Il vestiario dei classiari

Domenico Carro

23 Febbraio 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Classiari, flotta, personale
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L’aspetto esteriore dei classiari, e in particolare il loro abbigliamento e armamento individuale, ci è abbastanza noto da vari bassorilievi – presenti su monumenti celebrativi o associati ad epigrafi funerarie –, oltre che da altri reperti archeologici e da qualche accenno nelle fonti letterarie. Le informazioni di cui disponiamo delineano l’abbigliamento utilizzato dai classiari delle flotte che operavano nelle acque del Mediterraneo e anche sul basso Danubio (grazie alle scene navali rappresentate sulla Colonna Traiana), ma dobbiamo presumere che non vi fosse una assoluta uniformità fra tale vestiario e quello in uso presso le forze navali schierate in aree dal clima più rigido, come la classis Britannica e la classis Germanica. Inoltre, non vi poteva essere una tenuta unica, buona per tutte le occasioni, ma varie tenute: perlomeno una per il combattimento e una per il normale servizio di tutti i giorni.

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Quest’ultima risulta quella più frequentemente rappresentata sui bassorilievi associati ad epitaffi dedicati a classiari defunti. L’abbigliamento più comune risulta sobrio e funzionale: una semplice tunica, cui veniva sovrapposto un mantello: la paenula o il sagum. A partire dal II secolo, come si vede sulla Colonna Traiana (vedi dettaglio in alto), i classiari utilizzarono anche le bracae, come già accadeva presso l’esercito. Ai piedi, infine, essi adoperarono sia le caligae, sia i calcei. Esaminiamo di seguito i predetti capi d’abbigliamento e calzature. La tunica poteva essere di lana oppure di lino, senza maniche, con maniche corte o con maniche lunghe ed era corta, giungendo fino alle ginocchia. Essa veniva normalmente stretta in vita mediante una cintura o un cordone. Poteva tuttavia essere portata meno stretta laddove l’indumento eccessivamente aderente fosse risultato d’impaccio nello svolgimento della propria attività. La tunica senza maniche poteva anche essere indossata lasciando la spalla destra scoperta, quando veniva richiesto uno sforzo intenso, dando allora per scontato il prevalente impegno del braccio destro. Una nota immagine di classiario vestito con la sola tunica è quella del faber navalis Publio Longidieno, della flotta di Ravenna, effigiato in bassorilievo (sul monumento funebre che egli stesso volle erigere) mentre svolge il proprio lavoro rifinendo con una dolabra una costola per una nave in costruzione.

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Per lo stesso motivo i mantelli venivano fermati con una fibula, alla gola o sulla spalla, lasciando che si aprissero sul lato destro. Indossandoli completamente aperti, essi potevano essere arrotolati intorno alle spalle per assicurare la massima libertà di movimento ad entrambe le braccia, come si vede sulla Colonna Traiana per dei rematori e un gubernator.
Entrambi i mantelli utilizzati dai classiari – la paenula e il sagum – erano di lana, coprivano fino alle anche e differivano per la forma: il sagum era più semplice trattandosi di un mero rettangolo, mentre la paenula poteva essere semi-circolare, circolare od ovale, era aperta sul davanti ed era talvolta munita di cappuccio. Per essa veniva utilizzata la lana dell’Apulia, proveniente dai dintorni di Taranto e Canosa. Fra i classiari rappresentati sui loro epitaffi con tunica e paenula, vi sono Marco Giulio Sabiniano della flotta Misenense, Gaio Licinio Romolo imbarcato sulla trireme Ercole della flotta Ravennate, un ignoto della stessa flotta e il centurione Gaio Emilio Severo – della trireme Ercole (presumibilmente anch’essa della flotta di Ravenna) – che tiene con la mano destra la vitis, il nodoso bastone di vite simbolo del suo grado.
Le brache (bracae) erano dei pantaloni piuttosto stretti e più corti della gamba: giungevano poco sotto al ginocchio, al polpaccio – come l’odierno “pinocchietto” –, come si vede in molte scene della Colonna Traiana ove sono rappresentati classiari e altri soldati. Vennero chiamati anche feminalia, non perché fossero indossati anche dalle ragazze, ma perché coprivano il femore. Utilizzati in origine dai Galli e da altri popoli di regioni fredde (ad esempio: Sarmati, Britanni e Armeni), furono adottati anche dai Romani, prima singolarmente – come fecero Augusto e altri – poi per le spedizioni militari che dovevano affrontare un clima rigido. Oltre che sui raffinati bassorilievi della Colonna Traiana, la presenza di brache risulta visibile, sia pure in modo poco netto, sulla più rozza immagine del III secolo rinvenuta a Tessalonica e relativa al classiario Tito Flavio Sabestiano imbarcato sulla trireme Vittoria della flotta pretoria Misenense.

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Caliga, sandalo da soldato romano del I secolo d.C., Landes museum, Magonza
Caliga Vatikanische Museen.jpg – Wikimedia Commons

I due tipi di calzature – caligae e calcei – utilizzate dai classiari erano presumibilmente legati al tipo di servizio svolto. È peraltro possibile che per certe attività svolte a bordo i classiari fossero abituati a lavorare scalzi, come hanno fatto i marinai in tutte le epoche. La caliga era la tipica calzatura militare, costituita da una robusta suola chiodata allacciata al piede e alla caviglia da un articolato insieme di strisce e stringhe di cuoio. Venne utilizzata dai classiari (come dall’esercito) fino al grado di centurione; essa compare sulle loro raffigurazioni in bassorilievo perlomeno nei primi tre secoli. Essa rimase celebre per aver dato il suo nome al giovane Gaio, terzo imperatore di Roma. I calcei erano invece delle calzature completamente chiuse, la cui foggia ricorda vagamente quella delle odierne scarpe “polacchine”. Il loro utilizzo da parte dei classiari di Miseno risulta confermato da Svetonio, che riferì la loro richiesta a Vespasiano di un’indennità per il consumo dei calcei a causa della ricorrente necessità di recarsi a piedi, per servizio, da Pozzuoli o da Ostia a Roma. Quella pur motivata richiesta, peraltro, si ritorse contro di loro.

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Statua in bronzo dell’imperatore romano Tiberio con la testa velata (capite velato) che si prepara a celebrare un rito religioso, rinvenuta nel teatro di Ercolano 37 d.C. MANN INV 5615 Sebbene non visibile in questa immagine, Tiberio, in qualità di pontefice massimo, indossa un anello sulla mano sinistra decorato con un lituo, il bastone intagliato usato dagli auguri per interpretare la volontà degli dei. Indossa anche i caratteristici calceus mulleus, stivali riservati solo ai più alti magistrati. La statua è stata prestata dal Museo archeologico nazionale di Napoli alla Getty Villa a Pacific Palisades, California – Data 37 d.C. – Autore Mary Harrsch
Bronze statue of the Roman emperor Tiberius with head veiled (capite velato) preparing to perform a religious rite found in the theater in Herculaneum . (cropped to calcei, boots).jpg – Wikimedia Commons

Per concludere questa parte relativa al vestiario, rimane da individuare quali possano essere stati i colori degli abiti dei classiari, visto che ne conosciamo l’aspetto perlopiù da marmi chiari scolpiti in bassorilievo. Le sole fonti romane che accennino specificamente al colore delle vesti dei marinai sono Plauto, che in epoca repubblicana parla di un color ferrigno (ferrugineum) ovvero grigio-ferro (ma non è detto che si riferisca agli equipaggi militari), e Vegezio, che nel tardo impero attribuisce il color azzurro (venetus), simile a quello dei flutti marini, al personale imbarcato sulle piccole unità da esplorazione (exploratoriae naves, a dieci remi per lato), anch’esse integralmente dipinte dello stesso colore, per essere renderne più difficile l’avvistamento dal nemico, sia di giorno che di notte.

Non è molto, ma se ne può desumere una perdurante tendenza a preferire le tonalità scure del colore del mare. L’azzurro delle acque marine esercitò inoltre un fascino particolarmente intenso nell’epoca tardorepubblicana e al sorgere dell’impero. Lo si vide innanzi tutto da Sesto Pompeo che, esaltato dai propri successi navali quando nessuno era ancora in grado di contrastarlo efficacemente, convinto di essere imbattibile sul mare come lo era stato suo padre, si autoproclamò figlio di Nettuno e cambiò il proprio paludamento dal tradizionale color porpora indossando in sua vece un manto azzurro (cyanea veste), come quello del dio. Lo stesso colore venne poi prescelto da Ottaviano Augusto per rendere omaggio al suo eccezionale ammiraglio e amico Marco Agrippa, vincitore sia nelle acque di Nauloco (contro la flotta di Sesto Pompeo) sia in quelle di Azio: proprio in occasione del trionfo aziaco gli donò l’insegna del vessillo azzurro (caeruleum vexillum), che, come già detto, attribuiva permanentemente allo stesso Agrippa il prestigio dell’imperium maris. In considerazione di tali premesse e della testimonianza di Vegezio, gli studiosi sono generalmente concordi nel ritenere che i classiari utilizzassero del vestiario di colore uniforme, di una gradazione lievemente scura entro la gamma dell’azzurro. È peraltro possibile che certe categorie o certi gradi indossassero abiti di colore diverso, come si vede su qualche mosaico policromo con soldati di terra e da tracce di pittura rossa su alcuni bassorilievi classiari.

Domenico Carro
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estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso

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