget della serie XE-Craft.

Il Nellie derivato dal Mk II ed usato per reconnaissance … photo credit: Lt. Bob Lusty, RNCDO (Ret)

Essendo in guerra fredda, il principale sviluppo tattico fu quello di studiare come rilasciare i Chariot contro i porti sovietici tramite dei sottomarini midget in caso di guerra.  Furono mai usati? Probabilmente non lo sapremo mai. 

Andrea Mucedola 
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1 commento

  1. Bruno Cammarota Bruno Cammarota
    23/03/2018    

    la grande evoluzione tecnologica della nostra Marina Militare nell’ambito delle forze armate appare un dato storico al tempo.
    La potenza di questi piccoli mezzi di assalto è impressionante.

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