I Normanni e il mare: notazioni sulla flotta, sugli arsenali e sulle battaglie: la guerra anfibia – Parte V

Giovanni Coppola

10 Marzo 2026
tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE E MARITTIMA
PERIODO: X SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Normanni

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I Normanni, abili nell’arte dell’assedio terrestre, non si allontanarono, almeno agli inizi della conquista del Sud Italia, da questa tipologia di attacco anche quando si trattava di città costiere. Infatti, essi adottarono quello che Aldo Settia ha definito felicemente «blocco anfibio», che prevedeva, oltre ai consueti mezzi ossidionali terrestri, l’indispensabile uso della flotta, al fine di impedire, sia dal lato di terra che dal lato del mare, l’arrivo di aiuti e rifornimenti, così da logorare materialmente e psicologicamente gli abitanti per indurli alla resa 68.

moneta d’oro con l’effigie di Roberto il Guiscardo – autore non noto Robert Guiscard.jpg – Wikimedia Commons

Le prime spedizioni navali normanne in Sicilia, che tra il 1060 e il 1061 fruttarono la conquista di Messina, si caratterizzarono per una relativa facilità, probabilmente perché in quella circostanza, l’impiego della flotta era servito a traghettare da una riva all’altra le forze di terra 69. La conquista della città comportò diversi sbarchi, ognuno dei quali aveva il suo preciso obiettivo, nei quali furono coinvolti sia la flotta di Ruggero I che quella costituita da Roberto il Guiscardo in Puglia, per un totale di cinquantotto navi. Il primo sbarco mirò a una perlustrazione delle mura, il secondo ad un raid nella zona nord-est dell’isola e il terzo all’attacco definitivo della città, indebolita da cinque mesi di blocco 70. Tali manovre possono essere considerate come un vero e proprio esempio di «operazioni combinate», per l’uso simultaneo di forze terrestri e forze marittime (fig. 5).


La stessa tattica fu seguita per la conquista di Bari che, tra il 1068 e il 1071, fu sottoposta ad un assedio incrociato per mare e per terra: nell’agosto del 1068, mentre l’esercito di Roberto il Guiscardo circondava la parte interna del capoluogo pugliese, ponendo il suo accampamento e i suoi uomini all’uscita delle porte, l’ingresso del porto veniva bloccato con una serie di imbarcazioni legate tra loro con catene di ferro, in modo da impedire la fuga o il passaggio di imbarcazioni nemiche 71. Intanto, un’altra parte della flotta compiva ricognizioni lungo le coste per intercettare eventuali soccorsi agli assediati. Nonostante queste misure, alcune imbarcazioni baresi riuscirono ad eludere il blocco e a chiedere aiuto a Costantinopoli.

Romano IV Diogene. 1068-1071. AR 1/3 Miliaresion (13 mm, 0,44 g, 6 h). Zecca di Costantinopoli. Busto a mezzo busto della Theotokos di fronte e orante; barrato M/ӨK-Ө/RӨ sul campo / Busto a mezzo busto di Romano di fronte, con corona e loros, che regge la croce patriarcale e il globo crucigero; PωM’ a destra. Data: XI secolo – Fonte http://cngcoins.com/Coin.aspx?CoinID=193319Autore sconosciuto / Fotografia: monete CNG Romanus IV coin crop.png – Wikimedia Commons

L’imperatore Romano IV Diogene inviò una flotta capitanata da un condottiero normanno chiamato Gocelino, passato alla parte bizantina. Questi, entrando in città di notte, si avvicinò alle coste baresi con le fiaccole accese, per dare segnale del loro arrivo agli assediati. La flotta normanna, però, intercettati i nemici, decise di scontrarsi di notte e, disponendosi in assetto di combattimento, andò incontro ai Greci 72. La nave di Gocelino venne conquistata con un arrembaggio tanto violento che, nello scontro, perirono circa centocinquanta soldati normanni, annegati sotto il peso delle armature. Tuttavia i Normanni ebbero la meglio e la città uscì stremata dalla fame, dopo tre anni di assedio, con il duca Roberto che «multum simul et novitate triumphi/Aequorei gaudet» 73. Quest’ultimo infatti, fiducioso della nuova forza marittima, spedì la sua flotta in Sicilia, alla volta di Palermo, nel luglio del 1071, con l’intento di attaccarla dal mare. Qui, coadiuvato dalla flotta di Ruggero, il duca decise di schierare al largo del porto palermitano su un lato le navi del fratello, sull’altro le proprie, composte da una ciurma di Calabresi, Pugliesi e secondo il cronista Guglielmo di Puglia, anche dei Greci e dei Baresi da poco arruolati 74. La flotta palermitana, rafforzata da navi africane, si schierò in assetto di combattimento, ricoprendo le navi di feltri rossi, per evitare che i lanci di pietre, di giavellotti o mate- riali incendiari potessero danneggiare le imbarcazioni 75. Dopo un’iniziale resistenza da parte musulmana, i Normanni iniziarono ad avere la meglio, riuscendo a catturare e ad affondare alcune navi, mentre la maggior parte fuggì a colpi di remi. Una volta giunti al porto, i battelli scampati all’assalto normanno furono incatenati in modo tale da formare una barriera, ma solo per breve tempo, in quanto il duca e i suoi riuscirono ad impossessarsene e ad incendiarne la maggior parte. Successivamente, lo scontro si spostò sotto le mura e l’esito fu la conquista della città attraverso l’uso delle scale d’assalto.

Pertanto, come emerge da questi episodi, le imbarcazioni, unite con catene di ferro, venivano impiegate come preciso strumento ossidionale, alla stessa stregua delle macchine da guerra e dei piantonamenti militari terrestri 76. Durante gli scontri navali veri e propri, invece, una volta schierata la flotta in assetto di guerra, le navi nemiche cercavano, avvicinandosi pian piano, di danneggiarsi il più possibile con le armi da getto, quali pietre, giavellotti, frecce, cartocci di calce viva, spruzzi di olio bollente o di fuoco greco, se si trattava di bizantini. Le pietre più grosse potevano essere lanciate mediante mangani o altre macchine situate a prua.
Una volta in prossimità delle navi avversarie, balestrieri ed arcieri prendevano posto sui posticci delle galee procedendo nel lancio di proiettili e sostanze incendiarie. A questo punto si tentavano lo speronamento e l’abbordaggio, con il conseguente combattimento corpo a corpo 77. Durante le azioni militari, i vogatori si avvicinavano alle navi nemiche e partecipavano al combattimento insieme agli altri armati, in quanto erano forniti di elmo, corazza e spada, per intervenire all’occorrenza 78.
La flotta, inoltre, poteva anche servire per compiere raid costieri che, diffondendo il panico, scoraggiavano ulteriormente l’invio di aiuti da parte delle comunità vicine 79, come avvenne a Taormina nel 1079 80, a Siracusa nel 1085 81 e ad Amalfi nel 1131 82. Le spedizioni marittime si moltiplicarono nel corso del XII secolo, soprattutto quando Ruggero II volle intraprendere la conquista del Nord Africa, sfruttando i dissidi interni tra i principi musulmani e la dipendenza di questi ultimi dai rifornimenti di grano siciliano. Con la conquista di Gerba 83, nel 1135, l’isola divenne un vero centro di pirateria normanno, da cui partivano gli attacchi e i saccheggi alle navi musulmane, guidati dall’ammiraglio Giorgio d’Antiochia, esperto delle coste d’Ifriqiya.

Giorgio d’Antiochia ai piedi della Vergine Maria, un gioiello architettonico che attira numerosi turisti per la sua bellezza e storia millenaria. Fondata nel 1143 da Giorgio di Antiochia, ammiraglio di Federico II, la chiesa è un esempio affascinante di stile arabo-normanno e presenta una struttura a croce greca con cupola e navate barocche aggiunte nel XVII secolo – credito foto Matthias Süßen Martorana Palermo msu2017-0167.jpg – Wikimedia Commons

Con la conquista di Tripoli, nel 1146, la flotta normanna, forte di 200 navi, si impadronì della città in tre giorni 84 e da quel momento in poi gli atti di pirateria cedettero il posto ad una politica di espansione più stabile e duratura, puntando al controllo sulle rotte commerciali musulmane. Infatti, con lo sbarco e conquista di Mahdia, nel 1148, la dominazione normanna in Africa raggiunse la sua massima estensione e Ruggero II divenne anche signore del mare, tanto che «tutta l’Africa tremava davanti a lui» 85.
Giovanni Coppola

Il presente studio di Giovanni Coppola è tratto da “Il potere dell’arte nel Medioevo – Studi in onore di Mario D’Onofrio” a cura di Manuela Gianandrea, Francesco Gangemi e Carlo Costantini

Note
68 Cfr. A. A. Settia, Gli strumenti e la tattica della conquista, in I caratteri originari della conquista normanna. Diversità e identità nel Mezzogiorno (1030-1130), Atti delle XVI Giornate normanno-sveve (Bari, 5-8 ottobre 2004), a cura di G. Musca, Bari 2006, pp. 109-150, in particolare p. 140.
69 Una volta raggiunta la sponda siciliana, i Normanni rispedirono indietro le imbarcazioni. Cfr. Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 10, p. 32; Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, V, 15, p. 236.
70 Ivi, VI, 13, pp. 275-276; Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 45, pp. 52-53; Guglielmo di Puglia, La geste…, III, vv. 187-204, p. 174; Romualdo Guarna, Romualdi Salernitani Chronicon…, p. 188.
71 Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, V, 15, p. 248-255; Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 40, pp. 48-49; Guglielmo di Puglia, La geste…, II, vv. 522-528, p. 160; Lupus Protospatarius, Ignoti civis…, 1, V, p. 153.
72 Goffredo Malaterra, a differenza di Guglielmo di Puglia e di Amato di Montecassino, afferma che la flotta normanna era capitanata da Ruggero, venuto in soccorso del fratello. Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 43, p. 50; Guglielmo di Puglia, La geste…, III, vv. 111-141, pp. 170; Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, V, 27, pp. 248-250.
73 Guglielmo di Puglia, La geste…, III, vv. 136-137, pp. 170.
74 Ivi, III, vv. 235- 236, p. 176.
75 Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, II, 36, pp. 46-47; Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, VI, 13-17, pp. 275-278; Guglielmo di Puglia, La geste…, III, vv. 225-254, pp. 176-178: Le galee musulmane coperte di feltri rossi e gialli evocherebbero i versi del poeta siciliano Ibn Hamdis (1053-1133). Cfr. Biblioteca arabo-sicula…, III, 2, p. 355.
76 Ai successi già citati, seguirono altri vittoriosi assedi anfibi, tra cui quello di Salerno nel 1076, di Taormina nel 1079, di Bari nel 1129, di Amalfi nel 1131 e di Napoli nel 1137. Per Salerno: Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, III, 4, pp. 58-59; Amato di Montecassino, Storia de’ Normanni…, VIII, 14, p. 354; Guglielmo di Puglia, La geste…, III, vv. 425-441, pp. 186-188. Per Taormina: Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, III, 15. Per Bari: Romualdo Guarna, Romualdi Salernitani Chronicon…, p. 216. Per Amalfi: Alessandro di Telese, Alexandri Telesini abbatis…, II, 8-9, p. 27. Per Napoli: Falcone di Benevento, Chronicon Beneventanum, a cura di E. D’Angelo, Firenze 1998, 1134.2.1, p. 169.
77 Tangheroni, Commercio e navigazione…, pp. 198-199.
78 Bragadin, Le navi…, p. 396.
79 Nell’assedio di Trapani, del 1076, è ricordato un raid per fare bottino di bestiame: Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, III, 11, p. 63.
80 Goffredo Malaterra, De rebus gestis…, III, 15, p. 66: «Comes, Tauromenium obsidens, viginti duobus castellis vallavit […] et navalibus copiis a procinctu maris cingens, ut nullo la- tere pateret aditus ad castrum [Tauromenii], volentibus hostibus aliquid intoducendi vel educendi».
81 Ivi, IV, 2, pp. 85-86; Rogers, Latin Siege Warfare…, p. 99.
82 Alessandro di Telese, Alexandri Telesini abbatis…, II, 9, p. 27.
83 Ibn Abi Dinar, Biblioteca arabo-sicula, raccolta da M. Amari, III, Palermo 1998, pp. 661- 662; Ibn El Athir, Biblioteca arabo-sicula…, II, p. 364. Per il quadro storico generale si veda: Chalandon, Storia della dominazione…, II, 4, pp. 178-187.
84 At Tigani, Biblioteca arabo-sicula…, II, p. 496-497; Ibn Abi Dinar, Biblioteca arabo-sicu- la…, II, p. 293.
85 Ibn Abi Dinar, Biblioteca arabo-sicula…, III, pp. 659-661

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