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livello elementare.
ARGOMENTO: EDITORIALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: CRONACA
parole chiave: società, hippy, vita libertaria, rispetto delle leggi, libertà individuale e sociale
“Vieni, c’è una strada nel bosco, Il suo nome conosco, Vuoi conoscerlo tu?
Vieni, è la strada del cuore, Dove nasce l’amore, che non muore mai più …”
Buongiorno e buona domenica, qualcuno ricorderà questo brano che risale agli anni della guerra (1943), cantato da Claudio Villa, interprete della canzone melodica italiana del dopoguerra, una canzone scritta sotto le bombe, in un momento critico della nostra storia in cui si aveva bisogno di sognare e di amare. La strada del bosco era un invito a vivere in una visione bucolica di pace e amore.
Veniamo all’editoriale di oggi che vuol prendere spunto dalla storia “senza fine” della “famiglia del bosco”, non per entrare in merito ma per cercare di andare oltre la cronaca, riflettendo sulla attuale credibilità del rapporto tra cittadini e Stato. Tutto è incominciato quando Catherine Birmingham e Nathan Trevallion decisero di intraprendere uno stile di vita diverso, optando per un regime liberale in cui i diritti naturali fossero superiori a quelli dello Stato, trasferendosi nel nostro Paese che, a loro avviso, dava più vantaggi rispetto ad altri per il loro progetto. Abbracciando una filosofia di vita che, semplificando, trova nello sviluppo sociale e filosofico del pensiero occidentale una ricca eredità, frutto dell’eterno dualismo tra etica e liberalità; ciò ha portato nei secoli alla necessità di un patto sociale in cui entità elementari, come la famiglia, cedevano alcuni dei propri diritti ad un organismo superiore (lo Stato) che, in cambio, forniva servizi per una migliore sopravvivenza di tutti. Di fatto questa coppia, per motivi legati al loro passato, rifiutare le convenzioni di una società moderna, preferendo vivere quanto più possibile in un ambiente naturale e, “casus belli”, basando l’educazione dei propri figli su principi personali. Secondo quanto dichiarato dalla madre, esporre i bambini alla natura, agli animali e alla terra, li renderebbe più resistenti alle malattie. Inoltre, separare i bambini dai genitori molto presto, mandandoli a scuola, indebolirebbe il legame familiare. Nel tempo questa forte opposizione ha portato il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ad ordinare l’allontanamento della madre dalla casa famiglia dove erano stati ricoverati i figli e il loro trasferimento in un’altra struttura, a causa della condotta materna, definita «oppositiva e ostile» nei confronti degli operatori, che aveva alimentato nei figli diffidenza verso chiunque non facesse parte del nucleo familiare.
Per chi è nato nel secolo scorso, il modus vivendi dei coniugi del bosco ricorda il movimento hippy degli anni ’60, anche se con molti distinguo. Gli Hippy, come venivano definiti all’epoca, ereditando la tradizione di dissenso dai beatnik, respingevano con forza le imposizioni delle istituzioni, denunciando l’ipocrisia della classe media americana, l’escalation militare della guerra fredda – che li portava ad andare a combattere in terre lontane (Vietnam) – per ideali che non comprendevano e rifuggivano (qualcuno ricorderà la opera pop Hair).

Rigettavano la cultura tradizionale abbracciando filosofie orientali, promuovendo la libertà sessuale, il cibo vegetariano e l’amore per la natura. In realtà erano tutt’altro che salutisti: vivevano nella sporcizia e facevano uso di droghe psichedeliche convinti che fossero vie per ampliare la propria coscienza. Per assurdo trovarono estimatori anche nel mondo accademico: professori di Harvard come lo psicologo Timothy Leary difesero l’uso delle sostanze psicotrope anche per usi religiosi e spirituali, di fatto creando una back door per il movimento. Questo comportamento irrazionale portò molti giovani alla schiavitù della droga ed alla morte.
Sono passati molti anni dalla fine degli anni 60, ma ogni tanto riappaiono i frutti della loro eredità, anche se mascherati da espressioni liberal della sinistra. Alcuni comportamenti e credenze sessuali, religiose e culturali sono ancora un frutto cavalcato nei suoi eccessi dalla cultura di quell’epoca, quando l’”essere contro” è diventato un business con la creazione di personaggi che periodicamente proliferano sui media abbinando talvolta ideologie discutibili ad interessi personali.

Ma torniamo a questa storia. Catherine e Nathan – di cui ho s celto di non mettere alcuna immagine – si sono trasferiti nel Bel Paese dopo diverse esperienze in diversi Paesi, scegliendo uno stile di vita lontano dai principi di una società moderna, rifiutando le convenzioni e cercando di educare i figli in un ambiente quanto più naturale e lontano dalle regole costituite. L’Italia non è stata prescelta solo per la sua bellezza ma perché forniva più garanzie alla loro scelta di vita. Lo hanno fatto sotto gli occhi delle autorità italiane, almeno fino al fatidico settembre 2024, quando i loro bambini furono ricoverati per una sospetta intossicazione da funghi velenosi. La conseguente denuncia dei servizi sociali portò ad un’indagine che scoprì che la famiglia abitava in un rudere dove non era presenti impianto idraulico, rete fognaria e servizi igienici. Inoltre, i minori non seguivano nessuna istruzione formale (ma l’unschooling) e non eseguivano le vaccinazioni obbligatorie previste dall’assistenza sanitaria italiana. Quindi il tribunale per i minori decise di allontanare i bambini (le vere vittime di questa farsa) dalla famiglia e di collocarli in una casa-famiglia, per salvaguardare il diritto dei bambini ad una normale vita di relazione, alla salute e alla loro sicurezza fisica. La situazione però degenerò con il rifiuto dei genitori di eseguire le procedure mediche obbligatorie disposte dal Tribunale.

La striscia a fumetti Nina’s Adventures sul desiderio comune di educare gli altri, 1999 – Fonte Opera propria – Autore Nina Paley (1968–) – Copyleft – Iper-educazione.png – Wikimedia Commons
Questa storia grottesca ha rimesso in discussione il diritto individuale a fare scelte di vita alternative, se non ci fosse il fatto che possono includere responsabilità legali, in particolare per la protezione dei minori
Stranamente, nonostante il bailamme mediatico, non sono riuscito a trovare da nessuna parte come i Trevaillon possano vivere senza un’occupazione che possa dare al nucleo familiare un minimo di reddito: anche mangiando erbe selvatiche e bevendo acqua piovana … esistono sempre altri bisogni. Per l’amore del cielo, verrebbe da dire “viva la libertà”, ma allora lo Stato a cosa serve? Viene da pensare che nel Bel Paese esistano regole diverse in funzione dei soggetti in essere, tollerando famiglie che vivono nell’illegalità più assoluta ma sanzionando al minimo problema coloro che si attengono da buoni cittadini alle leggi. ll Trash fa notizia, attira più che la normalità – quasi che questa fosse un difetto – e i Media ci sguazzano sopra creando falsi miti, splendidi esempi di trasgressione. Allora personaggi che, per loro scelta, non si attengono alle regole di civile convivenza, non solo non sono censurati ma esultati. Il dubbio è che questa tolleranza non sia sempre derivata da carità umana, ma che ci siano dietro ben altre motivazioni. D’altronde come diceva Andreotti “A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.
Tornando alla vicenda della “famiglia del bosco” trovo ingiusto che con tante famiglie italiane che vivono nell’indigenza, con giovani coppie che non hanno una casa e faticano per avviare il loro futuro, si preferisca dare mediaticamente spazio a queste vicende. Un vero scandalo se pensiamo a chi da decenni, dopo i grandi disastri che hanno colpito il nostro paese, aspetta ancora una casa. Cosa ha di diverso questa famiglia da giustificare, in un senso o nell’altro, una tale attenzione mediatica? Sarebbe da dire, per rimanere in carattere, that’s all folks, è finito lo spettacolo, è ora di cambiare finalmente canale. A questo punto mi fermo; da Uomo della strada, non ho più parole. Certo preferirei che le leggi fossero rispettate, e che non si desse maggiore attenzione a coloro che decidono di vivere “diversamente”, trasgredendo le regole di civile convivenza, quasi fosse un valore aggiunto. In questo i Media hanno le loro colpe, creando degli eroi che di eroico hanno ben poco. D’altronde se è vero che siamo tutti i uguali, lo dice la Costituzione, è anche vero che le cosiddette differenze emergono solo quando le si vogliono far notare o quando fa comodo a qualcuno. Perché un uomo pubblico, un giornalista o un magistrato quando sbagliano non vengono mai puniti? Chi ripaga il dolore che provocano? Pensate a tutti i servitori dello Stato che spesso vengono infangati per colpe che non hanno, colpevoli di dedicarsi silenziosamente al bene collettivo ovunque vengano mandati ad operare, usi ad obbedir tacendo, si diceva un tempo … scusate, ma forse mi sfugge qualcosa?
Andrea Mucedola
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