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livello elementare.
ARGOMENTO: SUBACQUEA COMMERCIALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MEDIORIENTE
parole chiave: effetti collaterali, zone di guerra, guerra del Golfo
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Ci sono eventi storici che, a distanza di anni, restano impressi nella memoria pubblica come date, risoluzioni ONU, movimenti di flotte, decisioni di governi. E poi ci sono gli stessi eventi vissuti dal basso, dal punto di vista di chi si trovò improvvisamente dentro la Storia senza averla cercata: lavoratori, tecnici, marinai, sommozzatori, famiglie, civili. Nell’agosto del 1990, dopo l’invasione irachena del Kuwait, Saddam Hussein trasformò migliaia di stranieri presenti nell’area in ostaggi di fatto, usando la loro presenza come leva politica e psicologica contro l’Occidente. Fra quei civili vi erano anche centinaia di italiani.

Contenuto dell’articolo sulla Pagina dell’Unità del 19 agosto 1990 contenente l’elenco degli ostaggi italiani di Saddam Hussein
La dimensione italiana della crisi fu immediatamente drammatica. In quelle ore la Farnesina attivò l’Unità di crisi ventiquattr’ore su ventiquattro, allestì una “cellula di risposta” con otto linee dedicate e diffuse l’elenco nominativo degli italiani trattenuti contro la loro volontà in Iraq e in Kuwait. Il censimento riportato in quei giorni parlava di 151 italiani bloccati in Kuwait e di circa 340 in Iraq, con il timore esplicito che qualcuno potesse essere rimasto fuori dal conteggio ufficiale. L’emergenza fu seguita ai massimi livelli istituzionali, con l’attenzione diretta del presidente Francesco Cossiga e con Gianni De Michelis impegnato nella difficile gestione politico-diplomatica di una crisi che cresceva di ora in ora.
In pubblico, la parola “ostaggi” veniva usata con cautela, nei fatti, però, la sostanza era quella. Le fonti giornalistiche del tempo descrivevano una macchina diplomatica italiana già proiettata verso il peggio, mentre nel dibattito internazionale si parlava apertamente di misure “illegali e disumane” e dell’uso degli stranieri come protezione presso siti strategici. In quel passaggio si vide tutta la brutalità politica del regime iracheno: vite civili trasformate in strumento di deterrenza, corpi usati per rallentare o condizionare le decisioni dei governi occidentali. Dentro questo quadro generale, merita una memoria particolare il gruppo subacqueo della Saipem. Fra i nomi degli italiani trattenuti in Iraq compare infatti anche Adolfo Magrin, Saipem, insieme ad altri lavoratori della filiera energetica e impiantistica presenti nell’area del Golfo in quei giorni. La presenza di uomini Saipem, e di personale legato alle attività offshore e industriali, ricorda un aspetto essenziale di quella crisi: il Golfo non era soltanto uno scenario militare, ma anche un sistema di terminali, impianti, porti, cantieri, rotte marittime e lavoro tecnico specializzato. Quando la guerra irruppe, sommozzatori e tecnici italiani non furono colpiti come figure astratte, ma come professionisti che si trovavano esattamente nel cuore strategico di quella regione.

Non solo ostaggi, quando Saddam Hussein si ritirò dal Kuwait incendiò tutti i pozzi che le truppe incontravano sulla strada della precipitosa ritirata. Ci vollero oltre 1.500 specialisti da tutto il mondo ed oltre un anno di lavori per spegnere tutti i pozzi incendiati. Raccontare oggi quelle storie significa restituire nome, dignità e voce a uomini e donne che la grande cronaca registrò spesso soltanto come numeri … invece erano persone, professionisti, famiglie, vite sospese fra il lavoro e la guerra.
È proprio qui che la memoria storica incontra la memoria personale. Per chi lavorava allora nel settore offshore, per chi era a Mina al-Ahmadi, a Baghdad, in Kuwait o in Arabia Saudita, il 1990 non fu solo la “crisi del Golfo”, fu il momento in cui il lavoro si fermò all’improvviso, in cui l’orizzonte tecnico lasciò il posto all’incertezza, alla paura, all’attesa di notizie, alle telefonate alle famiglie, agli elenchi compilati in fretta, ai nomi letti nei giornali e nelle note della Farnesina. Fu anche il momento in cui la politica italiana dovette misurarsi con una delle più delicate operazioni di tutela dei propri connazionali all’estero nel dopoguerra.
Ricordare oggi quella vicenda non significa soltanto fare storia, significa provare a rimettere in contatto le persone che la vissero: chi era presente nei terminali petroliferi, chi era imbarcato, chi lavorava nei cantieri, chi seguì da Roma o dalla Farnesina la gestione dell’emergenza, chi da casa attese per giorni o settimane il ritorno di un familiare. OCEAN4FUTURE, come altri social (Linkedin), può diventare anche questo, per una comunità professionale come quella del commercial diving, dell’offshore e dei servizi tecnici subacquei. Non solo vetrina di competenze, ma luogo di riconoscimento reciproco e di memoria condivisa affinché la memoria condivisa non si perda … anche questa è la cultura del mare. Perciò questo articolo è anche un invito a chi c’era, a chi ricorda, a chi lavorava in Saipem, in Snam, nei terminali, nei porti, nelle squadre tecniche o subacquee del Golfo in quei giorni … a chi visse da vicino la crisi degli ostaggi civili voluta da Saddam Hussein … per non dimenticare.
Giovanni Esentato
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l’articolo originario, pubblicato su Linkedin, contiene una lista di coloro che subirono questa situazione. https://www.linkedin.com/pulse/kuwait-1990-ostaggi-di-saddam-giovanni-esentato-ih2af/
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