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livello elementare
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ARGOMENTO: ECOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Vermocane
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Secondo un recente studio, pubblicato da ricercatori della Stazione Dohrn di Napoli e dell’Università di Sassari, tra le diverse specie che stanno modificando la loro presenza percentuale nel Mediterraneo, si è osservato un aumento di quelle termofili. Di fatto gli oceani e tutti i mari, che occupano oltre il 70% del pianeta, stanno subendo gli effetti dei cambiamenti climatici, accumulando energia che si trasforma in un aumento delle temperature marine con ondate di calore (Heat wave) sempre più frequenti.

Un insieme di fattori naturali (astronomici) ed antropici che hanno prodotto un effetto combinato che non solo sta provocando un riscaldamento dell’atmosfera ma anche degli oceani. Come è noto il mare cambia la sua temperatura in modo molto più lento rispetto alla terra emersa, accumulando calore che poi restituisce lentamente. Questa funzione, di termoregolazione del clima, è importantissima per la nostra sopravvivenza in quanto se l’oceano non assorbisse una parte significativa del calore della Terra la nostra atmosfera si riscalderebbe in maniera maggiore, ben oltre i limiti di sopravvivenza che la comunità internazionale si sta ponendo. Quello che preoccupa maggiormente è che circa l’89% del calore in eccesso dovuto al riscaldamento globale, viene assorbito dall’oceano, provocando un continuo aumento delle temperature dei mari, quantificato dall’inizio delle misurazioni nel 1955, che ha raggiunto record preoccupanti nel 2023.
| Quello che va ben compreso è che l’oceano assorbe il calore in eccesso grazie alla capacità termica dell’acqua che è maggiore di quella dell’aria per cui limitare le emissioni in atmosfera significa aiutare il mare a regolare le nostre temperature esterne. |
Secondo l’IPCC, anche azzerando le emissioni di gas serra di origine antropica (cosa impossibile) il riscaldamento degli oceani è destinato a continuare per molto tempo a causa della capacità di assorbimento termico delle acque. Questo calore aggiunto ha portato ad ondate di calore (heat wave) marine sempre più frequenti ed intense che hanno influenzato ed influenzano sia il clima (con la presenza di fenomeni estremi come gli uragani) che tutti gli ecosistemi marini, causando morie di alcune popolazioni (come i coralli) e rimodellando la distribuzione e l’abbondanza delle specie marine a livello globale di fatto favorendo la diffusione di organismi di acque calde a discapito delle specie delle acque fredde.
L’invasione dei vermi di fuoco
Il Mar Mediterraneo è riconosciuto come un hotspot del cambiamento climatico, dove diverse specie di acque calde si stanno espandendo; tra di esse il verme di fuoco barbuto, Hermodice carunculata (Pallas, 1766), più comunemente noto come vermocane o verme di fuoco.

Questo anellide, grazie anche alla sua capacità di prosperare in differenti condizioni ambientali unita alla sua tolleranza ad ampie variazioni di temperatura, salinità e saturazione di ossigeno, sta mostrando una crescita preoccupante con implicazioni ecologiche e socio-economiche in particolare per il settore della pesca artigianale. Per valutare la dinamica a lungo termine dell’espansione di questa particolare specie marina, lo studio si è basato sulla conoscenza ecologica locale.

differenze di temperature nel Mediterraneo
La sua rapida espansione nel Mar Mediterraneo Centrale può però avere conseguenze significative, essendo in grado di influenzare gli ecosistemi locali, predando specie di interesse economico ed influenzando la pesca artigianale. Queste condivisibili preoccupazioni sono emerse dall’aumento delle catture involontarie del verme di fuoco al posto delle specie ittiche bersaglio, nonché dalla constatazione dei danni causati all’ambiente marino dal loro comportamento predatorio.
Il vermocane è un anellide e deve il suo nome al fatto di essere dotato di setole urticanti e, se infastidito o urtato inavvertitamente, può infliggere dolorose irritazioni, lanciando degli aghi a uncino verso quella che considera una minaccia. Sebbene non sia una minaccia per gli umani le sue setole possono penetrare nella pelle umana, iniettando una potente neurotossina che produce un’intensa irritazione ed una dolorosa sensazione di bruciore attorno all’area di contatto che può causare nausea e vertigini per alcune ore. I vermocane misurano in media 15 centimetri di lunghezza, ma possono raggiungere fino a 30 centimetri; ricordano i millepiedi a causa del loro aspetto allungato e appiattito e presentano segmenti multipli, setole bianche, con diversi colori che vanno dal verde-giallastro al rossastro, fino al bianco con un bagliore perlaceo. Il loro aumento è favorito dall’innalzamento delle temperature ed ha attirato l’attenzione dei ricercatori per comprendere le ricadute di questa invasione nativa sugli ecosistemi – nell’immagine vermocani nell’atto di predare dei ricci di mare, Malta – credit andrea mucedola |
La ricerca è stata condotta in dodici località lungo la costa italiana, coprendo un’ampia area del Mar Mediterraneo centrale, catturando un gradiente geografico (e ambientale) da sud-est (Mar Ionio) a nord-ovest (Mar Ligure). Da questa prospettiva, l’Italia funge da caso rappresentativo, poiché si estende su quattro delle sette eco-regioni mediterranee, catturando così una porzione significativa della variabilità ecologica osservata in tutto il bacino. In breve è emerso che la presenza dei vermi di fuoco è risultata particolarmente elevata nel sud-est e avvistamenti rari o assenti nel nord-ovest. Dai questionari compilati con l’aiuto dei pescatori è emerso un progressivo aumento della presenza dei vermocani dal 1990 al 2024, evidenziando il ruolo della specie nella “meridionalizzazione” in corso del Mediterraneo.
L’invasività della specie ha colpito maggiormente le reti da posta, seguite da nasse e palangari di fondo. Questi animali si nutrono infatti principalmente di sostanze organiche in decomposizione e pesci morti, ma anche di ricci che attacca infilandosi sotto la parte che aderisce agli scogli: non è raro trovarne un gruppetto mentre si nutrono di un animale morto. Si tratta di un importante punto di partenza per la valutazione dei danni che queste specie possono arrecare alle economie locali e merita di essere approfondito, continuando la collaborazione con il settore pesca.
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Riferimento
https://doi.org/10.1016/j.jenvman.2025.127773
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