livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Archeologia delle acque
La Liburne
Cessata, dunque, la pirateria nel Tirreno e nello Ionio, riprese però quella nel mare Adriatico ad opera degli Illiri [48]. L’anno successivo, pertanto, Ottaviano condusse una spedizione contro costoro, portando nelle acque della Dalmazia la flotta vittoriosa comandata da Marco Agrippa. Nel corso di questa guerra Dalmatica (35-33 a.C.), l’ammiraglio romano portò a termine con la consueta determinazione diverse operazioni marittime. Ad esempio, mise a ferro e fuoco le isole di Curzola e Melida, covi di efferati pirati, sconfisse nel golfo del Quarnaro i Liburni [49], rei anch’essi di pirateria, e sottopose al blocco navale le coste della Dalmazia fino alla completa accettazione della pace [50].
Fu nell’ambito delle predette azioni che Agrippa catturò tutte le navi rostrate utilizzate dai Liburni. Le interessanti caratteristiche delle navi prodotte nell’alto Adriatico erano già note ai Romani [51], ma quando l’ammiraglio romano poté verificare di persona le brillanti prestazioni delle unità catturate, egli decise di immetterle senz’altro nella sua flotta, ad integrazione delle altre poliremi in linea.
Le veloci liburne diedero concreta prova delle loro qualità nautiche ed operative nel corso della successiva guerra Aziaca (32-31 a.C.), inquadrate nella grande forza navale comandata da Marco Agrippa, sotto la supervisione di Ottaviano. Fra i comandanti subordinati, responsabili dei vari reparti in cui si articolava la formazioni navale romana, vi dovrebbe essere stato anche Mecenate, che risulta aver navigato proprio sulle liburne [52], passando velocemente fra le navi maggiori per ispezionarne la situazione e, verosimilmente, per assolvere un compito di collegamento. Inoltre, quando la flotta di Cleopatra prese la fuga, imitata dalla quinquereme del suo sposo, sulle unità sottili che furono mandate da Agrippa all’inseguimento, vi fu molto probabilmente lo stesso Mecenate, anche se non a bordo dell’unità che giunse effettivamente a contatto con le navi egizie [53].

Lo straordinario valore epocale della vittoria navale di Azio (2 settembre 31 a.C.), che rese possibile l’instaurazione della pace augustea, favorì anche l’esaltazione oltre misura del contributo, indubbiamente valido, fornito dalle liburne in quelle acque, tanto che nel tardo Impero si pensò che esse avessero eclissato tutte le navi preesistenti [54]. La diffusione delle liburne, peraltro, si accrebbe progressivamente a partire dall’epoca di Augusto, soprattutto nelle nuove flotte imperiali periferiche. In effetti, le loro limitate dimensioni unitamente alle loro eccellenti prestazioni nautiche le rendevano particolarmente idonee ai compiti di pattugliamento, marittimo o fluviale, tipici del tempo di pace. Nel basso Impero, pertanto, il termine liburna finì col divenire sinonimo di nave da guerra romana.
Le navi speciali
Non bisogna tuttavia pensare che l’inventiva dei fabri navales romani si fosse ottusa in seguito all’adozione del modello delle liburne nelle flotte imperiali. Continuarono invece, senza interruzioni, sia la ricerca delle possibili migliorie tecnologiche alle costruzioni navali, sia lo studio delle innovazioni da adottare a fronte di problemi di nuovo tipo. Se ne danno di seguito tre brevi esempi.

Le navi oceaniche di Germanico
Quando il giovane e promettente Germanico venne inviato da Augusto al comando delle forze romane sul Reno (14 d.C.), egli poté inizialmente avvalersi della flotta romana trovata in loco [55]. Volendo però avviare una vasta offensiva verso il fiume Elba, per alleggerire la pressione dei Germani sul Reno, egli decise la costruzione di una nuova flotta di mille navi di diverse tipologie, che egli fece progettare ad hoc sulla base dei requisiti da lui stesso prestabiliti. Con queste unità, ottimizzate per le navigazioni oceaniche ma anche per manovre sui fiumi ed il trasporto di macchine belliche, cavalli e viveri [56], egli poté condurre la sua ardita operazione, navigando sull’Oceano fino alla foce del fiume Amisia e sbaragliando i Germani [57].
Le navi per la costruzione di ponti
Fra le varie spedizioni belliche compiute durante l’Impero con impiego di navi sui grandi fiumi, quelle più ricorrenti furono quelle sull’Eufrate [58]; fra queste ultime, quella meglio documentata fu quella condotta da Giuliano, l’imperatore filosofo, che affrontò la guerra contro i Persiani (363 d.C.) con una forza navale decisamente imponente. Essa includeva 1000 onerarie, 50 navi da guerra e 50 unità navali specificamente destinate alla costruzione di ponti. Si trattava di navi di grande stazza, già predisposte per realizzare in breve tempo quei ponti di navi utilizzati dalle legioni per attraversare i grandi fiumi [59]. Questo tipo di unità doveva in effetti essere già stato ideato molto prima, ed incluso in molte precedenti analoghe operazioni romane, anche sul Reno e sul Danubio [60].
La “liburna invincibile”
Un’indicazione della perdurante inventiva dei Romani nelle costruzioni navali ci è fornita da un singolare progetto illustrato intorno al IV sec. d.C. [61] dall’anonimo autore del trattato “De Rebus Bellicis”. Si tratta di una liburna con propulsione a ruote, che avrebbe dovuto sfruttare l’energia di coppie di buoi aggiogati come per il funzionamento delle grandi macine [62]. Questa unità, per la sua maggiore potenza, avrebbe dovuto prevalere con facilità su qualsiasi nave da guerra nemica [63].
Domenico Carro

Note
[48] La propensione degli Illiri per la pirateria era da tempo nota ai Romani che, due secoli prima, avevano condotto la prima guerra Illirica (229-228 a.C.) – prima vittoriosa proiezione delle forze romane oltremare – proprio per reagire ai soprusi inflitti dai pirati ai marittimi romani ed italici. Le navi utilizzate dagli Illiri in quel conflitto ed in quelli che seguirono (220-219 e 168 a.C.) erano soprattutto i lembi, piccole unità molto veloci e manovriere, particolarmente adatte agli agguati ed alle incursioni fra le isole della Dalmazia.
[49] Il porto principale dei Liburni era Senia (odierna Segna, in croato Senj).
[50] Liv. per. 131-132; App. Ill. 16-28; Cass. Dio 49, 38.
[51] Una flotta liburnica era stata utilizzata dai partigiani di Pompeo durante la guerra Farsalica e nel tormentato strascico marittimo della guerra civile.
Inoltre, sappiamo che i Romani avevano già avuto notizia anche di certi natanti arcaici chiamati serilia, che il grammatico Quinto Verrio Flacco (I sec. a.C. – I sec. d.C.) descrive come “navicelle dell’Istria e della Liburnia tenute insieme dal lino e dallo sparto, ed il cui nome deriva dal fatto che sono intrecciate [conserendo] e tessute insieme” (Fest. P509 Th). Dall’analisi di due relitti del III-II sec. a.C. recuperati nel 1979 e 1987 nelle acque dalmate prossime al porto di Enona (in croato Nin) e conservati a Zara, si è valutato che queste serilia fossero delle specie di lance a vela lunghe fino a 8 m, larghe 2,5 – 3 m, e con un pescaggio di 0,4 m. I vari corsi del fasciame risultano cuciti tra loro con cavi passati ad elica nella serie di fori praticati lungo i bordi delle tavole stesse.
[52] Hor. epod. 1, 1; Ps. Acro. epod. 1, 1;
[53] Eleg. Maec. 1, 45-48; Plut. Ant., 67.
[54] Veg., mil. 4, 33. In pratica, Flavio Renato Vegezio, che scrisse verosimilmente nelle prime decadi del V sec. d.C., si mostra convinto che gli imperatori romani avessero iniziato a costruire le loro flotte adottando il modello delle navi dei Liburni perché la battaglia navale d’Azio aveva dimostrato la superiorità di tali unità rispetto a tutte le altre. In realtà le poliremi più grandi delle liburne rimasero in linea ancora a lungo anche in epoca imperiale, perlomeno nelle due maggiori flotte romane, quella di Miseno e quella di Ravenna.
[55] Quella flotta era stata costituita da Druso (figlio di Livia, moglie di Augusto) nel 12 a.C. e potenziata da suo fratello Tiberio nel 4-5 d.C.; entrambi l’avevano usata sia per scopi bellici che per compiere delle memorabili navigazioni esplorative nel mare del Nord. Giulio Cesare Germanico era figlio di Druso e figlio adottivo di Tiberio.
[56] Tac. ann. 2, 6
[57] Quella felicissima operazione venne purtroppo funestata da gravi perdite subite nella navigazione di ritorno a causa di una violenta tempesta. Germanico seppe però reagire ottimamente, contenendo i danni con una immediata operazione di soccorso ed infliggendo poi al nemico un’ulteriore sconfitta.
[58] L’Eufrate era utilizzato quale rapida via di penetrazione dei Romani dal Mediterraneo verso la Mesopotamia, che era contesa con i Parti, in un primo tempo, e poi con i Persiani.
[59] Amm. 23, 3, 9; Zos. 3, 13.
[60] Oltre a quanto desumibile dalle fonti letterarie, basterebbero gli splendidi bassorilievi della colonna Traiana e di quella Antonina per comprendere quale fosse l’aspetto di questi ponti di navi, nonostante la prospettiva inversa e le falsate proporzioni fra uomini e unità navali. Quando dovevano realizzare un ponte di navi su di un grande corso d’acqua, come il Reno, il Danubio o l’Eufrate, i Romani utilizzavano un collaudatissimo procedimento che sfruttava la stessa corrente del fiume per posizionare le singole navi in rapida successione, di modo che a fine manovra esse risultassero tutte ancorate con la prora contro corrente, affiancate le une alle altre e perfettamente allineate (Arr. an. 5, 2; Cass. Dio 71, 3).
[61] Ci è pervenuta l’illustrazione del progetto sul “Codice Oxoniensis Canonicianus class. lat. mis. 378”, edito nel 1436. Tale rappresentazione viene ritenuta sostanzialmente fedele al disegno antico che, eseguito dall’autore stesso o sotto la sua direzione, illustrava l’edizione originale dell’opera.
[62] I Romani conoscevano da diversi secoli sia l’effetto delle ruote a pale nell’acqua, sia i meccanismi con trasmissione del moto mediante ruote dentate. Se ne ha un chiaro esempio nella descrizione vitruviana del misuratore delle miglia percorse in marei (Vitr. 10, 9).
[63] Com’è noto, l’evoluzione delle navi nel basso Impero non seguì il criterio della meccanizzazione. Il problema della difficoltà di reperimento degli equipaggi di rematori favorì invece la scelta di navi dotate di un minor numero di remi e di un maggior numero di alberi per le vele, come nei dromoni.
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