Il pensiero tattico di Nelson a Trafalgar – Parte II

marco mostarda

19 Ottobre 2019
tempo di lettura: 6 minuti

.
livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: Nelson

,

Quanto ai capisaldi tattici del piano di battaglia di Nelson, già Brian Tunstall (Naval Warfare in the Age of Sail, 1990, p. 250) osservava che l’autonomia di comando riconosciuta a Collingwood, l’idea di mascherare sino all’ultimo momento la direttrice di attacco alzando il segnale convenuto solo una volta giunti a distanza di tiro dal centro nemico, nonché il concetto di concentrazione delle forze disponibili contro la sola retroguardia avversaria non costituiscono certo delle intuizioni originali. Quest’ultimo punto, tuttavia, costituendo il cardine del piano di battaglia di Trafalgar, nonché ponendosi come apice di una lunghissima elaborazione teorica, merita una più puntuale esplicitazione.

È corretto affermare che tutta la cinematica navale dell’età velica sia dominata dalla preoccupazione di come condurre ad effetto la concentrazione delle proprie forze contro una sola sezione delle nemiche, così da annientarla en detail prima che essa possa essere soccorsa dal resto della flotta: già Paul Hoste, nel suo Art des Armées navales ou traité des évolutions del 1697, osservava che uno dei vantaggi nella posizione sopravvento al nemico era costituito dalla libertà di movimento che permetteva all’attaccante di convergere contro la retroguardia avversaria, doppiandola e così procedendo ad attaccarla da ambo i lati.

Le motivazioni alla base della scelta della retroguardia, come punto della linea nemica su cui far gravitare il proprio attacco, sono già state lucidamente messe in risalto dal memorandum nelsoniano: per una squadra schierata in linea di fila, ed in navigazione di bolina, prestare soccorso alle navi che chiudevano la propria formazione era sempre questione di manovre lunghe e laboriose. Esaminiamo la problematica più nello specifico: virare di bordo in prora avrebbe comportato un ulteriore rallentamento della manovra, in considerazione della necessità di spingere la prua nel letto del vento; cambiare di mura passando con la poppa per il letto del vento, per contro, avrebbe potuto sospingere il centro e l’avanguardia sottovento alla propria retroguardia, complicando ulteriormente ogni tentativo di prestarle soccorso.

Nelson prima della battaglia di Trafalgar in un dipinto del 1854 di George Lucy Good.

Quanto alla natura della manovra tattica da prediligersi, un’accostata per contromarcia – in cui ogni unità virava di bordo in successione – avrebbe conservato l’ordine della linea di fila al prezzo di un sensibile prolungamento dei tempi richiesti dal completamento di una simile evoluzione; un’accostata ad un tempo, per contro, avrebbe posto più velocemente le navi lungo la direttrice di soccorso alla propria avanguardia, ma al prezzo di invertire l’ordine della propria linea di fila. Considerando inoltre la naturale tendenza a scarrocciare di ogni unità, in una misura variabile perché dipendente dalle specifiche linee di scafo, dall’estensione dell’opera morta ed in definitiva dalle qualità nautiche del singolo bastimento, un’accostata ad un tempo avrebbe sempre posto il rischio di gettare in confusione la linea di fila, disarticolandola e riducendo il centro e l’avanguardia ad una massa disordinata costretta a gettarsi nella mischia alla spicciolata, invece di far pesare il proprio intervento in modo coordinato.

Anche l’attaccante, tuttavia, risentiva di evidenti svantaggi nel portare a termine una simile azione: la concentrazione delle proprie forze contro la retroguardia nemica implicava infatti che l’attaccante orientasse la prua verso la sezione prescelta della linea avversaria, esponendosi di conseguenza al micidiale tiro d’infilata dei difensori senza poter rispondere al fuoco sino a quando non fosse giunto murata contro murata col proprio obiettivo. Data la propensione delle forze navali francesi a posizionarsi sottovento e sparare alto, sfruttando in tal senso anche la favorevole inclinazione trasversale delle proprie unità (la murata rivolta verso l’attaccante era infatti sollevata per via della stessa pressione esercitata dal vento, garantendo ai cannoni una maggiore gittata), ciò si traduceva regolarmente in una vera e propria gragnuola di fuoco riversata contro l’alberatura delle unità inglesi: le palle finivano per tranciare alberi, pennoni e manovre e, dal momento che i vascelli di maggiori dimensioni raramente eccedevano la velocità di quattro o cinque nodi anche in condizioni di vento teso, orientare la prua contro il nemico significava doverne sostenere il fuoco di infilata anche per lungo tempo. In tali circostanze la permanenza sotto il tiro nemico era tale da sortire danni all’alberatura abbastanza consistenti da pregiudicare il completamento della manovra d’attacco, permettendo al difensore di sganciarsi. Non stupisce, pertanto, che sebbene l’attacco portato contro la retroguardia avversaria fosse stato ampiamente teorizzato ed esaltato sul piano teorico, esso risultasse molto meno praticato sul campo: in generale un comandante prudente, una volta guadagnata la posizione di sopravvento, preferiva livellare la propria linea da battaglia a quella avversaria per poi portarla a serrare le distanze lascando metodicamente, di modo da mantenere l’avversario sempre al traverso dei propri vascelli. Ciò evitava che l’attaccante fosse soggetto al fuoco d’infilata e, al contempo, permetteva di continuare a fare fuoco sul difensore: un simile approccio aveva il pregio di limitare i danni strutturali e le perdite in termini di vite umane, ma scontri giocati su simili simmetrie raramente sortivano effetti decisivi. Le battaglie di Tolone (1744), Minorca (1756) e Chesapeake (1781) sono paradigmatiche della tendenza propria delle tattiche lineari a frustrare ogni tentativo da parte dell’attaccante di conseguire una concentrazione di forze e quindi una decisione: l’azione di fuoco è diffusa lungo l’intera linea da battaglia e conseguentemente desultoria. Un risultato tutt’altro decisivo al livello tattico, peraltro, non escludeva la sconfitta al livello strategico: la battaglia di Chesapeake, e le conseguenze che ebbe nel precipitare la resa di Cornwallis a Yorktown, è in tal senso rivelatrice.

Scontro fra le fregate HMS Shannon e USS Chesapeake durante la guerra anglo-americana del 1812

Una revisione critica della condotta delle operazioni da parte della Royal Navy nel corso della Rivoluzione americana ebbe, quantomeno, la conseguenza di riaffermare la necessità di tattiche in grado di precipitare uno scontro decisivo con un nemico per l’ordinario sempre elusivo: giova infatti ribadire che al centro del pensiero tattico britannico vi era sempre stato il dilemma di come ingaggiare in battaglia forze – quelle francesi – generalmente in inferiorità numerica ed ostinatamente restie a farsi coinvolgere in una “pitched battle”, ovvero uno scontro a distanza serrata. L’Essay on Naval Tactics. Systematical and Historical di John Clerk of Eldin (la cui prima edizione è del 1790) segnala un momento importante nello sviluppo di questo dibattito dottrinario, soprattutto per la sua natura di libro a tesi: Clerk non si proponeva l’obiettivo, come già Hoste un secolo prima, di offrire una trattazione sistematica della tattica navale nella sua interezza, ma prendendo atto dell’impasse tattica ripetutamente verificatasi nel corso dell’ultima guerra proponeva dei metodi atti al suo superamento. La concentrazione di forze contro la retroguardia del nemico e la necessità di ingaggiarlo da una posizione sottovento, onde precludergli ogni possibilità di fuga, figurano prominenti nel suo trattato. Nell’edizione riveduta e notevolmente accresciuta del 1804, il capitolo sul “Mode of Attack proposed” (pp. 123-147) verte esclusivamente sul come concentrare le proprie forze contro la retroguardia nemica: in esso Clerk suggerisce di tagliare fuori, più modestamente, le ultime tre unità della retroguardia avversaria, contro le dodici di Nelson. La corposa Part II del suo trattato (pp. 167-200) è invece interamente dedicata ai vantaggi dell’ingaggiare battaglia sottovento al nemico, e non sopravvento come da migliore tradizione britannica.

È indiscutibile che nelle elaborazioni tattiche di Clerk pesi il precedente costituito dalle campagne dell’amm. George Rodney nel corso della Rivoluzione americana, costituendo la sua azione di comando una delle poche luci fra le molte ombre di quella guerra. Nella Battaglia di Capo San Vincenzo (o Moonlight Battle) del 1780 egli aveva affrontato con decisione la squadra di don Juan de Lángara infliggendole pesantissime perdite (4 vascelli catturati ed 1 distrutto su 9). È vero che, a fronte delle 18 navi di linea di Rodney, gli spagnoli erano in grave inferiorità numerica, cosa che permetteva agli inglesi amplissimi margini di manovra; ma rimane rimarchevole che, a battaglia ingaggiata, l’ammiraglio avesse ammainato il segnale di “Linea di fronte” per issare quello di “Caccia generale”, dirigendo le proprie navi a fare breccia attraverso la formazione nemica – apparentemente composta da 11 navi di linea – per posizionarle il più velocemente possibile sottovento a Lángara, d’onde avrebbero potuto tagliarne la ritirata. Quattro mesi dopo, conclusasi la Battaglia della Martinica, così lo stesso Rodney descrive nel suo dispaccio ufficiale quale genere di attacco avesse divisato: “Quarantacinque minuti dopo le sei del mattino resi noto mediante pubblico segnale che la mia intenzione era quella di attaccare la retroguardia nemica con tutte le mie forze; a tale segnale rispose ogni nave della flotta” (The Naval Chronicle, vol. 25, January-June 1811, p. 402).

Fine Parte II – continua

Marco Mostarda

Alcune delle immagini possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore e le fonti o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo
,

PAGINA PRINCIPALE
.

PARTE I PARTE II PARTE III
.

 

(Visited 1.175 times, 1 visits today)
Share

Lascia un commento

Share
Traduci l'articolo nella tua lingua