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livello elementare
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ARGOMENTO: EDITORIALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: GEOPOLITICA
parole chiave: Summit NATO di Ankara, rapporti transatlantici
Buongiorno e buona domenica … l’editoriale di oggi è dedicato all’evento internazionale più atteso, dove erano stati scritti chilometri di parole, spesso da commentatori – talvolta ideologicamente deviati – che basavano le loro ipotesi dalle tante bizzarrie mediatiche che, favorite dal gran caldo, sembrano prosperare. La realtà, come sempre, è ben diversa e si basa sulla continuità dei processi che non possono cambiare radicalmente decenni di compromessi e discussioni. Qualcuno ricorderà che – nel 2025 – il summit NATO si era chiuso con «Restiamo uniti e risoluti nella nostra determinazione a proteggere il nostro miliardo di cittadini, difendere l’Alleanza e salvaguardare la nostra libertà e democrazia». Poi le tempeste mediatiche basate sulle uscite spesso irrispettose di Donald Trump che minacciava, nel suo stile da businessman, l’uscita dall’Alleanza, giustificata da una mancanza di sostegno dei membri dell’Alleanza alle politiche statunitensi … quasi fosse un obbligo per gli Alleati seguire le politiche nazionali degli altri membri. Eppure il realismo a cui siamo abituati dal secolo scorso è chiaro: non esistono Paesi amici ma solo Paesi alleati, fino a quando conviene.

Trump minacciava sui media il ritiro dall’Alleanza, forse, dimenticando un piccolo particolare, che non è nel suo potere farlo. Un gioco da affarista che non ha certo favorito i rapporti internazionali che si basano sulla fiducia reciproca e su decine di anni di compromessi, maturati al di fuori dei tavoli di riunione, spesso dietro un caffè, per trovare un accordo accettabile da votare alla ripresa dei lavori. Colloqui in cui spesso contavano più le parole dei missili a disposizione, ovvero le capacità dei membri di addivenire a delle decisioni condivise sulla base delle direttive nazionali. Quando ciò non avvenne spesso fu per colpa dei Paesi membri che inviavano ai tavoli rappresentanti impreparati, o ancora peggio, incapaci di parlare la lingua di lavoro. Altro che sventolate sudditanze verso l’Alleato più potente.
Ed eccoci al termine del Summit di Ankara, da alcuni profetizzato come la fine del connubio atlantico, che alla fin fine si è concluso as expected con un solido impegno alla difesa collettiva, come previsto dall’articolo 5 del Trattato di Washington per cui un attacco ad un alleato resta un attacco a tutti. Dopo le prime sceneggiate durissime per il mancato sostegno agli Stati Uniti durante la guerra con l’Iran, le ennesime rivendicazioni sulla Groenlandia, Trump ha ribadito l’unico soggetto di comune interesse, la crescita degli investimenti nei bilanci Difesa degli altri Alleati. Una “pretesa”, ricordo, nata alla fine del secolo scorso, a Praga, in cui l’allora Presidente Bush, riconoscendo il momento storico che vedeva la fine del Patto di Varsavia, sottolineava l’importanza della comune difesa, rafforzata dall’inclusione dei Paesi volenterosi ad entrare nell’Alleanza (noti com PfP). Una maggiore partecipazione alle spese da parte dei Paesi europei avrebbe alleggerito il Defence Burden statunitense, favorendo gli investimenti nelle nuove sfide che si preannunciavano all’orizzonte orientale.

Tornando ad Ankara, come previsto, Trump è apparso molto più conciliante, “Vogliamo restare con voi“, ha detto Trump, nelle riunioni riservate, evitando scontri diretti con quegli Alleati che gli avevano recentemente fatto comprendere che Alleati non significa essere sudditi. Non sono mancate critiche alla Danimarca per la questione Groenlandia, ma fa parte del gioco ed alla Spagna che ha rigettato il famoso tetto del 5% riferendo che, secondo gli ultimi dati pubblicati dalla NATO, ha già aumentato in modo significativo il bilancio della Difesa dal 2014, passando da circa 9 miliardi di euro allora a circa 33 miliardi quest’anno, con una previsione di 35 miliardi per il prossimo esercizio.
Un impegno sostenuto, nel 2025, dagli Alleati europei e il Canada che di fatto hanno aumentato i loro investimenti per oltre 139 miliardi di dollari, rafforzando la base industriale e la resilienza. Di fatto sono stati annunciati ad Ankara oltre 50 miliardi di dollari in nuovi approvvigionamenti con un impegno ad espandere la capacità produttiva collettiva ed a collaborare con l’industria per accelerare l’innovazione. In particolare, il Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, ha ribadito che «vogliamo rispettare gli impegni» legati agli investimenti per la difesa, precisando però che l’attuazione avverrà «in modo sostenibile». Con questa espressione l’esecutivo ha di fatto sottolineato la necessità di definire tempi, modi e priorità in funzione del contesto nazionale, evitando scelte dettate esclusivamente da esigenze esterne (vedi statunitensi). Voglio ricordare che il nostro Paese si è presentato con il 2,8% del Pil in spese militari, di cui lo 0,71 (circa 15 miliardi) su voci legate alla sicurezza interna, con la promessa di continuare “la traiettoria di aumento, verso le percentuali richieste entro il 2035 dall’Alleanza”. L’Italia ha anche sottolineato la necessità di rafforzare il peso strategico del Fianco Sud, chiedendo maggiore attenzione alle crisi che interessano Nord Africa, Sahel, sicurezza energetica, terrorismo e flussi migratori.

Nei colloqui riservati gli Alleati hanno ribadito il proprio sostegno politico all’Ucraina e confermato nuovi aiuti militari per il 2026, riaffermando anche l’impegno nei confronti dell’articolo 5 del Trattato Nato. Trump, da parte sua ha annunciato l’intenzione di concedere all’Ucraina una licenza per produrre sul proprio territorio sistemi anti missile Patriot, una notizia che non credo sia stata molto gradita da Putin che, nonostante la sua propaganda sta subendo numerosi perdite, soprattutto in campo marittimo.
In estrema sintesi, gli Alleati hanno presentato – in maniera unitaria – la volontà di ottenere un’Europa più forte in una NATO più forte, affidando la deterrenza su un adeguato bilanciamento di capacità convenzionali e nucleari, integrate da risorse spaziali e cibernetiche in scenari di conflitto che si sono rapidamente diversificati, come ha dimostrato la guerra in Ucraina, un conflitto che gli Alleati continueranno a sostenere nella difesa della libertà, sovranità e integrità territoriale di quel Paese di confine dell’Europa orientale nel quale in gioco ci sono molto più che delle pretese territoriali.

E’ importante sottolineare la volontà espressa dall’Alleanza di “rispondere e adattarsi alla competizione strategica, all’instabilità diffusa, alle minacce ibride e agli shock ricorrenti che definiscono il nostro più ampio ambiente di sicurezza”. Viene anche sottolineato che l’Iran non solo non dovrà mai possedere un’arma nucleare ma dovrà rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. As usual, la situazione è drammatica ma non seria.
In sintesi, il Summit NATO di Ankara ha confermato le aspettative degli analisti, forse deludendo i russofili e i NATO-fobi che speravano in una rottura dell’Alleanza. La NATO continua ad essere un’Alleanza solida che condivide il principio della Difesa comune. Trump continua ad alzare la posta in pubblico per negoziare con maggiore flessibilità in privato, un comportamento che avrebbe certo fatto inorridire alcuni dei suoi predecessori, ma che sembra essere una costante della recente politica estera americana, nell’illusione che l’importante sia portare a casa il capitale pur di tappare le voragini dei budget interni. Da parte sua l’Alleanza sembra averci guadagnato, non preoccupandosi troppo delle scintille dall’altra parte dell’Oceano, rispondendo con giusta fermezza senza compromettere la propria coesione che, alla fin fine, fa comodo a tutti.
Andrea Mucedola
.immagine in anteprima realizzata con l’AI – foto nell’articolo gentilmente fornite dalla NATO Press
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