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livello elementare
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ARGOMENTO: BIOLOGIA MARINA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Ecologia, Mediterraneo
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Il coralligeno rappresenta uno degli ecosistemi più affascinanti e complessi del Mediterraneo. È una vera e propria “città sommersa”, costruita lentamente nel corso dei secoli dall’accumulo di strutture calcaree prodotte soprattutto da alghe rosse incrostanti, alle quali si associano spugne, briozoi, coralli molli, gorgonie e una straordinaria varietà di organismi sessili. A differenza delle praterie di Posidonia oceanica, il coralligeno non è dominato da una singola specie, ma nasce dall’interazione di decine di organismi che cooperano, competono e si sovrappongono nello spazio, dando origine a una delle massime espressioni di biodiversità del nostro mare. Questo habitat si sviluppa prevalentemente in condizioni di luce attenuata, generalmente al di sotto del limite inferiore delle praterie di fanerogame marine, su substrati duri e stabili. Qui la crescita è estremamente lenta: pochi millimetri all’anno. Questa caratteristica rende il coralligeno particolarmente prezioso, ma anche estremamente vulnerabile. Un danno che avviene in pochi minuti può richiedere decenni, se non secoli, per essere recuperato.

Negli ultimi decenni, il coralligeno è stato sottoposto a una crescente pressione antropica. Attività come la pesca a strascico illegale, l’ancoraggio su fondali profondi, la sedimentazione eccessiva legata a lavori costieri e il peggioramento della qualità delle acque hanno contribuito a degradare molte formazioni coralligene. Tuttavia, come per altri habitat marini, a queste pressioni locali si è aggiunto un fattore globale che sta rapidamente diventando dominante: il cambiamento climatico. Uno degli effetti più evidenti del riscaldamento del Mediterraneo sul coralligeno è l’aumento della frequenza e dell’intensità delle anomalie termiche. Le ondate di calore marine, che fino a pochi decenni fa erano eventi rari, sono oggi sempre più comuni e persistenti. Questi episodi hanno provocato fenomeni di mortalità di massa in diversi organismi chiave del coralligeno, in particolare nelle gorgonie e in altri invertebrati sessili a crescita lenta. Le immagini di rami sbiancati, tessuti necrotici e colonie collassate sono diventate tristemente familiari ai ricercatori che monitorano questi ambienti. La perdita di specie strutturanti ha conseguenze che vanno ben oltre la singola colonia. Le gorgonie, ad esempio, non sono semplici abitanti del coralligeno, ma veri e propri ingegneri dell’ecosistema. La loro struttura tridimensionale crea microhabitat, aumenta la complessità spaziale e favorisce la presenza di numerose specie associate. Quando queste strutture vengono meno, l’intero sistema perde stabilità, diventando più semplice, più omogeneo e, di conseguenza, più vulnerabile a ulteriori disturbi.

Un altro aspetto critico riguarda il ruolo della sedimentazione
In un Mediterraneo sempre più urbanizzato, l’aumento del carico di sedimenti fini può soffocare le superfici incrostanti e alterare l’equilibrio tra organismi costruttori e organismi opportunisti. In condizioni di stress termico, questa pressione aggiuntiva può rappresentare il fattore che determina il collasso locale del sistema. Il coralligeno, infatti, vive in un equilibrio delicato tra crescita e erosione, e qualsiasi elemento che alteri questo bilancio può avere effetti duraturi. Nonostante questo quadro preoccupante, il coralligeno non è un ecosistema statico né privo di capacità di risposta. Studi recenti mostrano che alcune formazioni presentano una sorprendente eterogeneità nella risposta agli stress climatici. In determinate aree, le comunità coralligene hanno mostrato una maggiore resistenza alle anomalie termiche, suggerendo che fattori locali come la circolazione idrica, la profondità, l’esposizione e la storia ambientale del sito giocano un ruolo fondamentale nel determinare la vulnerabilità.
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In questo contesto, il concetto di resilienza assume un significato centrale
La resilienza del coralligeno non consiste in una rapida capacità di recupero, come avviene in ecosistemi a crescita veloce, ma nella possibilità di mantenere le proprie funzioni ecologiche nonostante le perturbazioni. Anche quando alcune specie subiscono perdite, la presenza di una comunità diversificata può consentire al sistema di continuare a svolgere il proprio ruolo, almeno fino a una certa soglia di stress.

Negli ultimi anni, le tecniche di studio del coralligeno si sono evolute profondamente. L’uso della fotogrammetria subacquea e dei modelli tridimensionali consente oggi di analizzare con grande precisione la struttura spaziale dell’habitat, monitorando nel tempo cambiamenti anche sottili nella complessità e nella copertura. Questi approcci permettono di superare la semplice descrizione visiva e di quantificare in modo oggettivo il degrado o la stabilità delle formazioni coralligene, offrendo strumenti fondamentali per la gestione e la conservazione. La protezione del coralligeno passa inevitabilmente attraverso una riduzione delle pressioni locali. Limitare le attività distruttive, migliorare la qualità delle acque e regolamentare l’uso del mare in prossimità di questi habitat rappresenta la prima linea di difesa. In un mare che si riscalda, ridurre lo stress locale può fare la differenza tra un ecosistema capace di resistere e uno destinato al collasso.

Il coralligeno è uno dei simboli più potenti della ricchezza biologica del Mediterraneo. La sua conservazione non riguarda solo la tutela della biodiversità, ma anche la salvaguardia di un patrimonio naturale che racconta la storia geologica e biologica del nostro mare. In un’epoca di cambiamenti rapidi e spesso imprevedibili, comprendere e proteggere queste “città sommerse” significa investire nella resilienza complessiva degli ecosistemi marini mediterranei.
Pietro Cimmino
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photo credit @andrea mucedola
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