,
livello elementare
.
ARGOMENTO: EMERGENZE AMBIENTALI
PERIODO: ODIERNO
AREA: OVUNQUE
parole chiave: inquinamento, plastiche
L’età moderna è fautrice del progresso scientifico-tecnologico che ha portato all’invenzione di materiali sempre più innovativi. Tra essi, le materie plastiche ricoprono un ruolo di rilievo, sia da un punto di vista economico che ecologico.

Parkesine, 1937 circa
La loro storia nasce già nell’XIX secolo, quando Alexander Parkes brevettò il primo materiale plastico semi-sintetico, il Parkesine (più noto come Xylonite) a seguito di alcuni studi sul nitrato di cellulosa (1861-1862). Si trattava del primo tipo di celluloide utilizzato per la produzione di manici e scatole e per manufatti flessibili come i polsini ed i colletti delle camicie (www.corepla.it).
Oggigiorno la produzione mondiale di plastica è di oltre 300 milioni di tonnellate/anno.
Una quantità notevole superata solo da quella della carta che è di circa 330 milioni di tonnellate/anno. La sua produzione, in costante aumento negli ultimi 50 anni, ha fatto sì che venisse coniata l’espressione “Era della Plastica”, che viene applicata a tutta la seconda metà del Novecento.
Ad oggi esistono due grandi categorie di materie plastiche:
le termoplastiche e le termoindurenti.
Le materie termoplastiche acquistano malleabilità sotto l’azione del calore: possono essere riscaldate diverse volte per formare nuovi prodotti riciclabili ulteriormente. Al contrario, le plastiche termoindurenti possono essere fuse e plasmate ma una volta assunta una determinata forma restano solide e, diversamente dalle materie termoplastiche, non possono essere fuse nuovamente (www.plasticseurope.it).
Le materie plastiche più diffuse sul mercato dei prodotti di consumo sono:
– Il PE (polietilene): usato per la produzione di sacchetti, cassette, nastri adesivi, bottiglie, sacchi per la spazzatura, tubi, giocattoli, etc;
– Il PP (polipropilene): utilizzato per la produzione di oggetti per l’arredamento, contenitori per alimenti, flaconi per detersivi e prodotti per l’igiene personale, moquette, mobili da giardino, etc;
– Il PVC (cloruro di polivinile): impiegato per la produzione di vaschette per le uova, tubazioni e pellicole isolanti tanto che lo si trova anche tra i muri di casa, nelle porte, nelle finestre o nelle piastrelle e, addirittura, nelle vesti di carte di credito;
– Il PET (polietilentereftalato): utilizzato soprattutto per le bottiglie di bibite e di acqua minerale, ma anche per la produzione di fibre sintetiche;
– Il PS (polistirene, noto come polistirolo): usato per produrre vaschette per alimenti, posate, piatti, tappi, etc.
La plastica è uno dei materiali esistenti più versatili. Le sue particolari qualità, che comprendono grandi resistenza, versatilità e durevolezza, ci permettono di tenere stili di vita che altrimenti non sarebbero possibili. La plastica contribuisce altre sì in misura importante alla sicurezza della persona: basti pensare a quella impiegata nelle automobili, che fa diminuire il peso e rende possibile l’integrazione di caratteristiche di sicurezza supplementari integrate, come per esempio gli air bag. Le schiume di plastica forniscono il necessario assorbimento degli urti, da impiegarsi in dispositivi salva-vita come i caschi per bicicletta. Nella sanità moderna si impiegano prodotti di plastica in chirurgia, nei presidi sanitari, nei composti farmaceutici, nei sistemi di somministrazione di farmaco e negli imballaggi medicali (www.letstalkplastics.com).
Tutto bene? Non direi
Oltre ai suoi vantaggi industriali, tuttavia, la plastica presenta ingenti problemi di inquinamento a causa dalla sua dispersione attraverso i rifiuti urbani e nell’ambiente circostante. Ciò comporta un elevato danno paesaggistico oltre che situazioni di instabilità eco sistemica, soprattutto a causa della sua natura praticamente “indistruttibile” (www.whatischemistry.unina.it).
Negli Oceani, i rifiuti/detriti marini (marine debris/litter) sono caratterizzati in gran parte dalla presenza di microplastica che tartarughe marine e cetacei scambiano per meduse. L’ingestione è mortale e molti animali marini muoiono per asfissia.
Un pericolo crescente, anche se inizialmente sottovalutato, sono le plastic beads, dette anche lacrime di sirena (mermaids tears), piccole palline di plastica che vengono purtroppo rilasciate nell’ambiente terrestre durante la produzione delle materie plastiche. Simili alle uova dei pesci vengono ingerite da diversi organismi marini soffocandoli. Poiché spesso non vengono eliminate tramite i processi digestivi, queste perpetuano all’interno delle catene alimentari di tutti gli ecosistemi marini della Terra. L’inquinamento di materie plastiche in mare è difatti un fenomeno globale e persistente che ha causato la formazione di diverse isole di plastica nei vari oceani, le più grandi delle quali si trovano nell’Oceano Pacifico. Questa “grande chiazza di immondizia del Pacifico” è stata teorizzata per la prima volta dalla NOOA (National Oceanic and Atmospheric Administration – Amministrazione Nazionale per gli Oceani e l’Atmosfera) e comporta una serie di gravose conseguenze ecosistemiche (scripps.ucsd.edu) per cui è necessaria l’attuazione di un programma specifico che cerchi di arginare il problema:
http://marinedebris.noaa.gov/discover-issue.
Cosa possiamo fare?
– Incentivare i sistemi di raccolta differenziata, dal momento che le materie plastiche sono annoverate tra i rifiuti ad alta degradabilità (gestione-rifiuti.it), ma anche tra i materiali che possono essere riciclati sotto diverse forme: dalle bottiglie di PET è possibile creare dei maglioni in pile.
– Promuovere attività di riutilizzo creativo: dalle bottiglie di PET è possibile difatti ricavare diversi artefatti (www.siami.it; incredibilia.it)
– Promuovere campagne di raccolta dei rifiuti nella zone interne quanto lungo costa.
– Promuovere campagne di raccolta dei rifiuti in mare grazie alla collaborazione dei centri subacquei.
– Raccogliere la plastica che troviamo in mare e in spiaggia, durante le nostre attività ricreative.
– Evitare di utilizzare le buste di plastica e i prodotti “scrubbing” per il corpo (i quali contengono le micro perle di materiale plastico).
– Incentivare la nascita di start-up ingegneristiche che consentano l’ideazione di tecnologie non invasive atte alla raccolta dei rifiuti plastici in mare.
![]() Paolo Balistreri |
![]() Maria Fais |
Una sorpresa per te su Amazon Music unlimited Scopri i vantaggi di Amazon Prime
Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo
.
,

è biologo ARPA e libero professionista. E’ collaboratore dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi
Lascia un commento