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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Classiari
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Nell’analizzare le varie sfaccettature del ruolo effettivamente rivestito dai classiari nella storia dell’impero romano, occorre anche considerare la loro valenza come strumento strategico, politico, “pretorio” e di sicurezza.
Ruolo strategico
Per valutare quale possa essere stato il ruolo strategico dei classiari dobbiamo riferirci alla strategia imperiale o, meglio ancora, alla grande strategia dell’Impero romano. Questa grande strategia è riconoscibile dalla continuità dei criteri seguiti dai successivi imperatori nell’impiego delle risorse militari, diplomatiche ed economiche per garantire la difesa e la sicurezza dell’Impero, nonché per allargare l’orizzonte degli interessi geopolitici romani, l’area di controllo, la zona d’influenza e i traffici marittimi di Roma, a beneficio del prestigio dell’Impero e del benessere delle relative popolazioni. Limitandoci – in questo studio – alla sfera militare, dobbiamo innanzi tutto tener presente che, a livello strategico, ogni distinzione fra guerra terrestre e guerra navale e marittima risulta irrilevante.

D’altronde, ai fini della difesa dei confini e della sicurezza interna, le esigenze militari richiedevano molto frequentemente l’impiego coordinato di forze terrestri e di forze marittime. Questi impegni, inoltre, potevano richiedere un uso della forza con intensità estremamente variabile a seconda della minaccia in atto. Ciò in quanto l’Impero beneficiava normalmente della Pax Augusta, una condizione che presentava diverse analogie con la situazione odierna, ovvero una pace che non escludeva l’insorgere di situazioni di crisi o di conflitto locale in aree periferiche. I Romani, pertanto, si trovavano spesso a dover fronteggiare quel tipo di minacce che oggigiorno vengono chiamate “asimmetriche”, ovvero alquanto più deboli della complessiva potenza romana, ma comunque insidiose e pericolose se non contrastate tempestivamente. In tale contesto le due direttrici strategiche da perseguire, entrambe di primaria rilevanza, erano: da un lato, la prevenzione delle crisi, attraverso azioni perlopiù indipendenti dell’esercito e delle flotte, queste ultime soprattutto per la vigilanza in mare a tutela della sicurezza della navigazione, ma anche per operazioni di dissuasione, persuasione e “diplomazia navale”; dall’altro lato, l’intervento nelle crisi, mediante un potenziamento delle operazioni navali per assicurare il dominio del mare e, quasi sempre, di operazioni congiunte con l’esercito per la proiezione di forza dal mare – o dai grandi fiumi – ovunque necessario. Abbiamo già visto che, fra questi ultimi interventi, spiccavano per la loro entità e complessità le operazioni che abbiamo chiamato spedizionali (expeditionary).
Sotto il profilo strategico è pertanto evidente che la disponibilità di una forza combattente imbarcata, capace di imporsi per mare su chiunque e di proiettarsi sulla costa per effettuarvi rapide incursioni o sbarchi anfibi su larga scala, ha rappresentato un vantaggio estremamente prezioso e insostituibile per il controllo delle crisi su qualsiasi sponda marittima dell’Impero, così come su quelle dei grandi fiumi. Tale valutazione permane del tutto valida, a maggior ragione, anche nei casi in cui la crisi sia sfociata in un conflitto aperto. L’importanza dei classiari impiegati in missioni belliche, inevitabilmente rischiose, traspare anche da un’interessante considerazione formulata da Plinio il Vecchio, che si conferma anche in questo caso un ammiraglio sorprendentemente empatico e moderno, per la preoccupazione che nutrì per il morale dei combattenti a bordo delle navi da guerra. Egli scrisse infatti che quelle unità navali, essendo destinate a trovarsi esposte al pericolo, venivano dipinte internamente con i raffinati colori della pittura ad encausto, perché «piace che coloro che vanno a combattere fino a rischiare la morte o a versare il proprio sangue, viaggino nell’eleganza».
Ruolo politico
Una delle caratteristiche salienti dei classiari era la loro assoluta fedeltà all’imperatore in carica, a differenza dei legionari e dei pretoriani, che spesso si sono sentiti arbitri della fortuna o della disgrazia dei pretendenti al soglio imperiale. La diversità di atteggiamento deriva in parte dal titolo stesso di imperator, che era stato conferito a Cesare e ad Augusto in modo permanente, ma che era in origine attribuito ai generali vittoriosi per acclamazione (salutatio imperatoria) solo dalle legioni. La differente mentalità dei classiari rispetto ai pretoriani è stata invece spiegata con le loro diverse radici: mentre i pretoriani provenivano perlopiù dall’Italia e sostenevano il casato imperiale con spirito di clientes, pur considerando altre opzioni non meno valide, i classiari, essendo in maggioranza forestieri e avendo pochi contatti con l’esterno si sentivano legati personalmente soltanto al loro imperatore.

Essi si trovarono per la prima volta nella necessità di scegliere, nei giorni immediatamente successivi all’assassinio del giovane imperatore Gaio (Caligola), quando i pretoriani giurarono fedeltà a Claudio, che, trovato “casualmente” nel palazzo imperiale e portato nei Castra Praetoria, aveva promesso generose elargizioni di denaro agli stessi pretoriani e a tutti gli altri militari, ovunque si trovassero (598). Nello stesso comprensorio delle caserme dei pretoriani rientrarono poi anche i classiari in servizio a Roma (599), insieme ad altri armati. Il giorno dopo, fra i vari emissari dei consoli e del Senato inviati al Castro Pretorio, giunse anche Cassio Cherea, il congiurato che, d’intesa con i senatori, aveva personalmente ucciso Gaio. L’atteggiamento sprezzante di Cherea, che li sfidava a portargli la testa di Claudio, indusse i classiari, e gli altri militari ancora indecisi, ad impugnare le spade e a giurare anch’essi fedeltà allo zio di Gaio. Rimasto senza difese, il Senato si rassegnò a convalidare la nomina del nuovo imperatore.

Abbiamo già avuto occasione di riscontrare la fedeltà dei classiari verso Nerone. Una forte dimostrazione in tal senso l’aveva data anche il comandante di una nave della flotta di Miseno, Volusio Proculo, che, sebbene deluso per non aver ricevuto la promozione che presumeva meritare, non esitò ad avvertire l’imperatore della vasta congiura ordita contro di lui da Pisone, unitamente ad una quarantina abbondante di personalità di rilievo – civili e militari – intenzionate a sopprimere lo stesso Nerone. Quest’ultimo ne aveva a sua volta tratto quel sentimento di massima fiducia nei classiari, inducendolo poi ad avvalersi di loro per costituire la sua legio classica, che venne successivamente decimata da Galba.
Fu effettivamente nel travagliato anno delle guerre di successione che si susseguirono dopo la morte di Nerone – anno 69, o “dei quattro imperatori” – che si rese più evidente il costante orientamento mentale dei classiari nel segno del rispetto del proprio giuramento di fedeltà all’imperatore. Mentre i pretoriani nell’Urbe e le legioni schierate in province remote hanno tramato per creare un proprio nuovo imperatore da opporre a quello in carica, i classiari di entrambe le flotte d’Italia si sono prevalentemente mostrati propensi a considerare usurpatori Galba e Vitellio: il primo perché si era contrapposto a Nerone, cui essi avevano giurato fedeltà; il secondo perché si era schierato contro Otone, che agiva nel segno della continuità con Nerone. Vespasiano, essendosi a sua volta presentato come oppositore di Vitellio, ha potuto ampiamente beneficiare della posizione anti-vitelliana assunta da entrambe le flotte maggiori (605), così come dalle due legioni di classiari (I e II legione Adiutrice). L’efficacia risolutiva dei contributi forniti da tali forze alla vittoria di Vespasiano è stata ampiamente riconosciuta dagli studiosi della nostra epoca (606), così come non poteva essere sfuggita alla valutazione dei contemporanei, ad iniziare dallo stesso imperatore. Ne abbiamo una conferma dall’attenzione manifestata da Vespasiano nella nomina, a comandante in capo della flotta Misenense, di una persona di non comune spessore quale era Plinio il Vecchio, e dall’analoga cura posta dai successivi imperatori nel selezionare i titolari degli alti comandi navali. D’altronde gli avvenimenti avevano evidenziato che l’orientamento assunto dalle forze marittime nelle situazioni di turbolenza politica era sempre stato coerente con la radicata fedeltà all’imperatore in carica da parte dei classiari. Questi ultimi non andavano dunque blanditi per scongiurare ipotetici rischi di sedizioni, ma semplicemente curati per mantenerne alto il morale. In definitiva, il ruolo politico dei classiari non era soggetto a pericolose tentazioni eversive, come accadeva presso le legioni e fra i pretoriani, ma si configurava piuttosto come un fattore di stabilità.
Domenico Carro
estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso
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