Il godimento del congedo nella marina imperiale romana

Domenico Carro

13 Luglio 2025
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Classiari

Terminato il periodo di ferma in modo regolare, i classiari ricevevano il congedo onorevole (honesta missio). Per ogni nuovo gruppo di congedati veniva emanato un decreto imperiale (constitutio) che elencava i loro nomi e tutti i privilegi ad essi accordati. Il testo integrale di tale disposizione era inciso su tavole bronzee e affisso a Roma: sul Campidoglio, sotto i primi Cesari, e dietro il tempio del divino Augusto dal 90 in poi. A ciascun congedato veniva consegnata una doppia tavoletta di bronzo – ora chiamata “diploma militare” – recante inciso un estratto individuale del predetto decreto imperiale, al fine di consentire all’interessato di dimostrare, in qualsiasi regione del mondo romano, la legittimità dei propri nuovi diritti.

Contestualmente i congedati ricevevano una cospicua liquidazione: il 50% trattenuto dal comando su di tutti gli stipendi maturati durante l’intero periodo di servizio (e fino allora percepiti solo a metà proprio per tale motivo). Fra i privilegi maggiori acquisiti al congedo vi erano, come si è già detto, il conubium, cioè il diritto di sposare le proprie compagne, e la civitas – la cittadinanza romana – per sé e per i propri discendenti. A tali misure si aggiunse, sotto il principato di Vespasiano, la concessione di lotti di terra nell’area di Paestum e in Pannonia. Domiziano, infine, assicurò ai veterani delle flotte l’immunità da vectigalia e portoria, ovvero l’esenzione dal pagamento dei diritti doganali, privilegiando così le loro attività commerciali.

A differenza dei legionari che, al termine del periodo di servizio, erano prevalentemente orientati a rientrare nelle località di origine, i classiari risultavano maggiormente attratti dai territori in cui avevano vissuto gli anni più significativi della loro vita in marina. Per le due flotte pretorie tale tendenza era ancor più accentuata: solo una piccola parte aveva mantenuto con la propria parentela dei legami più forti di quelli allacciati durante il servizio; tutti gli altri sceglievano di rimanere nei pressi delle rispettive basi navali o in altre sedi in cui erano stati destinati (ad iniziare da Roma, Ostia e Civitavecchia), per non spostarsi con la famiglia che avevano costituito e per sfruttare le possibilità economiche che conoscevano in loco. In particolare, i veterani della flotta pretoria Misenense rimanevano perlopiù nella cittadina di Misenum, o sulla costa adiacente fino a Pozzuoli, ma anche a Cuma, Ischia, Pompei, Stabia e Sorrento. Le attività da essi svolte in congedo potevano essere, per pochi, qualche servizio per la base navale; per gli altri, occupazioni relative alla marineria, ai commerci o alla gestione di piccoli fondi agricoli acquistati con la buonuscita.

Diploma militare rilasciato il 9 febbraio del 72 al centurione della flotta Misenense Liccaio, figlio di Birso, originario di Marsonia, in Pannonia (AE 1997, 1273), corrispondente all’od. Slavonski Brod, in Croazia, ove il documento è stato ritrovato in perfetto stato di conservazione (da CERVELLATI 2009, p. 5, fig. 3).

Oltre un migliaio di veterani di Miseno vennero inviati da Vespasiano, in due successive mandate, a fondare una nuova colonia a Paestum, ricevendo dei lotti di terra nella relativa area, estesa anche a Velia. Anche se alcuni di quei classiari lasciarono quelle terre per recarsi nella loro sede preferita (come è accaduto per tutte le deduzioni di colonie), la folta presenza di classiari a Paestum anche nei due secoli successivi fa capire che l’iniziativa di Vespasiano ebbe un certo successo. La presenza di trierarchi di varie generazioni residenti in quella località – Marco Pomponio Libone, Flavio e Lucio Vario Primo della liburna Diana – e i riferimenti ad altri classiari (Gaio Valerio Nasone) e navi misenensi (una trireme), indicano un perdurante collegamento della colonia con la flotta di Miseno. Va inoltre segnalato che altri veterani di Miseno si stabilirono fra Paestum e Velia, nei pressi di Punta Licosa, nella località chiamata Herculia (od. San Marco di Castellabate), che fu una piccola base navale secondaria della classis praetoria Misenensis per il controllo delle acque di accesso meridionale al golfo di Napoli.

Dalle epigrafi delle 150 sepolture ivi rinvenute, conosciamo il classiario Arrio Isodoro – proveniente da Miseno e insediatosi in quella località insieme al figlio Silvano – e i trierarchi Antonio Prisco e Lucio Valerio Sura, rispettivamente padre e marito della diciassettenne Antonia Prisca.
I veterani della flotta pretoria Ravennate rimasero anch’essi prevalentemente nella regione della propria base navale, nella cittadina di Classe oppure in località comprese fra il Delta Padano e la serie di lagune e vie d’acqua navigabili fino ad Aquileia, svolgendo attività commerciali o marinaresche su quelle acque o dedicandosi ad imprese collegate alle necessità della flotta, oppure curando i piccoli poderi acquistati in zona. Anche i veterani Ravennati ricevettero da Vespasiano, nel 71 d.C., l’assegnazione di lotti di terra, ma con esiti poco conosciuti. Dopo il congedo, i veterani potevano usufruire dell’iscrizione a collegi specificamente riservati ad essi. Se ne hanno alcune notizie per entrambe le flotte pretorie: a Miseno sono noti dei veterani corporati, membri di un’associazione (corpus) di veterani; a Ravenna compaiono due sodalizi: una sodalitas ex classe praetoria Ravennatium e un convibium veteranorum sive Martensium, ovvero un’associazione di veterani la cui divinità tutelare era Marte, dio della guerra.

Occorre infine segnalare la possibile presenza a Miseno e a Ravenna di un’ulteriore associazione costituita da classiari congedati che si qualificavano veterani Augusti, per aver contribuito alla protezione dell’imperatore, ed erano associati in un apposito collegium: ne è noto uno ad Ostia, che includeva veterani classiari insieme ai pretoriani e agli altri corpi della guarnigione di Roma. L’adesione ad un collegio di veterani aveva una duplice finalità: quella – ovvia – di mantenere vivo lo spirito di corpo che aveva unito i classiari durante il servizio attivo (come fanno oggigiorno le associazioni combattentistiche e d’arma), e quella di efficace strumento a disposizione del veterano per contare maggiormente nella società cittadina. Il rango sociale del collegio di veterani, a Miseno, era molto elevato, essendo posizionato subito dopo il collegio degli Augustali e l’ordine dei Decurioni della città.

Tale prestigioso livello è confermato dalla ripartizione in ambito locale delle sportulae, ovvero di quelle somme corrispondenti agli occasionali atti di liberalità compiuti dall’imperatore o dai notabili locali per celebrare determinati eventi o ricorrenze. Questa consuetudine è derivata dai banchetti pubblici (epula) che nelle grandi occasioni venivano offerti a gran parte della popolazione, con un impegno organizzativo e finanziario estremamente oneroso. Per semplificare l’organizzazione e la gestione di tali eventi, si è ricorsi alla distribuzione del cibo a ciascun invitato, mettendo ogni pasto in un piccolo cestino (sportula) da portare a casa. Il passo successivo è consistito nella sostituzione del cibo con il suo equivalente in denaro, che continuò a chiamarsi sportula. La distribuzione delle sportulae finì per essere regolata da un rigido protocollo che stabiliva la gerarchia dei beneficiari e l’ammontare dei relativi importi: a Miseno, nell’ordine, i Decurioni (12 sesterzi), gli Augustali (8 sesterzi) e i veterani corporati (6 sesterzi, come gli ingenui corporati) seguiti dai municipes (4 sesterzi).

Domenico Carro .

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